L’ESEQUIBO, IL TERRITORIO OGGETTO DELLA STORICA DISPUTA TRA VENEZUELA E GUYANA

Le recenti esercitazioni militari tra Stati Uniti e Guyana riaccendono la disputa territoriale tra quest’ultimo e il Venezuela. Una controversia che risale al XIX secolo.

“Siamo in presenza di un’azione agonizzante del governo di Donald Trump, che cerca di ricreare provocazioni, minacce e aggressioni contro il popolo venezuelano, la nostra sovranità e integrità territoriale.” In questo modo Delcy Rodríguez, vicepresidente del Venezuela, ha definito le ultime esercitazioni militari congiunte di Stati Uniti e Guyana. Nuove tensioni alimentate anche dalla visita dell’ammiraglio Craig S. Faller a Godfrey Bess, il capo di Stato Maggiore della Guyana Defence Force. L’incontro ha avuto come obiettivo la conclusione di un Acquisition and Cross-Servicing Agreement. Un accordo improntato allo “scambio di beni o servizi a sostegno di un’efficace cooperazione in materia di difesa”, come dichiarato nel comunicato stampa rilasciato da Faller.

Negli ultimi anni Stati Uniti e Guyana stanno stringendo sempre di più i loro legami, specialmente nel settore militare. Ne è dimostrazione lo Shiprider Agreement di settembre, concluso per rafforzare il precedente accordo di cooperazione navale del 2001. Accordi che prevedono esercitazioni congiunte, come quelle realizzate nell’ultimo mese, che hanno irritato il Venezuela. Specialmente perché la cooperazione tra Stati Uniti e il Paese sudamericano anglofono avviene nel quadro delle crescenti tensioni tra quest’ultimo e Caracas, a causa di una disputa territoriale risalente al XIX secolo.

Quella che oggi è la Guyana consisteva in tre insediamenti olandesi fondati all’inizio del XVII secolo: Berbice, Demerara ed Esequibo. Nel 1814, l’Olanda cedette questi territori al Regno Unito che nel 1831 consolidò la colonia: nacque la Guyana Britannica. Tuttavia il Venezuela, fin dalla sua indipendenza ottenuta nel 1810, sempre reclamò la sovranità sull’Esequibo, un territorio di 159.000 km² ricco di risorse naturali. Per questo motivo iniziò la disputa territoriale tra il Venezuela e l’Impero Britannico.

Gli Stati Uniti, agendo come mediatori, convinsero le parti a risolvere la controversia adendo a un tribunale internazionale di arbitrato che si pronunciò il 3 ottobre 1899. Il lodo adottato fu a favore del Regno Unito, il quale ottenne il territorio conteso. Di conseguenza, quando la Guyana Britannica avrebbe ottenuto l’indipendenza da Londra nel 1966, avrebbe ereditato l’Esequibo. Infine, una commissione anglo-venezuelana identificò e stabilì definitivamente la frontiera, permettendo il disegno di una mappa ufficiale che entrambi i Paesi accettarono con un accordo firmato nel 1903. 

Ciò nonostante nel 1962 il Venezuela dichiarò la nullità del lodo denunciando l’arbitrarietà dei giudici. Inoltre, durante il dibattito in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sul processo di decolonizzazione nel 1961-62, minacciò di non riconoscere la Guyana come stato indipendente o i suoi confini, a meno che il Regno Unito non annullasse sia il lodo arbitrale sia l’accordo del 1903. Oltre a ciò, nel 1965 il governo venezuelano pubblicò una mappa ufficiale che identificava il territorio come “Esequibo Guyana” e lo dichiarava “area sotto rivendicazione.” La questione venne risolta l’anno successivo con la firma a Ginevra di un accordo che prevedeva una serie di meccanismi volti a permettere l’indipendenza della Guyana e stabilire buone relazioni diplomatiche tra i due Paesi latinoamericani.

L’obiettivo era quello di obbligare entrambi gli Stati a trovare una soluzione definitiva e pacifica. Da un lato, l’accordo confermava che l’autorità di amministrazione sarebbe rimasta in mano al Regno Unito, quindi successivamente alla Guyana. Dall’altro lato, si riconoscevano i diritti di sovranità territoriale reclamati dal Venezuela. Di fatto, sia la costituzione guianese (capitolo 1, art. 2) del 1980 che quella  venezuelana del 1811 (art. 10), riformata nel 1999, stabiliscono l’inclusione dell’Esequibo nei rispettivi confini. 

Tra gli anni ’80 e ’90 seguirono una serie di tentativi per risolvere la questione definitivamente attraverso il meccanismo dei buoni uffici presso le Nazioni Unite, ma ciò non portò mai a risultati concreti. La situazione si tranquillizzò con il governo di Hugo Chávez (1999-2013) grazie alle buone relazioni tra il presidente venezuelano e Georgetown. Caracas scelse di difendere gli interessi nazionali e rivendicare l’Esequibo tramite i canali diplomatici, obiettando le concessioni economiche, i progetti energetici o infrastrutturali che la Guyana stava realizzando unilateralmente violando le clausole dell’accordo del ‘66 in vigore tra le parti. Le società che beneficiavano dello sfruttamento di minerali, oro e bauxite, e delle esplorazione di giacimenti di petrolio erano principalmente statunitensi e canadesi.

Di fatto il conflitto si riaccese nel 2015, quando la compagnia petrolifera statunitense Exxon Mobilottenne l’autorizzazione da Georgetown di fare indagini geologiche nelle aree marittime che interessavano la Zona economica esclusiva venezuelana. Ciò portò alla scoperta di un giacimento di petrolio nell’Oceano Atlantico, proprio nella zona che rientrava nella storica disputa. La Guyana diede l’autorizzazione a esplorare e a fare prospezioni, provocando le proteste del successore di Cháves, Nicolás Maduro. 

Per questo motivo, nel 2018 la Guyana ha adito unilateralmente la Corte Internazionale di Giustizia (CIJ) per risolvere definitivamente la controversia. Tuttavia Caracas ha ribadito, in un comunicato,che il Venezuela non riconosce la giurisdizione della Corte dell’Aia come obbligatoria e l’eventuale sentenza sarebbe in violazione dell’accordo di Ginevra del 1966. L’alternativa proposta dal governo venezuelano sarebbe quella di riavviare i contatti diplomatici per giungere a una soluzione pratica e soddisfacente come previsto dal trattato in vigore tra le parti. 

A dicembre 2020, la CIJ ha dichiarato la sua competenza a giudicare la validità del lodo del 1899. Ciò ha provocato la reazione del parlamento venezuelano che ha dichiarato la necessità di difendere “l’integrità territoriale della nostra nazione”, rifiutando così la decisione della Corte. Caracas sostiene che la decisione dei giudici non è conforme al diritto, in quanto gli argomenti addotti a sostegno della sua tesi sono insufficienti a stabilire il consenso delle parti. Infine, l’ultima mossa del presidente venezuelano è stata l’emanazione di un decreto per istituire un Territorio para el desarrollo de la Fachada Atlántica.

Una nuova zona marittima “per proteggere e salvaguardare la giurisdizione del Venezuela negli spazi continentali, marittimi, sottomarini, insulari, lacustri, aree fluviali, mare territoriale, spazio aereo e risorse.” Disposizioni che prevedono l’incremento della presenza di unità militari che pattuglieranno costantemente la zona. Dall’altro lato, per la Guyana si tratta di una vittoria. Il presidente Mohamed Irfaan Ali è ottimista, dichiarando che la decisione della Corte dimostra che il diritto internazionale può assicurare che il patrimonio guianese sia preservato. Di fatto, la CIJ ha convocato una videoconferenza con le parti che si terrà il 26 febbraio 2021. 

In conclusione, le recenti esercitazioni tra Stati Uniti e Guyana nel territorio conteso non fanno altro che gettare benzina sul fuoco su una controversia che dura da più di un secolo. Maduro ha inviato una lettera al segretario generale del ONU, Antonio Guterres, per allertare su queste provocazioni: “voi avete la capacità di rilanciare il dialogo per evitare decisioni al di fuori della legalità internazionale. […] Nelle vostre mani c’è la canalizzazione di una controversia territoriale per giungere a una soluzione amichevole attraverso mezzi pacifici.”

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