ISRAELE ED IRAN: LA VIA PER LA PACE PASSA PER LA GUERRA

La situazione in Medioriente è a un punto di non ritorno e chi pensa che le guerre di oggi si consumino allo stesso modo del secolo passato è fuori strada. La guerra, che si pensa porterà alla pace, è sotto i nostri occhi, alle porte del Mediterraneo.

In una delle sue famose Filippiche contro Marco Antonio, l’illustre filosofo e politico latino Cicerone asserì: “Si pace frui volumus, bellum gerendum est” (se vogliamo godere la pace, bisogna fare la guerra). Ed è un po’ la filosofia politica che accompagna una certa corrente realista delle Relazioni Internazionali, di Machiavelliana eredità – potendo tirare nel calderone anche Thomas Hobbes e il suo homo homini lupusSenza rendersi conto che poi la pace non la si raggiunge mai attraverso la guerra, effettivamente.

E ci sono più casi, in tal senso. Ma uno è quello più vicino a noi italiani, mediterranei ed europei, e si trova al di là della porta europea della Turchia, in Medioriente, dove la terra ha certamente conosciuto la guerra negli ultimi anni e pochi fragili sprazzi di pace gettati qua e là; dove non è neppure certo che la guerra che si vuol preparare abbia come obbiettivo la pace, che è ben altra cosa rispetto la stabilità e l’interesse nazionale

E mentre l’Occidente, chi più chi meno, continua ad applaudire l’elezione di Joe Biden, quarantaseiesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, i nodi lasciati irrisolti nel Levante stanno aggrovigliandosi ulteriormente, in quattro fulcri particolari: LibanoSiriaIsraele ed Iran. I primi due sono i territori di scontro, reali e potenziali, i restanti due Paesi i reali contendenti, le medie potenze della regione. 

Israele, che si prepara ad un nuovo turno elettorale in piena pandemia – gestita, peraltro, in maniera magistrale -, negli ultimi giorni ha revisionato i suoi piani anti-iraniani e aspetta una nuova iniezione di fondi per incrementare il budget militare. Il Tenente-Generale dell’Esercito Israeliano, Aviv Kochavi, ha inoltre palesato un certo malessere da parte di Israele nei confronti della nuova amministrazione, che per certi versi preoccupa Tel Aviv, sia sul fronte palestinese che iraniano, per cui un ritorno all’accordo nucleare, anche con opportune modifiche, sarebbe sbagliato.

Obiettivo di Israele, oggi che Teheran è molto debole, è spingere l’Amministrazione Biden ad infliggere un colpo più duro con nuove e più stringenti clausole all’accordo nucleare – includendo il programma missilistico a lungo raggio -, che costringano l’Iran ad un drastico ritiro dalla regione. Serpeggia, inoltre, l’idea di un Patto di Difesa fra Israele e Stati Uniti – che ad ogni modo dovrà aspettare l’esito delle elezioni, nonostante Netanyahu sia riuscito a convincere Kochavi. 

L’Iran, da parte sua, nelle ultime settimane ha ripreso con vigore e convinzione l’attività nucleare e ha aumentato la presenza militare nel Golfo e l’appoggio economico alle alleate espressioni politiche in Siria e Libano – la cui sovranità viene ripetutamente violata dai droni di Israele. Il Ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha richiamato gli Stati Uniti al dialogo, a cominciare dall’allentamento delle pesanti sanzioni, specificando che la pazienza di Teheran non è illimitata (e la deadline è fissata per il 21 di febbraio). 

Sia Tel Aviv che Teheran, attraverso canali differenti, stanno cercando di spronare l’Amministrazione Biden a compiere la prossima mossa verso le rispettive desiderate posizioni. Nel frattempo, territori e popolazioni martoriate da anni di instabilità politica e sociale – specificamente Siria e Libano – pagano lo scotto di trovarsi fra due fuochi, alimentati dall’indifferenza internazionale che ha, da anni, demandato la questione unicamente all’autorità statunitense. 

È chiaro che ogni attore presente nella regione stia tentando di perseguire i propri interessi, ma non è chiaro se questi siano propedeutici alla pace. Forse, la massima antica andrebbe tramutata in “si commoda nostra frui volumus, bellum gerendum est” (se vogliamo godere dei nostri interessi, bisogna fare la guerra).

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.

Ho incontrato lo IARI per caso, alla ricerca di analisi web su determinate tematiche geopolitiche ed ho deciso di mettermi in gioco come analista. Scrivere è sempre stata una mia grande passione, congiuntamente al grande interesse per la politica e lo studio. Lo IARI mi ha dato la grande opportunità di crescere nella professionalità e nell’accuratezza stilistica e di osservazione, grazie alla profonda fiducia infusaci. Da dicembre 2019 faccio parte della Redazione. È un progetto nuovo, fresco, motivante: giovani laureati, pronti a dare il proprio contributo al mondo!

La macro-area di cui mi occupo all’interno dello IARI è la regione Euro-Mediterranea. Sono rimasta affasciata dalla Storia delle Relazioni Euro-Mediterranee, affrontate durante il percorso di studi. Per questa grande passione sto svolgendo un tirocinio di lavoro presso l’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo. Questa nuova esperienza mi ha aperto un modo di possibilità, prospettive e riflessioni. Il Mediterraneo, oggi e da sempre, è teatro culturale fondamentale nello scenario internazionale: è qui che si gioca la battaglia culturale!

Essere analista per me significa poter dare un contributo intellettuale importante al mondo e alla nostra società particolare. Ed è un impegno che parte dallo studio approfondito degli eventi passati e presenti. Lo IARI in questo dà molto supporto!

Ho una passione innata per la storia, la filosofia, la letteratura e la teologia. Tra i miei autori preferiti (tra romanzi e saggi) rientrano Joseph E. Stiglitz, Jacques Le Goff, Fëdor Dostoevskij, Charles Dickens e Gilbert K. Chesterton. Un altro hobby è la musica: strimpello sia chitarra che pianoforte e nutro un grande amore per il jazz e tutte le sue forme.

2 Comments

  1. Cfr. Élites, teoria delle, in Treccani on line

    Il Medio Oriente è una polveriera, non si sa quando esploderà esattamente, ma di lì partirà la Terza Guerra Mondiale. Questo ha rivelato tra l’altro la Madonna a Teresa Musco.
    Incrociando le informazioni di tipo geopolitico e quelle che ci ha dato il Cielo in un’infinità di circostanze (cfr. http://www.profezie3m.it), sappiamo di essere alla vigilia di una svolta epocale, tragica, di tipo apocalittico. Poi ci sarà l’epoca più bella, perché più santa, della Storia. Io sono professore di filosofia e storia al liceo, ho insegnato per anni all’università di Cassino, senza passare di ruolo, ho superato il concorso per professore/ricercatore all’università dell’Aquila nel 2002. Ho studiato Sociologia, Pedagogia, Psicologia, Filosofia. Da ateo marxista nella prima gioventù, ho scoperto poi l’esistenza di Dio e studiato/praticato varie religioni, approdando,grazie a Dio, infine nella Chiesa cattolica. Ho dedicarla vita alla preghiera, alla penitenza, allo studio. Senza queste cose insieme, in campo conoscitivo, teoretico, scientifico, non si va da nessuna parte. Auguri.

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