MEMORANDUM D’INTESA ITALIA-LIBIA: LA PERCEZIONE DEL “MIGRANTE”

Foto Moas/LaPresse21-04-2015 Canale di Sicilia (Italia)CronacaSbarchi, salpa Phoenix: nave privata con droni salva-profughiQuaranta metri, in alto mare, per salvare vite umane. La nave si chiama Phoenix I, ed è la prima imbarcazione privata destinata alle operazioni di soccorso nel Canale di Sicilia. Dopo il suo debutto, lo scorso agosto, partirà, da Malta, per la sua seconda missione il 2 maggio e stavolta, oltre alle 20 persone di equipaggio, avrà a bordo anche personale medico e paramedico di 'Medici senza frontiere'.Nella foto: salvatggio migrantiL'imbarcazione possiede, oltre ai droni, due Rhib, gommoni a scafo rigido. Vengono distribuiti giubbotti di salvataggio, acqua e cibo; viene inoltre effettuato un primo monitoraggio sanitario con il paramedico a bordo dei gommoni per valutare le prime ed eventuali emergenze.DISTRIBUTION FREE OF CHARGE - NOT FOR SALE

l recente rinnovo dell’accordo Italo-libico in materia di contrasto all’immigrazione pone davanti all’esigenza di chiederci come realmente percepiamo l’“altro”, nello specifico colui che migra. 

Il 2 febbraio 2017 viene firmato il “Memorandum d’Intesa sulla Cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica Italiana”. Protagonisti l’ex Presidente del Consiglio dei Ministri italiano Paolo Gentiloni e il Primo Ministro del Governo di Riconciliazione Nazionale Libico Fayez-al-Sarraj. L’accordo, raggiunto nell’ambito della seconda guerra civile libica, ribadiva che il governo italiano fornisse aiuti economici e supporto tecnico alla Guardia Costiera Libica, al fine di ridurre il traffico di esseri umani nel Mediterraneo.

Nonostante le persistenti denunce e i continui appelli contro le quotidiane violazioni dei diritti umani fondamentali perpetuate nei penitenziari libici, l’Accordo si è rinnovato automaticamente il 2 novembre 2019 e continua ad essere in atto. A seguito della visita ufficiale del Ministro degli Esteri Luigi di Maio a Tripoli del 24 giugno 2020, però, il comitato misto italo-libico si riunisce a Roma al fine di avviare formalmente il negoziato per la modifica del Memorandum. 

A seguito della presunzione di diritto che l’Italia si è arrogata circa il respingimento di persone verso territori in cui la propria vita è in pericolo, dovrebbero sorgere, dentro ognuno di noi, interrogativi inerenti al come percepiamo ciò che consideriamo “altro”. Un “altro” che il mondo massmediatico tende a dipingere sempre di più come un “pericolo”, come una sorta di entità collettiva senza nome che altro non fa se non scardinare le “nostre” certezze e sicurezze. Si intende qui evidenziare l’esistenza di barriere razionali e pre-costruite, di concezioni stereotipate, che avvolgono quel vissuto considerato così lontano dal “nostro”. 

Vi sono alcune questioni rilevanti che azionano meccanismi di percezione nei confronti del percorso migratorio preso in considerazione, e risulta necessario evidenziare quanto sia rilevante, al fine di sgretolare la dicotomia di netta separazione fra il “noi” e il “loro”, il concetto di consapevolezza. Considerando la mera definizione di consapevolezza, essa indica la capacità di essere a conoscenza di ciò che viene percepito e delle proprie risposte comportamentali”.  Quanto siamo consapevoli della realtà migratoria?  Tutti siamo a conoscenza dei complessi flussi migratori e della loro entità. La quantità di dati ad essi riguardanti è vastissima. Ma quanto effettivamente siamo in grado di percepire e sentire che i dati che stiamo guardando rappresentino vite? Quali risposte comportamentali vengono messe in atto?

La piena consapevolezza porta dignità. E la dignità porta vera consapevolezza. La dignità è quel valore intrinseco dell’esistenza umana che ogni uomo, in quanto persona, è consapevole di rappresentare nei propri principi morali, nella necessità di liberamente mantenerli per se stesso e per gli altri e di tutelarli nei confronti di chi non li rispetta”. Prendendo coscienza e consapevolezza della dignità dell’altro, diamo dignità a noi stessi e viceversa. E, così facendo, nella comprensione della dignità, interiorizziamo quanto la suddetta dicotomia possa essere considerata irreale e frutto di pregiudizi insiti nella società in cui viviamo e nella percezione distorta di essa. 

Punto nodale da cui partire risiede, senza ombra di dubbio, nella messa in crisi del principio di uguaglianza, conseguenza diretta del processo di globalizzazione, che ha causato una sempre più evidente discriminazione e paura nei confronti delle differenze, nonché l’inasprirsi di tale contrapposizione “noi”-”loro”. Discriminazioni, basate su pregiudizi infondati e insediatesi nel sub-strato sociale, hanno permesso, e permettono tutt’ora, l’aggravarsi di tale distanza, imposta, perlopiù, da una percezione dell’“altro” completamente astratta e dalla manipolazione di un linguaggio teso non all’incontro e alla relazione, bensì all’estraniamento e alla categorizzazione in senso negativo. 

Qualsiasi essere umano entra, nel suo quotidiano, in contatto con ciò che può essere definito una “cultura globale”, all’interno della quale assente è il processo di riconoscimento di una cultura specifica. La contraddizione rilevante è rappresentata dal fatto che, pur essendo la società globale affermata secondo principi democratici e che rispettino il principio di uguaglianza, quest’ultimo entra, qui, in crisi. La circostanza di non riconoscere e rispettare una cultura specifica e determinata, induce, infatti, non solo alla percezione superficiale di quel principio di uguaglianza, ma anche ad ampliare le distanze fra ciò che viene considerato “cultura della maggioranza” e ciò che, invece, viene identificato come differente e, spesso, ritenuto arcaico o sbagliato, ovvero la “cultura di una minoranza”. Le migrazioni mettono in discussione la standardizzazione e la certezza etnocentrica del “noi”. 

Obbliga a ripensare alle modalità con cui si guarda al mondo globalizzato, alla sua interpretazione. Impone di rimodulare il linguaggio e rivalutare il significato dell’accogliere, cambiando la percezione dell’“altro”, identificato come “invasore”, o comunque pericolo. Infatti, uno dei principali fattori propulsori e costituenti la distanza percepita fra ciò che viene etno-centricamente individuato come “noi” e quanto, invece, classificato come “loro”, risiede, senza ombra di dubbio, nel linguaggio. A partire da quello utilizzato nel quotidiano, massmediatico, ma anche a livello giuridico, di facile individuazione risultano molteplici espressioni e parole che contribuiscono alla formulazione di un immaginario collettivo negativo, all’interno del quale colui che si sposta viene investito da connotazioni negative e stereotipate. Questo uso improprio del linguaggio e la decrescente importanza che viene deferita alla parola, deriva dalla contraddizione più profonda della globalizzazione, che ha contribuito ad alimentare le disuguaglianze, nonostante la grande interconnessione concessa a tutti gli individui di tutto il mondo. 

Il termine stesso di “migrante”, che indica semplicemente un soggetto che si sposta, ha assunto, nel tempo, una colorazione negativa, che sottende sentimenti di disprezzo e discriminazione. Non prende in considerazione il fatto che non si tratti di soggetti che percorrono rotte unidirezionali e lineari, ma bensì vivono in uno spazio transnazionale e che, quindi, anche il termine “migrante” non sia corretto nemmeno dal punto di vista tecnico, in quanto sarebbe più corretto utilizzare il termine transmigrante. Quello che si dimentica, anche attraverso l’utilizzo di un linguaggio improprio, è l’essere umano in quanto tale e ciò che vive o ha vissuto. Ovvero, si intende significare che un uso improprio delle parole e del linguaggio, inteso come possibilità di espressione e relazione con l’”altro”, non consente di tener presente che i migranti contemporanei vivano vissuti “in-between”, ovvero in spazi transmigratori, in cui si sta in bilico fra un contesto di origine e un contesto di destinazione. 

Anche a livello giuridico frequenti risultano gli usi impropri del linguaggio. La parola razza, ad esempio, è ancora presente nella maggior parte delle Costituzioni Europee. Esige, dunque, riflettere sulla possibilità di ri-pensare le strutture cardine della nostra società, e ri-pensarsi in tale società, attraverso la modulazione di un linguaggio che rifletta la profonda trasformazione avvenuta a seguito della globalizzazione. 

Si rischia, pertanto, a seguito del contatto con la differenza, di tentare di omologarla a ciò che viene percepito come appartenente alla maggioranza, inglobando l’“altro”, senza accettare, e rispettare, la diversità che lo contraddistingue. Con ciò si intende che la definizione stessa di differenza ha origine da quello che viene interiorizzato come tale dal “noi”, escludendo dalla realtà la percezione della stessa che l’“altro” potrebbe avere. Si impone una determinata identificazione di quanto viene valutato “normale” dal punto di vista del “noi” e la tendenza tipica a considerare gli orientamenti del “noi” come positivi. Pertanto, questo punto di vista viene a coincidere con la lente attraverso cui si guarda al mondo dell’altro.  L’alterità viene, quindi, creata dal significato che “noi” diamo alle diversità: ovvero per definire ciò che è diverso da “noi”, utilizziamo ciò che siamo “noi”. 

Reputo fondamentale, pertanto, iniziare a ripensare, prima di tutto a livello giuridico, il linguaggio. Questo perché i nostri diritti e doveri, in quanto cittadini, sono espressione di quel quadro normativo costruito ad hoc al fine di renderci responsabili. Nel momento stesso in cui un altro essere umano, seppur percepito come diverso da ciò che viene considerato “usuale”, chiede aiuto o accoglienza, si è responsabili di tale aiuto. E il diritto deve esserne consapevole. La normativa non può essere luogo di discriminazioni o di parole improprie di per sé discriminanti, quali “razza”. Si tratta di compiere un’inversione di rotta rispetto all’uso corrente di un linguaggio normativo, ma anche quotidiano, che collabori a decostruire e ridurre tale distanza. 

Tutto il “linguaggio delle migrazioni deve cambiare”, persino il carattere emergenziale dell’ospitalità, che al “loro” viene offerta.  Si ospita temporaneamente, senza accogliere pensando a soluzioni di lungo periodo, cosa che contribuisce a offrire una visione distorta della realtà. “Bisognerebbe provare a ripensare la questione dell’accoglienza in termini di un “noi” che si relaziona con chi ha un’altra storia e viene da altrove e con cui si condivide uno spazio e un tempo”. 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from LAW & RIGHTS