NUOVE TENSIONI TRA CINA E TAIWAN: CHE RUOLO AVRÀ L’AMMINISTRAZIONE BIDEN?

Le tensioni tra Cina e Taiwan si intensificano in seguito all’incursione nello spazio aereo taiwanese da parte di aerei militari cinesi. Come si prospettano i rapporti tra i due vicini e che ruolo avrà la nuova amministrazione Biden?

Lo scorso weekend è stato segnato da un inasprimento delle tensioni tra Repubblica Popolare Cinese e la vicina Taiwan. Per due giorni consecutivi, Pechino avrebbe minacciato Taipei conducendo esercitazioni militari nella zona di identificazione aerea a sud-ovest dell’isola. Secondo quanto riportato dal Ministero della Difesa di Taiwan, sabato 23 gennaio, otto bombardieri, quattro caccia e un aereo da pattugliamento marittimo sono entrati nella zona aerea di Taiwan, mentre il giorno seguente le operazioni cinesi hanno visto coinvolti 12 caccia, due aerei da pattugliamento marittimo e un aereo di ricognizione. Non si tratta della prima volta che Pechino utilizza mezzi militari per intimidire e minacciare Taipei. Già nel mese di agosto, una serie di esercitazioni militari eseguite dall’Esercito Popolare di Liberazione cinese aveva allarmato Taiwan e la comunità internazionale. In questo caso le esercitazioni militari dell’RPC avevano seguito la visita ufficiale a Taipei del Segretario della Salute USA e volevano essere un avvertimento per Taiwan e per l’amministrazione Trump a non prendere azioni volte a un riconoscimento ufficiale dell’isola che potessero minare l’equilibrio regionale. 

Le recenti esercitazioni cinesi hanno invece seguito di soli pochi giorni l’insediamento della nuova presidenza negli Stati Uniti. Alla luce dei difficili rapporti che hanno caratterizzato la Cina e la precedente amministrazione statunitense guidata da Trump sembrerebbe che la Cina stia testando il supporto della nuova amministrazione per Taiwan. Non è ancora chiara quale sarà la posizione del nuovo presidente Biden nei confronti della Cina, ma l’aspettativa è che verrà mantenuta una dura linea su una serie di questioni delicate come i diritti umani, la questione di Hong Kong e Taiwan.

Nella prima dichiarazione ufficiale pubblicata dalla Casa Bianca, tenuta dal portavoce del Dipartimento di Stato Ned Pric, è stato riaffermato il supporto della nuova amministrazione nella difesa di Taiwan condannando l’atteggiamento intimidatorio da parte della Cina nei confronti dei suoi vicini e chiedendo a Pechino di cessare qualsiasi tipo di pressione, che sia diplomatica, militare o economica, nei confronti dell’isola, scegliendo invece di aprire un dialogo con i suoi rappresentanti politici eletti democraticamente. 

L’impegno da parte dell’amministrazione Biden nel tentare di preservare lo status quo nella regione tutelando l’indipendenza de facto dell’isola non è certamente una sorpresa. Rinunciare al ruolo di garante della pace sullo stretto di Taiwan, significherebbe per gli Stati Uniti consegnare l’isola nelle mani di Pechino in un passaggio che non si prospetta per niente pacifico. Dopo quattro anni di rapporti sino-statunitensi profondamente travagliati e conflittuali, con Biden sembra esserci la speranza di un ritorno al dialogo tra Cina e Stati Uniti. Questo non significa però che Pechino può tirare un sospiro di sollievo, perché la linea su certe tematiche sembra essere destinata a rimanere quella intrapresa dalla precedente amministrazione. 

La Repubblica Popolare Cinese, con capitale a Pechino, e la Repubblica di Cina, con capitale a Taipei, hanno avuto due governi separati da quando nel 1949, con la fine della guerra civile cinese e la vittoria di Mao Zedong e del Partito Comunista Cinese, il partito nazionalista Kuonmintang guidato da Chiang Kai-Shek è fuggito a Taipei spostandovi il governo e istituendovi la Repubblica Cinese.

Con la distensione dei rapporti tra il Partito Comunista e l’Occidente a fine anni ’70, Pechino ha sostituito Taipei come legittima rappresentante del popolo cinese. Oggi, poche nazioni riconoscono ufficialmente Taiwan, ma di fatto l’isola intrattiene rapporti commerciali e informali con molti Paesi. Da parte di Pechino sono stati innumerevoli i tentativi nel corso degli anni di limitare l’attività internazionale dell’isola con pressioni di vario tipo e oggi la mainland cinese guarda con preoccupazione ai rapporti sempre più stretti tra Taipei e Washington. 

L’unica soluzione per garantire la pace sullo stretto e nella regione continua a essere il mantenimento dello status quo, che è però dato da un equilibrio ancora fragile. Se Taiwan dovesse muovere ulteriori passi verso l’indipendenza de jure, o se altri Paesi e soprattutto gli Stati Uniti dovessero riconoscere Taiwan come uno stato indipendente, la Cina non avrebbe altra scelta che utilizzare la forza per prevenire tale esito.

L’indipendenza di Taiwan significherebbe infatti una perdita di legittimità per il Partito Comunista Cinese la cui retorica interna si basa in larga parte sul concetto di One China Policy secondo cui lo stato sovrano cinese è uno e indivisibile comprendente la mainland cinese Taiwan, Hong Kong e Macao. L’unità cinese in termini territoriali, politici e culturali rimane un principio fondante della repubblica e la rinuncia alle pretese cinesi sull’isola di Taiwan creerebbe un precedente molto scomodo per la Cina relativamente ad altre aree che potrebbero richiedere una maggior indipendenza come Hong Kong o regioni con una minoranza culturale o religiosa predominante come la regione dello Xinjiang o della Mongolia Interna. 

Quello di Pechino è dunque un tentativo di mandare un chiaro messaggio agli Stati Uniti ricordando che la questione di Taiwan è delicata e pericolosa e che stringere dei legami più forti con l’isola e con la sua Presidente Tsai Ing-wen avrà delle conseguenze. La speranza per la Cina è che, conscio della situazione, Biden deciderà di preservare l’equilibrio regionale disincentivando mosse indipendentiste da parte di Taipei, ma sembra difficile credere che anche qualora queste aspettative dovessero realizzarsi Pechino deciderà di moderare il proprio atteggiamento aggressivo. 

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