LA DIVISIONE INTERNA ALL’ISLAM RIESCE A SPIEGARE IL MEDIO ORIENTE DI OGGI?

In quest’analisi si approfondiranno le origini della storica scissione interna all’islam tra le due correnti più importanti, quella dei sunniti e degli sciiti. Con uno sguardo poi sulla contemporaneità, si cercherà di capire se si tratti effettivamente di una “lunga frattura” che è tra le cause che contribuiscono a generare instabilità in Medio Oriente o se semplicemente queste differenze vengono oggi esacerbate per giustificare delle rivalità di natura politica.

La frattura storica

Per comprendere da dove nascono le due comunità e del perché si parli di una faida lunga 1400 anni è necessario ritracciare le origini storiche della divisione. Questa avvenne poco dopo la morte di Maometto nel 632 d.C., all’interno della neonata comunità islamica intorno al metodo di scelta del nuovo califfo, ovvero colui che avrebbe retto la umma, ossia la comunità dei credenti.

Il dissidio comparve nel momento della nomina del primo califfo, Abu Bakr, designato dallo stesso Maometto in punto morte come nuova guida dell’islam. Quanti si schierarono con Abu Bakr, e successivamente con i califfi ʿOmar e ʿUthman, furono coloro i quali si autoidentificarono con il nome di “sunniti” – ovvero i seguaci della sunna, e cioè delle tradizioni, dei detti e dei fatti del profeta. 

L’altra fazione, invece, era quella composta da coloro i quali credevano che il successore del profeta dovesse essere necessariamente ricercato tra i suoi discendenti – e cioè su ʿAli Ibn Abu Talib, cugino e genero del profeta che non aveva lasciato figli maschi. Coloro i quali sostennero la designazione di ʿAli come califfo furono appellati “sciiti”, dall’arabo shia ovvero “fazione” o “partito”.   

A partite da questa scissione nata esclusivamente intorno al metodo di successione del profeta, i rapporti tra le due fazioni continuarono a deteriorarsi con il passare del tempo e la nomina del secondo e terzo califfo che precedettero ʿAli nella guida della comunità islamica che nel frattempo andava espandendosi in Nord Africa e nel Vicino Oriente. Quando ʿAli venne designato come quarto califfo, egli si ritrovò presto a dover fronteggiare alcune ribellioni interne alla umma, la più importanti delle quali quella guidata dal governatore della Siria, Muʿawiya, parente del defunto ʿUthman. 

Le rivalità contro quest’ultimo si tradussero in diversi scontri armati che si risolsero in un arbitrato per mettere fine alla faida. Questo atto venne visto da alcuni sciiti – ancora da intendersi esclusivamente come partigiani di ʿAli – come un tradimento della missione divina e pertanto andarono a formare un terzo polo, non riconoscendo più la propria guida né in ʿAli né tantomeno in Muʿawiya. Queste persone presero il nome di Kharigiti – lett. “coloro che sono usciti” – e si macchiarono, pochi anni dopo, nel 661 d.C. dell’uccisione dello stesso ʿAli. Dopo la morte di ʿAli, Muʿawiya approfittando del vuoto politico creatosi, riuscì a farsi riconoscere come nuovo califfo dal mondo sunnita, dando così vita alla dinastia Omayyade.

I seguaci di ʿAli continuarono a supportare la sua discendenza, mentre i kharigiti si ritirarono in alcune comunità e da loro si fa discendere la terza corrente maggioritaria dell’islam: l’ibadismo. Gli ibaditi oggi sono diffusi principalmente nell’attuale Oman e in qualche comunità delle attuali Algeria e Libia[1].

Come si vede, le differenze che hanno portato alla rottura e alla seguente comparsa delle diverse correnti in seno all’islam sono di natura esclusivamente politica. Delle differenze di tipo teologico inizieranno a diversificare le due comunità solo nei secoli successivi.

La nascita della rivalità

Date queste premesse sulla nascita e le tipologie di differenze che intercorrono tra i due gruppi bisogna sottolineare che i sunniti oggi rappresentano all’incirca l’85% del mondo islamico e pertanto sono diffusi in tutto il mondo islamico senza soluzione di continuità. Al contrario, il mondo sciita è rappresentato dalla restante percentuale ed è perlopiù concentrato in Iran, in Iraq, Bahrein con delle minoranze in Siria, Libano e Pakistan.

La divisione netta tra sunniti e sciiti come viene percepita oggi e che sempre più spesso viene inserita dai non esperti come una delle cause principali dell’instabilità mediorientale trova origine non già nella scissione avvenuta dopo la morte di Maometto, ma esclusivamente in eventi che hanno riguardato la vita politica degli Stati mediorientali degli ultimi decenni. Storicamente, infatti, sunniti e sciiti hanno convissuto pacificamente nelle varie entità statali multiculturali e multireligiose che sono esistite nella regione nel corso dei secoli senza che nessun tipo di rivalità opponesse le diverse comunità religiose. 

Gli eventi che hanno contribuito a creare e a fomentare una divisione settaria tra le due correnti sono in particolar modo due, collegati tra di loro e molto recenti: la rivoluzione iraniana del 1979 e la presa del potere da parte di Saddam Hussein in Iraq nello stesso anno. 

Gli eventi rivoluzionari che corsero in Iran nel ’79 non possedevano una dimensione settaria e mescolavano un’ideologia di tipo religiosa con altre influenze provenienti da ambienti socialisti che condividevano istanze di rivolta contro il potere nelle mani dello shah. È solo dopo la presa del potere da parte di quello che diventerà l’ayatollah Khomeini, infatti, che la rivoluzione ha iniziato a colorarsi di una connotazione esclusivamente religiosa e più in particolare, sciita. 

Con la presa del potere da parte di Saddam in Iraq nello stesso anno, i due paesi entrarono in aperta rivalità molto presto e lo scontro che tra i due paesi seguirà per i 10 anni successivi contribuì fortemente ad esacerbare delle divisioni settarie fino a quel momento di fatto inconsistenti. Khomeini, infatti, si trovò opposto ad un Iraq supportato da una coalizione costituta dalle maggiori potenze della regione – sunnite – e dagli Stati Uniti, particolarmente avversi all’Iran rivoluzionario dopo la crisi degli ostaggi, ed esasperò alcuni degli elementi caratterizzanti dell’islam sciita per assicurarsi un continuo e costante supporto da parte dei propri cittadini contro l’attacco iracheno. La strategia funzionò e la guerra finì sostanzialmente senza vincitori né vinti, tuttavia essa gettò le basi per la nascita di una generazione di iraniani che, strettasi attorno alle istanze del paese, divenne particolarmente estremizzata nella propria ideologia rivoluzionaria e religiosa, come quella del gruppo paramilitare dei Pasdaran[2].

Il campo sunnita, dall’altro lato, ha invece sperimentato una estremizzazione delle proprie istanze soprattutto a causa di agenti e gruppi più o meno paramilitari come Al-Qaeda e più recentemente l’autoproclamatosi Stato islamico (IS) che hanno portato avanti azioni violente anche contro gruppi e minoranze sciite promuovendo una visione dell’islam particolarmente settaria.

Sunniti e sciiti oggi: la “guerra fredda mediorientale”

Dalla guerra Iran-Iraq la rivalità tra quella che diventerà la sfera sunnita alla cui guida si proporrà l’Arabia Saudita e quella sciita, a guida iraniana, si è combattuta a più riprese in Medio Oriente anche se mai in modo diretto e perlopiù a colpi di “soft power”. Il ricorso e lo sfruttamento di divisioni di carattere religioso hanno permesso ai due attori in campo di giustificare i loro ripetuti scontri in guerre per procura all’interno del più ampio contesto regionale, come ad esempio in Libano, nell’Iraq post-2003, nel conflitto civile siriano e ancora in Yemen. 

Iran e Arabia Saudita agiscono dunque oggi a tutti gli effetti come agenti settari, farcendo le proprie politiche di elementi divisori, fortemente opposte a danneggiare il proprio opposto tramite l’uso non diretto della forza e lo sfruttamento di milizie e fazioni che si identificano con dei valori che sono stati riattivati da questo genere di retoriche adottate negli ultimi tempi nel contesto della lotta per l’egemonia regionale. Ad esempio, un’alleanza di attori sciiti – perlopiù non statali – tra Iraq, Libano e Bahrein insieme al sodalizio con la presidenza siriana, ha dato vita a quello che nel 2004 il re di Giordania ha definito “la mezzaluna sciita”.

Le motivazioni che spingono ad usare un comportamento del genere da parte delle due potenze ricadono comunque sempre ed esclusivamente nell’ottenimento di risultati politici, nel quadro di quella che è stata appella come “Guerra Fredda mediorientale”[3]. Dopo lo scoppio delle cosiddette “primavere arabe” inoltre, l’aspetto settario è stato ulteriormente estremizzato con la volontà di plasmare un nuovo sistema regionale. Attori come il Qatar o la Turchia hanno esacerbato anche tramite il ricorso a gruppi salafiti-jihadisti le divisioni etnico-religiose per poter ampliare la propria sfera di influenza, come quanto accaduto, ad esempio nel contesto della guerra civile libica[4].


Copright Immagine: Einaudi Blog

[1] A. Bausani, L’islam: una religione, un’etica, una prassi politica, Garzanti, 1999.

[2] M. Campanini e S. M. Torelli, Lo Scisma della Mezzaluna, ISPI, 2017.

[3] G. F. Gause III, «Beyond Sectarianism: The New Middle East Cold War,» The Brookings Institution, 2014.

[4] N. Hashemi e D. Postel, Sectarianization: Mapping the New Politics of the Middle East, Oxford University Press, 2017.

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