CASO RELATIVO AL PROGETTO GABČÍKOVO-NAGYMAROS (UNGHERIA V SLOVACCHIA)

La Corte Internazionale di Giustizia nel caso Gabčíkovo-Nagymaros, pur evidenziando come non possano ignorarsi, ai fini della decisione, gli inadempimenti reciproci, sottolinea come le conseguenze di una condotta illecita non possano condizionare il diritto applicabile tra le parti.

Il 2 luglio del 1993 i governi della Repubblica di Ungheria e della Repubblica slovacca notificavano congiuntamente alla cancelleria della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) un accordo speciale, firmato a Bruxelles il 7 aprile 1993, sottoponendo ai giudici de L’Aja talune questioni in merito alla attuazione del trattato di Budapest del 16 settembre 1977 tra Ungheria e Cecoslovacchia sulla costruzione e l’esercizio del sistema congiunto di chiuse sul Danubio (Gabčíkovo-Nagymaros) e sulla costituzione e attuazione di una soluzione provvisoria[1].

L’obiettivo principale del progetto Gabčíkovo-Nagymaros era la produzione di energia idroelettrica; tra gli obiettivi secondari rientravano il miglioramento della navigazione, lo sviluppo dell’agricoltura e la tutela dell’habitat fluviale.Nel 1989 il governo ungherese, sollecitato dalle preoccupazioni dell’opinione pubblica in merito all’impatto ambientale del progetto, decise di sospendere (per poi cessare definitivamente) i lavori, inerenti alle opere di sua competenza. 

Di conseguenza, le parti intraprendono negoziazioni, nel corso delle quali la Repubblica Slovacca ipotizzava la costruzione di un’alternativa, implicante la deviazione del Danubio all’interno del proprio territorio, accompagnata ad una forte riduzione del volume di acqua a disposizione dell’Ungheria. Nel 1991, la Repubblica cecoslovacca decideva di mettere unilateralmente in atto la costruzione di tale variante.

Nel 1992 l’Ungheria dichiarò estinto il trattato del 1977, invocando il mutamento fondamentale circostanze e l’impossibilità sopravvenuta dell’esecuzione. La Corte ha ritenuto che l’Ungheria non avesse il diritto di sospendere e successivamente abbandonare i lavori sul progetto Nagymaros e sulla parte del progetto Gabčíkovo di sua competenza in quanto le nuove conoscenze tecnico-scientifiche e le difficoltà economiche addotte dal governo ungherese a giustificazione del cambio di rotta nello sviluppo del progetto non supportavano né il mutamento fondamentale delle circostanze, né l’impossibilità sopravvenuta dell’esecuzione. 

D’altro canto, la Corte dichiarava che la Slovacchia non aveva il diritto di azionare, come invece aveva fatto nell’ottobre 1992, il sistema di chiuse in questione.  L’Ungheria veniva quindi condannata a risarcire la Slovacchia (succeduta, insieme ala Repubblica Ceca per scissione alla Cecoslovacchia) per il danno subito da questa a causa della sospensione e dell’abbandono da parte dell’Ungheria di lavori di sua competenza, mentre la Slovacchia avrebbe dovuto risarcire l’Ungheria per il danno causato della messa in esercizio della diga da parte della Cecoslovacchia e del suo mantenimento in servizio da parte della Slovacchia. 

Il caso discusso, seppure un po’ datato (ma neanche troppo per il diritto internazionale) affronta questioni che continuano ad essere di estrema attualità. Certamente, quella del progresso scientifico nella determinazione dei danni ambientali. Rimanendo ancorati alla decisione della CIG pare che le nuove conoscenze sviluppate in questo campo non possano giustificare l’abbandono di progetti che si rivelano essere “ecomostri”. 


[1] Gabčíkovo-Nagymaros Project (Hungary v Slovakia), sentenza, 25 settembre 1997, I.C.J. Rep. 1997, disponibile su https://www.icj-cij.org/en/case/92.

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