LA CORSA STORICA AI POZZI DI PETROLIO

La Libia post-Gheddafi é caratterizzata principalmente da due fenomeni. Il primo, la deriva securitaria che ha messo in mano alle milizie il controllo dei pozzi di petrolio aprendo a spirali di violenze e conflitti. Il secondo, la guerra per procura, cioè quella situazione particolare nella quale la comunità internazionale da un lato cerca di riportare la stabilità nel paese ma dall’altro finanzia chi non dovrebbe per perseguire i propri interessi nazionali. 

UN PASSO INDIETRO NELLA STORIA LIBICA 

La Libia è un paese fondamentale per quello che riguarda l’equilibrio degli assetti geopolitici in Medio Oriente. Strategicamente importante anche per l’italia — fin dai primi anni del ‘900— oggi è un paese fortemente destabilizzato i cui effetti spesso si riverberano nei paesi confinanti. La storia libica è profondamente legata alla storia italiana. E’ stata sua colonia “per eccellenza” nonostante una conquista molto complessa. Nell’era di Gheddafi l’amministrazione politica, economica e sociale era guidata dal “Libro Verde” — testo pubblicato in arabo del 1975 da Muʿammar Gheddafi il cui titolo prende ispirazione dal Libretto Rosso o Citazioni dalle Opere di Mao Zedong uscito precedentemente nel 1966 — ispirato al pan arabismo e al socialismo nasseriano.  Gheddafi rimarrà in carica per 42 anni. 

Nel 1969 lo “scatolone di sabbia”, questo il modo con cui ci si riferiva alla Libia anche in ambienti italiani, era un paese sotto popolato e arretrato. In una sola notte però, Gheddafi riuscì ad immaginare e a mettere in pratica un nuovo futuro per il suo paese. La “sua” rivoluzione fu definita fortunata ed infatti ebbe un gran successo. Questo successo si spiega sopratutto grazie all’acquiescenza delle tribù, a cui andarono una parte dei proventi ricavati dall’estrazione petrolifera di cui la Libia è ricca. Dopo la sua rivoluzione, Gheddafi porterà la Libia ad avere il reddito pro capite più alto di tutto il Medio Oriente. 

I RAPPORTI CON LA COMUNITA’ INTERNAZIONALE

In prima fila vediamo l’Italia. Il petrolio ha fondato i moderni rapporti tra Libia e l’Italia sopratutto nella primissima fase del governo Gheddafi. Egli però decise da una parte di cacciare gli italiani presenti a quel tempo in Libia, ma dall’altra diede inizio ad una stagione di cooperazione economica con gli stessi. Vennero, in questi anni, firmati i primi contratti con l’ENI. L’intensa cooperazione economica e commerciale con l’italia che si andava sviluppando, non era ben gradita dalla comunità internazionale, sopratutto dalla Francia e dalla Russia, uno dei principali venditori di armi della Libia. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle del 2001, Gheddafi, grazie alla condanna dell’accaduto, venne riabilitato dalla comunità internazionale. Nel 2007 si recò in Francia per firmare importanti contratti commerciali con varie società francesi per l’acquisto di armi e caccia. 

Nel 2008 però, di colpo e all’insaputa della Francia, decise di stracciare tutti i contratti presi con il paese, in vista di un molto più profittevole trattato con l’Italia. Nel 2008 infatti firmò un trattato di amicizia e cooperazione con l’Italia nel quale l’Italia si impegnava a fornire 5 miliardi di euro per i danni coloniali e in cambio la Libia avrebbe investito una parte di quella somma in opere infrastrutturali.  Gli intensi rapporti commerciali con l’Italia uniti ad una sorta di “via preferenziale” garantita al paese, non piacquero alla comunità internazionale e dopo il 2008 molti paesi europei approfittarono della situazione per ingaggiare una guerra contro Gheddafi.  Nel 2011 Gheddafi venne ucciso.

LA STAGIONE DELLE RIVOLTE ARABE E L’INTERVENTO FRANCESE

Lo scoppio delle primavere arabe si ebbe in Tunisia. La propagazione nel resto del Medio Oriente però fu rapida e di certo non indolore, sopratutto per la Libia. Se in Tunisia, Marocco, Algeria, Libano, Siria si parla di “rivoluzione” in Libia si parla di guerra. Una guerra iniziata a Benghazi, in Cirenaica, luogo lontano da dove viveva e operava Gheddafi e per questo luogo nel quale i proventi petroliferi promessi da Gheddafi non arrivarono per nulla. Per questo motivo fondamentale scoppiarono le proteste: per la povertà. Le rivolte partirono il 17 Febbraio dalla Cirenaica e dopo soli due giorni dallo scoppio delle proteste, l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy si rivolse al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per chiedere l’intervento immediato in Libia allo scopo di sedare le rivolte. Un solo mese dopo, la comunità internazionale decise di agire in Libia sotto l’emanazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che di fatto dava il via alla guerra contro la Libia.

Una delle motivazioni fondamentali che spiegano l’intervento francese è proprio la questione del petrolio e il prestigio nazionale francese. Il patto con l’Italia era considerato troppo preferenziale e la sostituzione voluta da Gheddafi del franco francese con valuta pan-africana era considerata una mossa scomoda che danneggiava pesantemente la Francia. L’intervento francese trovò terreno fertile. L’allora presidente americano Barack Obama infatti diede l’appoggio all’intervento, a patto che gli Stati Uniti non venissero coinvolti.

LO SCENARIO INTERNAZIONALE 

Anche l’italia partecipò alla guerra contro la Libia. Dalle basi di Sigonella partì l’esercito italiano sulla base della risoluzione 1973. La situazione che gli italiani trovarono in Libia era catastrofica. Ogni milizia presente nel paese lottava per il controllo dei pozzi petroliferi tanto più dopo la morte di Gheddafi che aveva spianato loro la strada. La comunità internazionale poco dopo il suo l’intervento, decise di lasciare il paese sulla base della convinzione di aver fatto un buon lavoro e di aver risolto i problemi. In realtà però la Libia, già destabilizzata, dopo l’intervento internazionale, lo era ancora di più. Da questo contesto politico scaturì la deriva securitaria che vede oggi il paese coinvolto in spirali di violenza senza fine.

In quegli anni però due figure emersero. Entrambi aventi come obiettivo quello di ristabilire la pace in Libia, o almeno provarci. Haftar, amico di Gheddafi, vissuto negli Stati Uniti, si mise alla guida di un esercito nazionale libico per la conquista di Tripoli. Egli si affermò nell’est del paese, in Cirenaica, luogo in cui trovò troppe milizie con i mano troppi pozzi di petrolio. La comunità internazionale, che vide l’intensificarsi degli scontri tra l’esercito di Haftar e le milizie, decise di intervenire. Alla fine del 2015, con gli accordi di Skhirat, venne creato un governo per la Libia. Un governo nazionale libico guidato da al-Serraj. al-Serraj però non sarà mai un presidente all’altezza della situazione e forse è proprio questo ciò che si augurava la comunità internazionale: porre a capo di uno stato debole un presidente debole. Infatti al-Serraj non otterrà mai il sostegno di tutta Tripoli agevolando così la creazione di una frattura politica grave, tra Haftar e al-Serraj. 

I CONFINI POROSI DELLO STATO LIBICO 

I confini libici diventarono porosi e mano a mano si sgretolarono dando il via libera a nuove milizie jihadiste che agirono — e continuano tutt’ora a farlo — senza uno stato forte che pone loro un freno. Oggi infatti hanno grandissime libertà di manovra. Per esempio il passaggio tra il Sahel ed il Mediterraneo è diventato, purtroppo, un utile “hub”per il traffico di esseri umani. Esseri umani che oggi in Libia sono sempre più poveri. Ogni milizia, a causa della mancanza di un controllo centrale, si spartisce i proventi del petrolio che di fatto sono diventati incontrollabili. Non si riesce bene a capire chi controlla cosa e cosa va in mano a chi. 

La Libia è uno stato ricco, ma povero. L’appetito delle potenze internazionali è alimentato dalla guerra per procura in cui gli stati esterni finanziano gli attori interni per i propri interessi nazionali. Gli accordi di Skhirat, che videro la comunità internazionale nella sua interezza d’accordo per la formazione di un governo della Libia, hanno però di fatto agevolato una grave guerra per procura. 

A livello geopolitico, Qatar e Turchia sostengono al-Serraj per i propri interessi nazionali — la Turchia vuole una posizione geo-strategica migliore — la Russia invece sostiene Haftar, perché intende ricavarsi una fetta dei proventi del petrolio libico. Molti attori della comunità internazionale hanno gli occhi puntanti sul petrolio libico e sulle milizie che lo controllano. 

Ma cosa ne sarà della Libia o quali sono le prospettive di ripresa per il paese, sono interrogativi che si pongono in tanti e che purtroppo non hanno ancora trovato risposta. Una risposta però c’è alla domanda se esiste altro in Libia oltre le guerre. Si, ci sono tanti giovani con tanta voglia e desiderio di andare avanti. 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from AFRICA