LA QUESTIONE ISRAELO-PALESTINESE AI TEMPI DEL COVID-19

Ad oggi, lo Stato di Israele si è dimostrato essere capace di mettere in moto la campagna di vaccinazione contro il coronavirus più efficace al mondo, grazie ad una popolazione ridotta e ad un sistema sanitario efficiente; ma questa campagna di vaccinazione ha escluso circa cinque milioni di palestinesi che vivono nei territori occupati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Lo Stato di Israele sta adempiendo ai suoi obblighi legali e morali o ne è esente?

La corsa al vaccino di Israele

La campagna vaccinale di Israele è considerata un vero successo, il che ha permesso anche un ritorno di popolarità al primo ministro Benjamin Netanyahu che negli ultimi anni ha subito un calo di consensi. Di fatti, Israele è riuscita a garantirsi la consegna di quattro milioni di vaccini Pfizer a prezzo di pagare molto di più di altri Paesi le dosi, aggiungendole a quelle acquistate da Moderna e AstraZeneca.
Il vaccino è così garantito alla popolazione di circa nove milioni e, secondo il Vaccine Tracker di Bloomberg, circa il 21% degli israeliani ha ricevuto la dose del vaccino. Con tali risultati Israele ha superato di gran lunga i tassi di vaccinazione corrispondenti negli Stati Uniti, nel Regno Unito ed in altre nazioni occidentali. Una tale campagna di vaccinazione promette di rendere la popolazione, secondo il governo, completamente vaccinata già entro la fine di marzo, imponendosi come un modello invidiabile per gli altri Stati.

Ed i palestinesi?

Mentre il mondo plaudiva ai successi della strategia di vaccinazione, i critici hanno posto polemiche sull’esclusione dei palestinesi che risiedono nei territori occupati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, che ammontano a circa cinque milioni; popolazione che tra l’altro annovera numerosi contagi, a causa delle condizioni precarie di vita, oltre che circa 1.800 morti. Di fatti, i risultati degli sporadici test fatti sulla popolazione mostrano una rapida diffusione nella pandemia in tali territori. Hamas non dispone di un sistema sanitario capace di sostenere la crescita dei contagi, il quale è prossimo al collasso. L’Autorità palestinese, che di fatto governa solo in alcune aree della Cisgiordania, ha impegnato le sue forze per garantirsi delle dosi; il ministro della salute Palestinese ha autorizzato l’utilizzo del vaccino russo Sputnik V, le cui dosi però saranno disponibili solo nel corso del primo trimestre di quest’anno.

L’altra speranza, per colmare il fabbisogno, viene da Covax, un programma dell’Organizzazione mondiale della sanità per rifornire di vaccini i paesi più poveri, ma non si hanno certezze su quando arriveranno. I problemi della Palestina nell’approvvigionamento sono anzitutto economici, dal momento che i fondi a disposizione non sono sufficienti per garantire a tutta la popolazione l’acquisto di vaccini sul mercato. A questi, si aggiungono i problemi logistici e tecnologici, dato che alcuni vaccini hanno bisogno di essere conservati a temperature molto basse e le autorità non dispongono di freezer adatti. Inoltre, nella Striscia di Gaza l’elettricità è garantita solo per otto ore al giorno, rendendo impossibile una conservazione delle dosi idonea. Infine, l’impedimento ultimo riguarda il fatto che Israele controlla i confini di entrambi i territori palestinesi, per cui, qualsiasi vaccino dovesse arrivare, dovrebbe prima passare sotto la conferma degli israeliani.

Gli obblighi legali

Tale esclusione apre controversie storiche e di diritto internazionale. Secondo le principali istituzioni internazionali, come Onu, Corte di giustizia internazionale e Unione Europea, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza sono da considerarsi come territori occupati. Infatti, in conformità con l’articolo 42 della Quarta Convenzione dell’Aja del 1907, è considerato territorio occupato un terreno che è effettivamente posto sotto l’autorità di un esercito ostile. Nel 2004, la Corta internazionale di giustizia ha definito occupati da Israele i territori palestinesi invasi durante la guerra dei Sei Giorni del 1967.
Nella pratica, la Striscia di Gaza è autogovernata dal 2007 dal gruppo radicale Hamas e le autorità israeliane non hanno accesso, sebbene Israele abbia chiuso i confini della Striscia e di fatto li controlli. In ogni caso, la comunità internazionale considera entrambi i territori come occupati, mentre lo Stato di Israele lo nega.


La Convenzione di Ginevra dichiara che le forze di occupazione hanno l’obbligo di provvedere all’assistenza sanitaria delle popolazioni dei territori occupati. L’articolo 56 recita che “la potenza occupante ha il dovere di assicurare e mantenere con la collaborazione delle autorità nazionali e locali, le strutture ed i servizi medico-ospedalieri, la sanità pubblica e l’igiene del territorio occupato, con particolare riferimento all’adozione e all’applicazione delle misure profilattiche e preventive necessarie per combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie”
Israele sostiene di non essere sottoposta a tale obbligo chiamando in causa gli accordi di pace di Oslo degli anni Novanta, i quali affidano la responsabilità dell’assistenza sanitaria e delle campagne vaccinali all’Autorità palestinese, la quale non ha mai fatto una richiesta formale di aiuto ad Israele.

L’articolo 17 di tale accordo recita che i poteri e le responsabilità nella sfera della sanità in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza saranno trasferiti alla parte palestinese, compreso il sistema di assicurazione sanitaria. Gli accordi di Oslo rappresentano la base sulla quale fu negoziata la pace tra Israele e Palestina, sottoscritta tra Arafat e Rabin; tali accordi prevedevano il ritiro delle truppe israeliane dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania ed il riconoscimento del diritto dei palestinesi all’autogoverno di questi territori. Inoltre, a sconfessare la tesi israeliana vi è il fatto che tali accordi erano stati identificati come temporanei, oltre al fatto che non sono mai entrati in vigore. Anche una commissione di esperti dell’ONU ha chiesto ad Israele di garantire ai palestinesi l’accesso ai vaccini, ma la situazione di fatto è che nei territori le vaccinazioni non sono avvenute, o per lo meno, sono state somministrate le dosi esclusivamente ai coloni israeliani che lì si sono stabiliti.

Gli obblighi morali

Il ministro della Salute di Israele, Yuli Edelstein, sostiene che il Paese aiuterà i palestinesi soltanto quando la campagna per i suoi cittadini sarà completa, dichiarando: «Non penso che ci sia nessuno in questo paese, qualunque sia la sua visione, che possa immaginare che io prenda un vaccino destinato a un cittadino israeliano e lo dia ai nostri vicini».
A dire il vero, la modalità di azione predisposta dal ministro non trova condivisione all’interno degli israeliani; alcune organizzazioni israeliane, palestinesi ed internazionali per i diritti umani implorano le autorità israeliane di intervenire, cercando di fare leva non tanto sull’obbligo legale, ma su quello morale.

Dana Moss, presidente della Physicians for Human Rights Israel, ha dichiarato: “È semplicemente eticamente inconcepibile che un ventiduenne in buona salute che vive in un insediamento in Cisgiordania riceva un vaccino, mentre un ottantenne palestinese con il diabete no“. Anche un gruppo di 200 rabbini ha firmato una petizione che chiede al governo israeliano di accelerare la distribuzione di vaccini alla popolazione palestinese in Cisgiordania e Gaza, richiamandosi al dovere morale di una potenza militare dominante di prendersi cura dei più vulnerabili della società palestinese.

Nel frattempo, quel lembo di terra conteso tra israeliani e palestinesi, tra il Mediterraneo ed il Giordano, continua a far parlare di sé ed entrambe le fazioni sono sotto l’occhio di tutti. 

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