IL FUTURO DEL PARTITO REPUBBLICANO: FARE A MENO DI TRUMP?

Se il 2020 si è rivelato l’annus horribilis di Trump, anche il Partito da egli guidato ne ha sofferto. E non poco. Mentre l’insuccesso al Congresso era ampiamente pronosticabile, la perdita della maggioranza al Senato ha condotto ad un ripensamento sostanziale rispetto alla leadership e al programma politico del Grand Old Party. E, per il momento, l’anno nuovo non ha portato buone novelle, anzi.

L’insurrezione di Capitol Hill – fomentata, secondo molti esponenti Repubblicani, e non, da Trump- ha allontanato ancor di più il Partito dall’ex Presidente. In questo senso, il voto di dieci deputati Repubblicani a favore dell’impeachment di Trump “per aver incitato all’insurrezione” è stata una grande manifestazione di dissenso ed insofferenza. Si è aperto, dunque, un dibattito interno sul futuro di un Partito che per quattro anni è stato schiacciato sulle posizioni di Trump, il quale, nel frattempo registrava il minimo storico di approvazione tra la base Repubblicana: il 48% vuole superare l’era Trump, mentre il 47%  continua a considerarlo il leader del Partito. 

Dalla contrapposizione interna tra la fronda anti-Trump e i lealisti all’ex Presidente emergerà il nuovo corso Repubblicano. Le proteste più veementi sono giunte da esponenti di spicco come il Senatore Ben Sasse del Nebraska; l’ex candidato Presidente Mitt Romney; l’ex ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite Nikki Haley e il deputato dell’Illinois Adam Kinzinger, che ha apertamente confermato la crisi d’identità del suo Partito (“Non è il partito a cui ho aderito”, ha dichiarato). 

 Tuttavia, la strada per escludere Trump dalla vita del Partito si presenta tortuosa e colma di insidie. Per affrontare il prossimo appuntamento elettorale, ossia le elezioni di medio termine del 2022, i Repubblicani non possono ignorare la base elettorale del Presidente, né gettare un avventato colpo di spugna sulla sua eredità politica: in questa fase, Trump giova molto più al Partito Repubblicano di quanto quest’ultimo giovi a Trump. Se ne è accorto il leader Repubblicano di minoranza al Congresso, Kevin McCarthy. Questi ha recentemente incontrato Donald Trump presso la sua residenza a Mar-A-Lago, Florida.

L’esponente Repubblicano cercava dall’ex Presidente rassicurazioni su un suo sostegno per le prossime elezioni di medio-termine, quando il Partito spera di aumentare la propria forza parlamentare e ricucire il divario con i Democratici. Trump, dal suo isolamento in Florida, ha assicurato l’appoggio e ha ribadito di non aver intenzione di creare una sua formazione politica con i lealisti del GOP (si parlava di “Patriot Party”). 

Ma una ristrutturazione del GOP è necessaria, poiché a lungo termine una totale riabilitazione politica di Trump appare improbabile. Il punto di partenza sarebbe la messa in discussione di politiche trumpiane che hanno ribaltato le posizioni tradizionali Repubblicane su, ad esempio, questioni fiscali, sociali, commercio internazionale e immigrazione. Inoltre: quale ruolo avrà la famiglia Trump all’interno del Partito? La partita è aperta. 

Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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