CIÒ CHE ACCADE IN MYANMAR, NON PUÒ RIMANERE IN MYANMAR

Non solo il Mediterraneo: anche in Asia c’è una rotta che migliaia di migranti tentano di attraversare per ottenere condizioni di vita migliori

Una storia già sentita

Quotidianamente ci arrivano notizie riguardanti flussi migratori provenienti dal Nord Africa, imbarcazioni precarie e sovraffollate disperse in mare, accordi falliti per la riforma del trattato di Dublino. L’importanza della tematica migratoria nel Mediterraneo è indiscussa, ed è giusto tenere alta l’attenzione e l’impegno per l’approvazione di politiche migratorie che siano efficaci e funzionanti. Allo stesso tempo, occorre puntare i riflettori anche su eventi altrettanto drammatici che si verificano più lontano dei confini geografici dell’Europa di quanto lo sia il Nord Africa, come la crisi silenziosa che si svolge ben distante dalle coste del Mediterraneo, in un Paese con una significativa varietà etnica: il Myanmar.

Il Myanmar nella scacchiera internazionale

Il Myanmar fece il suo ingresso nell’ASEAN, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (Association for South-East Asian Nations) nel 1997. L’ASEAN rappresenta un importante successo di integrazione regionale in Asia, con profonde differenze rispetto al progetto Europeo, e frutto principalmente di interessi economici. L’associazione del Myanmar non è di certo passata inosservata alla comunità internazionale, che ha risposto in modo diverso a questo evento, come chiaramente spiegato da Robert Cribb in un articolo presentato su “Asian Perspective” (volume 22, no. 3, 1998, pp. 49-62). Per molti Paesi dell’ASEAN, l’esclusione del Myanmar dall’Organizzazione avrebbe comportato un potenziale rischio di avvicinamento del Paese alla Cina, stato non membro dell’ASEAN.

In aggiunta, tali Paesi non esitarono a sfregarsi le mani di fronte ai vantaggi che sarebbero potuti derivare a seguito di una maggiore integrazione economica.  D’altra parte, nel mondo occidentale, Unione Europea e Stati Uniti si sono uniti congiuntamente per esprimere le loro perplessità al riguardo, di fronte agli evidenti problemi del Paese nel rispettare principi democratici indiscutibili per l’Occidente. In particolare l’Unione Europea, che vede il rispetto dei diritti umani, democrazia e stato di diritto alla base della sua complessa struttura istituzionale; non può digerire con facilità le mancanze del Myanmar. Al momento, il Paese si trova in una situazione estremamente precaria e preoccupante agli occhi della comunità internazionale, alla luce della recente presa di potere del regime militare nel Paese. Il golpe e l’arresto della leader della Lega Nazionale per la Democrazia, Aung San Suu Kyi – una figura già estremamente controversa, alla luce della sua presa di posizione poco chiara contro le discriminazioni verso i Rohingya – rivelano le fragilità di cui il Paese non riesce ancora a liberarsi, nonostante l’impegno per instaurare una democrazia stabile e giusta.

Una minoranza discriminata

La crisi che si sta verificando in Myanmar è quella che spinge migliaia di persone a spostarsi dallo stato di Rakhine, nella parte occidentale del Paese, per raggiungere il Bangladesh. Un flusso che dal 2017 ha portato circa 745 mila Rohingya ad emigrare in Cox’s Bazar, nel Golfo del Bengala. Quella Rohingya è una minoranza musulmana nel Paese, e le cause che hanno portato ad un fenomeno migratorio così significativo si riscontrano nelle profonde tensioni esistenti tra tale minoranza e la maggioranza Buddista del Paese, che nega la “cittadinanza Rohingya”, arrivando ad escludere questa parte di popolazione dal census nel 2014. Costretta in una morsa di minacce e terrore, la comunità Rohingya cerca di fuggire alla ricerca di condizioni di vita migliori. Una storia che può suonare ben familiare alle orecchie di molti Europei, quando si pensa alle migliaia di persone che dall’Africa tentano la rotta del Mediterraneo.

La condizione delle donne

Come spesso accade, le donne soffrono pesantemente le conseguenze di un fenomeno con profonde radici sociali e culturali. Secondo notizie di Amnesty International, per le donne Rohingya le discriminazioni non si fermano al confine, ma continuano anche una volta che si riesce a raggiungere il Bangladesh, nonostante sempre lo stesso articolo spieghi come il Bangladesh abbia ratificato il Patto Internazionale dei Diritti Economici, Sociali e Culturali, incluso l’Articolo 13 che riconosce il diritto all’istruzione senza discriminazione. In tale cornice, appare evidente come per le donne Rohingya l’educazione rimanga un privilegio, e gli abusi la normalità. Il diritto all’istruzione, ancora negato in diversi Paesi in via di sviluppo, colpisce in modo drammatico donne e ragazze non solo per via delle loro origini etniche.

Amnesty International racconta infatti anche di discriminazioni legate a taboo e credenze quali la supposta mancata “purità” della donna durante il periodo mestruale. Ciò crea un vertice di discriminazione intersezionale, che spiega la difficoltà che donne del Myanmar – e non solo – hanno ad essere accettate all’interno della società, per via delle varie forme di discriminazione che sono costrette a subire. Oltre che estremamente ingiusto e doloroso, tale paradigma risulta anche molto difficile da abbattere, quando profondamente radicato nella società. 

E l’Europa dov’è?

Gli standard comuni di protezione dei diritti umani in ASEAN sono fragili e di dubbia efficacia. In una situazione del genere, non prestare la dovuta attenzione a gravi episodi di abusi e violazione dei diritti umani, a prescindere dalla distanza geografica di un territorio dall’Europa, è un grave errore. L’Unione è nella posizione di alzare la sua voce per denunciare con forza un fenomeno di cui al momento non si parla abbastanza, che rischia di essere dimenticato. La politica estera dell’Europa deve riflettere i valori su cui si è costruito il blocco stesso, tra cui c’è sul podio il rispetto dei diritti umani, insieme ai valori democratici e lo stato di diritto.

Oltre alle relative misure sul piano di aiuti economici e commercio estero, è importante assumere una posizione ferma e chiara anche sulla condizione delle donne nella regione. Il Piano d’Azione per la Parità di Genere promosso dall’Unione Europea, che si può consultare direttamente sul sito della Commissione Europea e il cui scopo è quello di salvaguardare i diritti delle donne promuovendo la parità di genere su scala globale, potrebbe essere un’occasione preziosa in questo senso. Il Piano costituirebbe infatti il nuovo trampolino di lancio per la promozione di una politica in grado di mettere al primo posto i diritti delle donne nelle relazioni esterne dell’UE. L’Europa non può restare muta di fronte alle morti in mare, gli abusi e le sofferenze di decine di migliaia di persone in Asia, e delle ingiustizie subite da tante donne. Quando leggeremo dei movimenti migratori dei Rohingya nei libri di storia, che cosa si dirà del ruolo del Vecchio Continente?

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