I FANTASMI DELLA MEMORIA

Una memoria parziale

Come ogni anno, il 27 gennaio, il mondo intero si ferma per un istante. In maniera pressoché unanime i nostri pensieri ritornano all’inverno del 1945. Immaginiamo i soldati dell’Armata Rossa entrare ad Auschwitz, stanchi ma orgogliosi. Sicuri che il loro sacrificio, nonché quello dei loro compagni caduti sul campo di battaglia, sia stato il prezzo da pagare per un mondo diverso. Migliore. Privo di campi di sterminio sistematici. 

La memoria e il ricordo di quei tragici eventi sono diventati talmente centrali nel nostro calendario, che si è perfino deciso di estendere il momento commemorativo alla durata settimanale, denominandola, appunto, settimana della memoria. In questo periodo, i politici del mondo occidentale, appaiono estremamente impegnanti nell’elargirsi reciprocamente attestati di fiducia, assumono una mimica contrita, e si innalzano a custodi della pace internazionale. Spesso, si può sentir dire loro che il sistema di alleanza entrato in vigore dopo la Seconda Guerra Mondiale ha garantito la pace e l’unità nel Vecchio Continente. Non rendendosi conto della parzialità delle proprie affermazioni. 

Emerge, così, in maniera abbastanza evidentemente che, almeno da un punto politico, i Balcani per Bruxelles rappresentino un limbo di terrà a metà strada tra l’Europa e l’estremo Oriente. Una polveriera per l’appunto, che ancora detiene una forte carica di esplosività. L’Europa politica ha dimenticato quanto più velocemente possibile il proprio fallimento in Jugoslavia. Ha preferito tacere e legittimare le pulizie etniche attuate dai Cetnici in Bosnia e in Croazia. 

Insieme a Mosca e Washington, l’Unione Europea ha delimitato e creato delle nuove zone d’influenza, imponendo una pace che ancora oggi sembra essere piena di lacune e, a tratti, priva di raziocinio. Nei conflitti jugoslavi degli anni Novanta, si è consumata una circoscritta guerra mondiale, che ha coinvolto le principali nazioni dell’emisfero settentrionale. E, sebbene gli eserciti dell’Europa centrale non fossero coinvolti in primo luogo, le trame della geopolitica internazionale si sono intrecciate e spezzate su questa terra, riducendo a brandelli secoli di convivenza multietnica e multireligiosa. 

La finanza europea ha preso il posto delle armi, comprendendo che nella guerra dei Balcani l’opportunità speculativa derivata dai nuovi mercati nascenti sarebbe stata enorme. Bonn, ad esempio, fu rapidissima a fornire alle repubbliche secessioniste linee di credito privilegiate e accordi di scambio commerciali, cercando attraverso questa politica di riassorbire immediatamente lo shock economico creato dalla riunificazione della Germania[1]. Inoltre, la manodopera a basso costo locale, in particolar modo nel mondo della tecnologia, rappresentò una ghiotta opportunità per la grande borghesia teutonica. 

Dimenticare

Ed è proprio in seguito al fallimento internazionale dell’Onu e della Nato in Bosnia Erzegovina, in seguito allo smembramento stesso della Jugoslavia, che si è deciso di dimenticare la guerra che ha tinto di rosso il letto della Drina. Che si è deciso deliberatamente di non ricordare, di non considerare le vittime dei campi di sterminio serbi e croati nella stessa misura di quelle dell’Olocausto. Keraterm, Trnopolje e Omarska non sono Auschwitz o Mauthausen. Per loro nei libri di storia c’è un posto subalterno, un capitolo poco studiato. E questo, forse, perché una riflessione troppo profonda creerebbe discussioni scomode, riporterebbe a galla quesiti terrificanti. Sorgerebbe, ad esempio, immediatamente la domanda su come sia stato possibile che nella civilissima Europa borghese e benpensante degli anni Novanta si sia potuta consumare una nuova politica di pulizia etnica? E ancora, come sia stato possibile che circa mezzo secolo dopo la politica inglese dell’appeasement, l’establishment europeo si sia seduto a dialogare con gli aguzzini serbo bosniaci concordando la spartizione della Bosnia Erzegovina?

Come ha sostenuto a più riprese il giornalista italiano esperto di Balcani Paolo Rumiz, probabilmente le spiegazioni di tale fenomeno sono da rintracciare nella miopia mediatica. Questa, è stata impegnata per distillare nell’immaginario europeo una violenza priva di contesto politico e troppo sommariamente etichettata come etnica. La sequela di immagini che arrivavano dalla Jugoslavia in guerra, diventavano ottime per accompagnare la cena degli europei, convinti di avere davanti ai propri occhi immagini esotiche, di una guerra che mai avrebbe potuto intaccare con la loro quotidianità.

“Gli aggressori della Bosnia – scrive Rumiz – hanno capito in anticipo che il nostro voyeurismo televisivo equivaleva a perfetta cecità, e ne hanno tratto i loro vantaggi. Constatato che dalle nostre parti la politica dipende dalla TV (quindi uno strumento cieco), essi hanno capito in anticipo che la nostra politica estera sarebbe stata cieca, dunque, avrebbe garantito loro l’impunità”[2].

Eppure, Trieste è più vicina alla Bosnia Erzegovina che non alla Calabria. Ma, nonostante ciò, le coordinate spaziali diventano estremamente relative quando si tratta di Balcani. Auschwitz e Mauthausen appaiono così vicine al nostro quotidiano, mentre Srebrenica e Gorazde si ha delle difficoltà perfino a collocarle geograficamente. 

D’altronde, dimenticare Srebrenica è stato il leitmotiv della guerra in Bosnia-Erzegovina. In primo luogo, obliando che nel 1991 la popolazione urbana era composta dal 73% di non serbi, poi, ignorando le dichiarazioni del Generale Philippe Morillon, il quale, nel 1993, in prossimità della cittadina di Cerska, alle porte di Srebrenica, ebbe il coraggio di affermare che non sentiva “odore di sangue” e deducendo così che non vi era stato alcun massacro. In ultimo, rendendo la città una zona di sicurezza smilitarizzata e sotto il controllo dell’UNPROFOR solo al livello teorico. In realtà, ciò che venne fatto fu quello di privare gli abitanti della maggior parte delle armi di difesa, spianando la strada ai serbi-bosniaci. Alla fine, la mattanza del luglio 1995 e la morte dell’Onu, così come descritta da Gigi Riva e Zlatko Dizdarević nel libro L’Onu è morta a Sarajevo

La Republika Srpska, però, non è la Germania nazista, e Potočari non è Auschwitz. Anche se, dati e statistiche a parte, la metodologia di sterminio non sembra essere molto differente. Ed allora ecco la falsità della Giornata della Memoria così come attualmente concepita. Selettiva, ipocrita e puramente strumentale. Emblema del dislivello delle morti, del diverso peso e ruolo storico dei drammi. E mentre il mondo intero si stringe dietro le parole “mai più”, proprio da Srebrenica, proprio il 27 gennaio, arriva un nuovo grido d’allarme, anche questa volta ignorato. Infatti, il quotidiano sarajevese Oslobođenje ha riportato l’ennesima provocazione pervenuta dai partiti radicali della Republika Srpska.

Secondo quanto scrive l’iportante giornale bosniaco, l’attuale sindaco di Srebrenica, Mladen Grujicic, ha usato parole di fuoco per commentare la decisione della Corte della Bosnia- Eregovina sul rigetto dei ricorsi contro la decisione della Commissione elettorale centrale sull’annullamento delle ultime elezioni locali di Srebrenica. Secondo Grujicic: “Queste decisioni – riporta l’Oslobođenje – scandalose e distorte dimostrano che la Bosnia Erzegovina non sembra uno Stato e che la Republika Srpska deve diventare indipendente perché non c’è vita con chi sminuisce, condanna e ignora tutto ciò che è serbo, volendo imporre potere assoluto e leggi adatte solo ai non serbi”. 

Eppure era iniziata proprio così, con un memorendum nel 1986, con un presunto complotto internazionale contro i serbi, con le resumazioni delle reliquie del duca Lazar, con la neccessità di terre, ma, soprattutto, con il disinteresse internazionale. 

Ricordare è importante nella costruzione dell’identità della società, ma spesso è anche sinonimo di ritardo, di colpa, d’incapacità tempistica nel drenare una emorragia spesso evidente. Il ricordo, dunque, dovrebbe essere accompagnato da una reale politica di monitoraggio e di intrvento preventivo. In Bosnia-Erzegovina questo non è ancora accaduto dal 1995, la strada risulta ripida e tutto fuorchè che sminata. E allora ritorna ancora quella domanda di cui avevamo discusso sempre da queste colonne: la guerra in Bosnia Erzegovina è veramente finita? 


[1] L. Rastello, La guerra in casa, Einaudi, Torino 1998, p.33

[2] P. Rumiz, Maschere per un massacro, Feltrinelli, Milano 1996, p.25

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