ALLA CONQUISTA DELLO SPAZIO

Lo sbarco cinese sulla luna ha riacceso l’interesse delle potenze mondiali per le missioni spaziali, ingaggiando una competizione che parrebbe non prevedere esclusioni di colpi

Il diciassette dicembre dello scorso anno, la sonda cinese Chang’e 5 è atterrata in Mongolia portando con sé circa due chilogrammi di materiale lunare facendo della Repubblica Popolare Cinese (RPC) il terzo stato al mondo a aver compiuto una simile operazione. Il lancio era avvenuto il 23 novembre e in tempi record la sonda ha potuto toccare il suolo del nostro satellite già il primo dicembre. La missione Chang’e 5, come il nome suggerisce, non ha rappresentato un caso isolato ma si inserisce in un programma ben preciso: il “China Lunar Exploration Program” (CLEP), avviato nel 2007 dal centro spaziale di Xichang. Il CLEP, più comunemente conosciuto con il nome Chang’e, prevede una suddivisione in svariate fasi di cui la missione Chang’e 5 ne rappresenterebbe esclusivamente la quinta. Una sesta fase comprenderebbe infatti l’invio di una nuova sonda al polo sud.

Tuttavia, prima di discutere dei piani futuri che la RPC ha in serbo per quanto riguarda i viaggi spaziali, è necessario comprendere l’importanza del successo di Chang’e 5. Questa missione si pone infatti all’interno di una vera e propria “corsa allo spazio” ingaggiata dalle principali potenze mondiali e avrebbe pertanto avvicinato la Cina al podio dei vincitori. Ogni missione spaziale di spessore, del resto, è da sempre stata motivo di grande orgoglio nazionale per il paese a capo della stessa e Chang’e 5 non fa eccezione: gli scienziati della Repubblica popolare hanno deciso di immortalare tale successo realizzando una bandiera di ultima generazione capace di resistere alle rigide temperature lunari, ai raggi cosmici non filtrati, alle polveri abrasive e ai brillamenti solari al fine di mantenerla per sempre “immacolata” e al “suo posto”. La stessa denominazione delle missioni del CLEP, Chang’e, è inoltre un forte richiamo alla millenaria cultura cinese. Chang’e è il nome assegnato dalla tradizione cinese a una divinità lunare molto popolare nell’ambito del folklore locale, una fanciulla che vive in esilio sulla Luna per aver rubato a suo marito la “pillola dell’immortalità”. Curiosamente, secondo una leggenda di origine buddista, Chang’e godrebbe sulla luna della compagnia di un solo amico: un coniglio chiamato Yutu, così come il primo rover targato RPC mai atterrato sulla luna nel 2013. 

Indubbiamente la missione Chang’e 5 rappresenta una tappa storica per quanto riguarda l’esplorazione spaziale e lunare, non solo per il Dragone, ma per l’intera comunità scientifica internazionale. In primo luogo, l’ultimo prelevamento di campione della superficie del satellite fu realizzato quasi quaranta anni fa tramite la sonda Lunnik 24, realizzata e guidata dall’Unione Sovietica; tentativi simili erano stati successivamente pressoché abbandonati. La Cina quindi non ha solo risvegliato per diverse ragioni l’interesse in tale campo, ravvivando la curiosità scientifica del pianeta, ma con l’analisi dei frammenti prelevati potrà fornirci maggiori informazioni circa le condizioni sotterranee della luna e la possibile presenza di acqua nel suo sottosuolo aprendo così un nuovo dibattito sulla possibilità di creare stazioni internazionali semi-permanenti sul satellite. Inoltre, tramite il suo programma, Pechino ha potuto stabilire un nuovo record: l’équipe scientifica a capo dell’operazione è riuscita per la prima volta nella storia dell’umanità a completare con successo un aggancio tra due veicoli nell’orbita lunare permettendo alla sonda incaricata di prelevare i campioni di “ricongiungersi” con la sonda madre che l’attendeva in orbita per riportarla sulla terra.

Ovviamente il dibattito sui pro e i contro relativi alla nuova “space race” che la Cina ha in qualche modo istigato è attualmente vivace e si concentra soprattutto sui potenziali utilizzi della luna e, in special modo, sulla possibilità di installare una base spaziale su di essa come precedentemente accennato. La China National Space Administration (CNSA) ha infatti recentemente confermato di essere non solo pronta per l’invio di almeno tre nuove missioni Chang’e ma si è mostrata anche sicura nell’affermare la possibilità concreta di mettere a punto una base internazionale lunare nell’arco di soli dieci anni grazie anche all’assistenza di paesi stranieri quali la Russia e (forse) l’Unione Europea.

Se da un lato, tali missioni porteranno con ogni probabilità a un’accelerazione positiva dello sviluppo tecnologico mondiale (con addirittura la potenziale creazione di un “sole artificiale” che ci permetterebbe di liberarci dalla schiavitù del petrolio), dall’altro il controllo del satellite terrestre potrebbe rivelarsi pericoloso nell’eventualità di un conflitto su larga scala. Già nel 2007 la Cina aveva allarmato la comunità internazionale dimostrando di poter agilmente inviare nell’orbita terrestre un missile antisatellite in grado di distruggere apparecchiature precedentemente inviate nel nostro spazio. Il controllo quasi territoriale della luna potrebbe quindi rappresentare un’arma pericolosissima in caso di conflitto in quanto si potrebbe virtualmente realizzare missili ad alta velocità che dal satellite raggiungerebbero la terra in pochi secondi. 

Ovviamente tali tipi di ipotesi hanno generato preoccupazioni in seno a Washington, la quale percepisce come sempre più vicina la perdita del suo storico predominio sullo spazio. Nel tentativo di minimizzare la “minaccia cinese”, le autorità americane potrebbero aver involontariamente accelerato, con successo, la corsa del Dragone nella competizione spaziale. Questo è ad esempio il caso del sistema Beidou: quando il governo di Pechino chiese di potersi collegare al GPS europeo “Galileo”, gli Stati Uniti posero il veto portando la Cina a sviluppare autonomamente un proprio GPS (Beidou appunto) che dallo scorso anno risulta ormai totalmente operativo.

Un simile intervento statunitense aveva inoltre permesso al suo rivale di creare una propria Stazione Spaziale in seguito al rifiuto da parte di Washington di integrare nella Stazione Spaziale Internazionale gli scienziati e gli astronauti cinesi. Inoltre, risulta ormai certo come gli Stati Uniti continuino a far pressione sui propri alleati storici al fine di limitare il trasferimento di tecnologie e “know-how” alla comunità scientifica cinese; tra questi anche l’Italia che ha di recente interrotto la propria collaborazione con la Cina nello sviluppo della prossima Stazione Spaziale della RPC sotto pressione americana.

Tuttavia, se gli storici alleati degli USA tendono a restare fedeli alla NASA, la Russia (a seguito di anni di collaborazione con Washington al termine della Guerra Fredda) parrebbe aver gradualmente cambiato alleato. Nel gennaio 2014 la Russia e la Cina hanno firmato un importante accordo di cooperazione in ambito spaziale denominato “Russia-China Project Committee on Important Strategic Cooperation in Satellite Navigation”; tramite tale accordo Mosca è riuscita recentemente a garantire la sopravvivenza del proprio sistema satellitare GLONASS collegandosi al programma Beidou, godendo delle avanzate tecnologie di quest’ultimo, a seguito delle sanzioni internazionali imposte al paese da una grossa fetta della comunità internazionale proprio nello stesso anno dell’accordo. Inoltre, i due stati si sono dimostrati sempre più uniti tramite dichiarazioni congiunte che da anni mettono in dubbio la volontà di Washington di garantire la “neutralità dello spazio”. I due paesi non solo stanno tentando di frenare un possibile armamento spaziale da parte statunitense tramite la richiesta di limitazioni, norme restrittive o univoci codici di condotta in ambito internazionale, ma nel 2019 lo stesso Putin ha dichiarato di aver intrapreso insieme al suo alleato lo sviluppo di un sistema atto a rilevare il lancio di missili balistici ad opera di nazioni straniere sul suolo cinese: a oggi infatti solo Mosca e Washington godono di simili tecnologie.

Se quindi da un lato pare si stia tentando di mettere dei limiti alla cosiddetta “Space warfare”, lo stesso non si può dire per la “New Space Economy”, le cui ripercussioni geopolitiche potrebbero mostrarsi altrettanto drammatiche. Come indicato da un articolo de “Il Sole 24 ore”, la nuova frontiera economica rappresentata da ciò che definiamo spazio può essere suddivisa in tre grandi blocchi o macro-aree. Il primo blocco è costituito dalla politica industriale: tramite la mobilitazione di grossi investimenti e la creazione di nuove tecnologie, la forza di questo blocco risiede nella capacità di dare un forte slancio economico alle compagnie statali e private impiegate nell’ambito aereo-spaziale e nei settori integrati, come l’elettronica e la meccanica. Il secondo blocco riguarda più nello specifico i satelliti e lo spazio orbitale in cui i primi risultano estremamente importanti in termini di raccolta dati e logistica, divenendo un mezzo capace di donare un grosso vantaggio strategico ai paesi che li gestiscono. Il terzo si riferisce invece alla possibilità di sfruttare ben presto i giacimenti minerari di corpi celesti, un business che secondo svariati esperti potrebbe dare vita alla classe dei nuovi miliardari.

Alla luce degli interessi in gioco e delle dinamiche presentate appare chiaro come gli interessi nazionali continuino a prevalere su campi, quali la ricerca scientifica, che virtualmente possono fornire enormi benefici all’intera umanità. Sarà sicuramente necessario un grosso lavoro di cooperazione e diplomazia internazionale per far sì che notizie come lo sbarco cinese sulla luna siano motivo incondizionato di gioia per l’intera comunità mondiale, tuttavia nel recente clima di tensioni sempre più accentuate fra le principali potenze in gioco questo non pare a oggi un obbiettivo raggiungibile nel breve periodo.

Martina Usai

Laureata triennale in Lingue, Culture e Società dell'Asia e dell'Africa Mediterranea (LICSAAM) indirizzo "Cina" e magistrale in Relazioni Internazionali Comparate (RIC) indirizzo Asia Orientale all'università Ca'Foscari di Venezia. Membro di redazione dello IARI per la sezione Asia, con focus sui Paesi del gruppo ASEAN e Corea.

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