ELEZIONI UGANDA 2021: TRA RICONFERME E SPERANZE DI CAMBIAMENTO

In una cornice di instabilità tipica dell’Africa, l’Uganda si presenta come uno dei Paesi più dilaniati dalla manipolazione costituzionale, dalla brutalità della polizia e altre tattiche repressive contro l’opposizione e dalla piaga della dittatura: di fatto, la rielezione a Presidente dell’Uganda di Yoweri Museveni, il 14 gennaio 2021, racchiude tali costanti della politica africana.  

Inizialmente adorato come un liberatore che porta la pace nel suo Paese martoriato dalla violenza, Museveni è salito al potere nel 1986, dopo aver guidato una rivolta armata del National Resistance Movement (NRM), e da allora non si è riscontrato alcun turnover governativo ugandese; infatti, nonostante la Costituzione del 2005 gli impediva teoricamente di partecipare alla corsa presidenziale, dopo aver riscritto illegalmente il testo costituzionale per rimuovere i limiti di età e di durata, il leader di Kampala non ha permesso alla popolazione ugandese di conoscere altro Presidente per oltre 35 anni. 

La presidenza Museveni è sempre stata caratterizzata dalla divisione e dagli scontri, governando il paese dell’Africa orientale con il pugno di ferro, alla stregua dei suoi colleghi continentali. D’altra parte, anche in questa occasione le elezioni sembrano essere state caratterizzate da anomalie: il neo-rieletto Presidente ugandese si è presentato ancora più determinato a non permettere agli ugandesi di votare liberamente in questa tornata elettorale poiché per la prima volta, dopo decenni, il suo principale sfidante non era il suo vecchio compagno Kizza Besigye.

Quest’anno Museveni ha avuto un dinamico avversario, Robert Kyagulanyi Ssentamu che ha avuto il sostegno di milioni di giovani ugandesi che chiedono a gran voce il cambiamento. Conosciuto con il suo nome d’arte Bobi Wine, l’ex cantante è entrato nella scena politica dell’Uganda nel 2017 e da allora è diventato la minaccia più significativa per Museveni. Per tale ragione, il governo ha bloccato il sistema Internet alla vigilia delle elezioni per permettere ai suoi amministratori statali di lavorare in completa oscurità, senza fornire alcuna informazione sulle elezioni ed impedendo ai cittadini ugandesi di comunicare, destabilizzando ulteriormente l’opposizione. 

In questo quadro, non è stata una sorpresa che la Commissione Elettorale ha dichiarato vincitore Museveni con il 59% dei voti, mentre Bobi Wine, ha ricevuto il 34%. In realtà, è importante sottolineare che i tentativi di Museveni di assicurarsi una vittoria ad ogni costo sono iniziati molto prima dell’apertura dei seggi: infatti, durante il periodo della campagna elettorale, ha adoperato i poteri statali al suo servizio per cercare di intimidire Bobi Wine, altre figure di spicco dell’opposizione come Patrick Oboi Amuriat del Forum for Democratic Change e i loro sostenitori.

Il suo regime ha anche utilizzato le restrizioni messe in atto per arginare la diffusione del COVID-19 per frenare le manifestazioni dell’opposizione e impedire ai suoi rivali di informare gli elettori di tutto il Paese. Successivamente, dopo che le autorità di Kampala hanno iniziato ad annunciare i risultati preliminari senza offrire alcuna spiegazione su come li hanno raccolti, Bobi Wine ha dichiarato il processo elettorale una farsa e ha annunciato la sua intenzione di contestare legalmente i risultati; questo ha portato le forze di sicurezza di Museveni a razziare il suo complesso, arrestando le sue guardie di sicurezza e imprigionandolo di fatto nella sua stessa casa insieme alla moglie e al figlio, mentre centinaia dei suoi sostenitori sono stati detenuti illegalmente in tutto il Paese.

Essenzialmente, l’elezione sembrerebbe stata progettata per favorire Museveni e, a sostegno di tale posizione, il fatto che, durante la campagna elettorale di novembre, sono scoppiate le proteste per il rilascio dell’ex cantante che si sono concluse con la morte di 54 persone per mano della polizia. Non solo, sembrerebbe inoltre che, secondo quanto riportato dall’Africa Election Watch, sia stato negato l’accesso al Paese agli osservatori elettorali internazionali, gettando ulteriormente l’Uganda nel caos, che non ha potuto avvicinarsi alla soglia minima di un processo elettorale democratico, libero, equo, trasparente e credibile.

Sotto questo profilo, nonostante l’Unione Europea e gli Stati Uniti abbiano sollevato preoccupazioni simili, l’Unione Africana, è rimasta vagamente in silenzio di fronte alle ambiguità elettorali ugandesi; ciò lancia un segnale pericoloso alla comunità internazionale: l’incoraggiamento alla cospirazione di Museveni rispecchia uno dei crucci di fondo dall’Africa, cioè il mancato sviluppo economico a causa dell’instabilità politica e della quasi totale assenza di democrazia. 

D’altro canto, non è solo l’Uganda ad essere afflitta dalla questione del mancato ricambio della leadership; molti Paesi africani sono tormentati dal medesimo problema: senza istituzioni forti per resistere a questi dittatori, l’Africa ha imboccato la strada della “sindrome del Big Man” che sta devastando il continente. Esempi emblematici includono la Repubblica del Congo con Sassou Nguesso, la Guinea equatoriale con Teodoro Obiang, il Ruanda con Paul Kagame, il Camerun con Paul Biya, il Ciad con Idriss Deby, l’Eritrea con Isaias Afwerki e il Gibuti con Ismail Guelleh, e la lista non termina di certo qui. Purtroppo, non è la prima volta che l’Uganda si affaccia ad una crisi politica di questo tipo: già nel 1971, Milton Obote è stato deposto da Idi Amin il cui regime ha guadagnato notorietà per la sua brutalità e gli anni successivi a quest’ultimo sono stati segnati da instabilità politica, con i brevi governi fallimentari di Yusuf Lule, Godfrey Binaisa e Paulo Muwanga. Dunque, la morsa musuveniana in cui è stretta Kampala è solo la punta dell’iceberg. 

In questa cornice, è chiaro che, affinché l’Africa possa raggiungere la stabilità economica e sociale e possa porre le basi per un futuro prospero, le libertà politiche devono necessariamente affermarsi: l’Unione Africana è stata forse troppo accondiscendente con i dittatori; dovrebbe lottare coraggiosamente contro il brigantaggio politico in Uganda e negli altri Paesi dell’Africa e, ad esempio, rielaborare e attuare un meccanismo africano di revisione inter pares, come accade nell’Unione Europea in cui i Paesi con tracce di dittatura non ottengono l’ammissione. In sostanza, l’Unione Africana dovrebbe escogitare modi per ostracizzare i dittatori e scrollarsi di dosso la vecchia cultura politica radicata nel continente che non ha portato altro che la povertà abietta. 

Infine, è importante evidenziare che sembrerebbe esserci un accenno di cambiamento in mezzo al disordine politico ugandese: le tattiche che hanno tenuto al potere per decenni Museveni potrebbero cominciare a perdere la loro efficacia. Sicuramente il Presidente può avere assicurato un altro mandato, ma il suo partito ha subito perdite significative; circa 30 parlamentari, tra cui molti ministri del governo e il vicepresidente, hanno perso i loro seggi, in gran parte a favore dei candidati della National Unity Platform (NUP) di Bobi Wine. Inoltre, il NUP ha sconfitto l’NRM nella regione di Buganda, compreso il triangolo di Luwero, roccaforte di Museveni da 35 anni. Nonostante tutte le violenze e le intimidazioni, i giovani ugandesi sono andati alle urne dove potevano e hanno dimostrato che non sono disposti a rinunciare alla loro lotta per spodestare i vecchi quadri alfine di costruire una strada verso un futuro migliore.

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