LIMITI E CONQUISTE DELLA LEGGE IRANIANA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Quest’anno il governo dell’Iran ha approvato una legge contro la violenza sulle donne, dopo anni di lotte da parte di associazioni e movimenti per i diritti umani.  La legge è stata accolta da molte come un progresso per il Paese. Dall’altro lato, presenta alcuni punti critici evidenziati da organizzazioni internazionali come Human Rights Watch.

Nel 2012 Amnesty International aveva prodotto un documento di denuncia contro l’Iran, uno dei 4 Stati a non aver ratificato la convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne (CEDAW). Nel documento si evidenziava come le leggi iraniane fossero discriminatorie nei confronti delle donne. Anche grazie a quel documento, nel 2013 il governo di Mahmoud Ahmadinejad presentò al Parlamento una proposta di legge sul tema. La proposta fu però rigettata. Da almeno sedici anni in Iran si protesta e si organizzano campagne per spingere il governo a formulare una legge in merito, senza particolare successo, ma l’incremento dei casi di violenza coinciso con la pandemia e lo scoppio del movimento #metoo anche in Iran, hanno dato una spinta al processo. 

A cambiare la percezione dell’opinione pubblica ha contribuito un fatto di cronaca accaduto durante il 2020: un padre ha ucciso la figlia che era scappata con il fidanzato. Nonostante l’omicidio, l’uomo è stato condannato solo a dieci anni di carcere con l’attenuante di avere un legame familiare con la vittima. Dopo l’evento il Parlamento ha approvato una legge contro la violenza su minori e allo stesso tempo si è fatta più pressante l’urgenza di una legge contro la violenza di genere. L’altro episodio scatenante è stata l’accusa di violenza sessuale rivolta a più di cento uomini

Così la proposta del 2013 è stata riconsiderata fino a che, a inizio gennaio 2021, l’amministrazione dell’attuale governo di Hassan Rouhani l’ha approvata. Il passaggio successivo sarà la discussione in Parlamento. Se anche il Parlamento accetterà la legge, questa verrà sottoposta all’attenzione del Consiglio di giuristi ed esperti religiosi. Solo con quest’ultimo lasciapassare si potrà implementare la legge.

Il “Protection, Dignity and Security of Women Against Violence bill” ha come oggetto principale la protezione delle donne contro la violenza in ogni sua forma, includendo quindi anche la violenza sessuale. La legge condanna “Ogni atto intenzionale contro una donna, commesso per il suo essere tale, per la sua posizione vulnerabile o per la natura della relazione e che possa arrecarle danno fisico, morale o spirituale”. Secondo la legge l’atto di violenza deve essere indagato nell’ambito dei crimini contro l’integrità fisica o contro il benessere spirituale, dei crimini contro la pubblica morale e contro i diritti della famiglia.

La legge include anche delle linee guida per il governo, come quella di allocare risorse finanziare per supportare legalmente ed economicamente le donne sopravvissute a violenza e per formare i giudici e altro personale giudiziario su come trattare questi casi. La legge propone anche l’istituzione di spot pubblicitari o programmi televisivi a supporto delle donne e che istruiscano la popolazione per prevenire la violenza di genere. Sottolinea il ruolo del Ministero dell’Istruzione, che dovrà tenere corsi per studenti, genitori e insegnanti per aiutarli a riconoscere la violenza.

Nonostante i contenuti possano sembrare innovativi, molte attivisti e attiviste trovano ancora dei punti critici e valutano la legge come incompleta. L’organizzazione statunitense Human Rights Watch ha sottolineato che la legge è al di sotto degli standard internazionali perchè non criminalizza alcune forme di violenza di genere, come lo stupro all’interno del matrimonio e i matrimoni infantili. Per la legge iraniana le ragazze di 13 possono sposarsi se autorizzate dal padre e, previa autorizzazione di un giudice, si possono verificare matrimoni anche per età inferiori. Inoltre la nuova legge non prevede una definizione di violenza domestica, proprio perché si limita a condannare i casi di violenza che siano commessi da un uomo diverso dal marito o comunque in un contesto extraconiugale.

Inoltre non riesamina la definizione di stupro, che in Iran viene considerato come un rapporto sessuale forzato con una donna da parte di un uomo che non sia suo marito. Mantenendo questa definizione, si esclude lo stupro nel contesto del matrimonio. E mantenendo come pena per lo stupro, quella capitale, si crea un deterrente alle denunce. Inoltre, la legge iraniana punisce i rapporti sessuali extraconiugali, rischiando di far risultare colpevole una donna che non viene creduta quando denuncia uno stupro. Dall’altra parte, nella legge sono inclusi alcuni casi limite e poco ben definiti, come proporre a una donna una “relazione illecita” o spingerla a compiere “atti contro la castità”. Con questi ultimi si intendono le relazioni omosessuali e i rapporti sessuali non volti alla riproduzione.

Il punto più criticato, però, è un altro. La legge prevede che in casi in cui l’accusato sia il marito o il padre della vittima, si possa richiedere una mediazione di un mese e tornare dal giudice solo se la mediazione non vada a buon fine. Ma negli standard internazionali questo non è previsto: la mediazione è proibita in tutti i casi e a tutti gli stadi del processo per violenza sessuale o di genere. Resta problematica l’assenza di risoluzioni contro la violenza domestica anche perché la legge iraniana concede molto potere al marito nei confronti della moglie. Per il codice civile, il marito può controllare gli spostamenti della moglie e le sue attività lavorative, allo scopo di proteggere “i valori familiari”.

Può impedire alla moglie di esercitare una professione, se essa non è in linea con questi valori. Sempre nell’ambito familiare, la donna è obbligata a dei doveri di sposa e può essere condannata se non li rispetta, il che rende difficile definire i casi di violenza. Secondo l’articolo 1133 del codice civile iraniano, infine, un uomo può divorziare in qualunque momento mentre una donna può appellarsi a una corte solo in casi limitati, per esempio se il marito smette di sostenerla finanziariamente o se si trova in una situazione “indesiderata e difficile”. La discrezione di quanto sia difficile e intollerabile una situazione, però, è lasciata ai giudici. La legge contro la violenza sulle donne, attualmente in esame in Parlamento, è un piccolo passo avanti in una società con una legislazione ancora fortemente discriminatoria. 

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