BOSNIA: MIGRANTI AL GELO DELLE ISTITUZIONI

Il caso dei migranti bloccati in Bosnia pone il dubbio sulla reale validità della politica di esternalizzazione delle frontiere, adottata dall’Unione Europea. Quanta responsabilità hanno le istituzioni europee nell’attuale crisi umanitaria? 

L’incendio verificatosi nel campo profughi di Lipa, in Bosnia-Erzegovina, il 23 dicembre scorso, ha costretto l’Unione Europea a risvegliarsi dal torpore ed a riaprire gli occhi sulla realtà della rotta balcanica, da cinque anni canale preponderante delle migrazioni sul fronte terrestre.  

Al momento, sono quasi 9.000 le persone, provenienti, per lo più, da Pakistan ed Afghanistan, rimaste bloccate in Bosnia. Quello che doveva essere solo un paese di transito, con l’intento di raggiungere gli stati del nord Europa, da Aprile, è diventato invece luogo di uno stazionamento prolungato, senza prospettiva alcuna di progressione. L’inverno ha comportato un inevitabile peggioramento di condizioni già di per sé precarie, portando i migranti a dover convivere con temperature rigidissime e l’arrivo della neve. 

Migranti in “quarantena” perenne

Non si tratta di un evento nuovo, ma di un fenomeno che si verifica in Bosnia da almeno 3 anni. Da quando, cioè, la rotta balcanica storica, che attraversava Serbia ed Ungheria, si è spostata in territorio bosniaco, a seguito della costruzione del muro da parte di Viktor Orbán.

Il tentativo di limitare i flussi migratori è solo parzialmente riuscito, il numero di persone che attraversano la rotta balcanica è diminuito, ma chi intraprende il viaggio lo fa in condizioni sempre più impervie e disperate. Il campo di Lipa, allestito nel mezzo del bosco, a 30 km dalla prima città, è stato da subito definito non adatto ad ospitare un così alto numero di persone, da parte della Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

Il centro, infatti, è privo di acqua corrente e di elettricità ed è volutamente isolato dall’ambiente cittadino. La scelta risponde alla precisa volontà di distanziare i profughi da parte della comunità bosniaca la quale, seppure nelle prime ondate migratorie del 2018 si era dimostrata particolarmente disponibile all’accoglienza, recentemente ha assunto un atteggiamento di chiusura, anche in risposta alle carenze organizzative dell’amministrazione locale. Carenze che hanno determinato la decisione dell’OIM di non gestire più il campo, proprio in ragione del mancato rispetto degli standard internazionali di accoglienza profughi.

Le mancanze strutturali del contesto bosniaco

Nonostante la Bosnia-Erzegovina, da ormai tre anni, sia interessata dal fenomeno migratorio non si è ancora dotata di centri di accoglienza adeguati, spesso vengono semplicemente riadattati vecchi edifici che ospitavano fabbriche o magazzini, in stato di abbandono ed evidentemente non idonei, perché non pensati per ospitare individui.Le carenze, che si riscontrano nel paese, sono anche di tipo organizzativo; delle 9.000 persone, presenti nei campi, solamente  6.300 sono state registrate. Ciò in virtù di evidenti difficoltà da parte dell’amministrazione bosniaca: manca, del tutto, un coordinamento in loco.

Lipa è gestito dal governo centrale della Bosnia-Erzegovina, sotto la responsabilità del Ministero della Sicurezza, che a sua volta opera attraverso un’agenzia interna al Ministero, l’Ufficio per stranieri, organo che si è sempre occupato esclusivamente della parte burocratica (registrazione degli stranieri ed erogazione dei visti) ma del tutto impreparato alla parte logistica, per la quale si affida al Ministero della Difesa.

La complessa amministrazione del Paese, composto da due entità, Repubblica serba e Federazione croato-musulmana (a loro volta suddivise in dieci cantoni), gioca un ruolo tutt’altro che marginale nella precarietà dei migranti, spesso le decisioni del governo centrale vengono invalidate dalle reazioni delle singole amministrazioni. Dobbiamo ricordare che si tratta di un Paese extraeuropeo, con tassi di povertà ed emigrazione ancora molto alti, non dotato di un budget adeguato per far fronte alle elevate spese richieste per l’adeguamento dei sistemi di accoglienza.

Per tale ragione, negli ultimi tre anni, l’Unione Europea ha messo a disposizione della Bosnia-Erzegovina oltre 88 milioni di euro, in fondi di assistenza per migliorare la gestione dei flussi migratori.Ciò nonostante, le autorità del Paese non hanno individuato strutture adeguate ad accogliere migranti e richiedenti asilo, per poter garantire un corretto svolgimento della fase di primo smistamento.

A ciò si aggiunga un atteggiamento di mancata collaborazione da parte delle autorità locali, che si traduce in un costante braccio di ferro con le istituzioni europee, più propense ad affidare i fondi all’OIM, tanto per ragioni di trasparenza, quanto per l’incapacità di intervento dimostrata dal  governo bosniaco.Va, peraltro, fatto notare che, in base all’ultimo report della Commissione Europea sulla Bosnia-Erzegovina, l’Ufficio per stranieri, settore asilo, sarebbe sotto organico, con soli quattro impiegati a lavorare alla registrazione ed alla valutazione delle domande d’asilo. 

Respingimenti a catena

Come già detto, i paesi lungo la rotta balcanica sono semplici luoghi di transito per i migranti, il cui vero intento è raggiungere i paesi europei, presso i quali avanzare domanda di protezione internazionale.In base alla sistema sancito dal Patto di Dublino, in materia di immigrazione e diritto di asilo, indipendentemente dallo Stato verso il quale l’individuo è diretto, spetterà al paese di primo approdo processare le domande di asilo e garantire la tutela del migrante, durante lo svolgimento dell’intera procedura.

Per tale ragione, molti Stati europei cercano di impedire del tutto di oltrepassare i confini. Sono stati segnalati, difatti, veri e propri “respingimenti a catena”, dall’Italia verso la Slovenia, poi verso la Croazia e da qui nuovamente verso la Bosnia.  Nell’ultimo anno tali respingimenti, al confine italo-sloveno, sono addirittura raddoppiati, in virtù di un Accordo di riammissione e di collaborazione tra le due polizie di frontiera, stilato nel 1996, che consentirebbe all’Italia di rispedire i richiedenti asilo in Slovenia, senza processare le loro domande di protezione internazionale. 

Tuttavia, ai sensi del diritto internazionale, tale tecnica delle “riammissioni” risulterebbe del tutto illegale, dal momento che alla persona richiedente asilo dovrebbe sempre essere concessa la possibilità di avviare una equa e rigorosa procedura di accertamento, circa la sussistenza dello status di rifugiato, in virtù dell’art 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e dell’art 1 della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato, del 1951. 

Recentemente, anche il Tribunale di Roma-Sezione diritti della persona e immigrazione, in un’ordinanza del 18 gennaio 2021, ha statuito che tale metodologia viola la Costituzione Italiana e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. I respingimenti, oltretutto, violerebbero anche il divieto di espulsioni collettive, sancito dal Protocollo Aggiuntivo n. 4 della CEDU. In mancanza di altri canali per raggiungere i paesi europei, molti migranti hanno tentato di avanzare domanda di asilo nella stessa Bosnia.

In base ai dati del Country Report, raccolti dalla Commissione Europea, nello stato bosniaco, durante tutto il 2019, solo 784 persone sono riuscite ad avanzare una richiesta di protezione internazionale, delle quali solo 3 hanno ricevuto lo status di rifugiato (prima volta dal 2014 in cui avviene tale riconoscimento in Bosnia), 8  hanno ottenuto la protezione sussidiaria, mentre 9 domande sono state respinte. Il dato più rilevante è che le restanti domande non sono state portate a termine, perché i diretti interessati avevano già lasciato il paese, prima del termine della procedura.  Questo perché la durata media dell’intera procedura di asilo, in Bosnia, è di più di 313 giorni.  

Le violazioni delle polizie di frontiera ed il ruolo dell’UE

Anche dopo l’intervento dell’esercito bosniaco, che ha costruito tende parzialmente riscaldate, le condizioni in cui vivono attualmente gli ospiti del campo sono ai limiti dell’umanità. L’assenza di acqua corrente e le temperature gelide hanno impedito ai migranti di potersi lavare e ciò ha determinato il diffondersi della scabbia. Molti presentano sintomi febbrili e tuttavia gli è stato impedito l’accesso al personale sanitario. Vengono riforniti di pasti caldi, da parte della Croce Rossa, una sola volta al giorno.

L’Unione Europea è intervenuta con lo stanziamento immediato di 3,5 milioni di euro ed una severa condanna, ad opera dell’Alto Rappresentante Borrell, delle condizioni in cui versa il campo di accoglienza bosniaco. Si tratta, tuttavia, di una cifra nettamente inferiore a quanto stanziato in favore di Ankara, nel marzo 2016, all’epoca dell’Accordo tra UE e Turchia, per bloccare i flussi migratori. 

Peraltro, il nuovo Patto su immigrazione ed asilo, come modificato a settembre, non ha fatto altro che intensificare la scelta europea di esternalizzazione delle frontiere, delegando a paesi terzi il compito di tenere i migranti lontani dalle frontiere europee.  

Da numerose denunce, sono emerse anche gravi violazioni commesse dalla polizia di frontiera croata (ed ora sembrerebbe anche quella bosniaca). Casi di umiliazioni non necessarie, violenze e spesso mutilazioni agli arti inferiori, per impedire la prosecuzione del viaggio, denoterebbero la condotta comune. 

A tal proposito, il difensore civico dell’Unione europea ha avviato un’indagine sulla possibile responsabilità delle istituzioni europee nelle violenze subite da migranti e rifugiati, per il mancato monitoraggio sull’utilizzo dei finanziamenti, destinati al governo croato per il controllo delle frontiere. 

Il quesito che l’UE dovrebbe porsi è se l’esperienza della esternalizzazione delle frontiere possa dirsi vincente o piuttosto fallimentare. Ad ogni modo, si auspica un intervento di lungo termine, da parte delle istituzioni europee, finalizzato all’elaborazione di una politica migratoria comune, orientata all’individuazione di canali legali della migrazione, non più qualificabile come semplice fenomeno emergenziale.

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