LE MIGRAZIONI INDOTTE DAL CAMBIAMENTO CLIMATICO: IL CASO DEL SAHEL

Una delle maggiori sfide del nostro tempo è quella legata alla mitigazione del “climate change”. Si pensa infatti che i cambiamenti climatici saranno uno dei fattori geopolitici decisivi nel prossimo futuro poiché costringeranno la popolazione a una lotta sempre più serrata per l’accaparramento e la gestione delle risorse. In questa spirale negativa a farne le spese sono soprattutto i Paesi in via di sviluppo (PVS) in ragione dell’inconsistenza dei mezzi utili a contrastare il fenomeno. Una delle conseguenze più evidenti di questa criticità sono le migrazioni di massa, di cui i casi africani sono esempi emblematici.

 Nonostante la presenza di un nutrito gruppo di negazionisti a livello globale, il cambiamento climatico è ormai un dato di fatto. Il riscaldamento della superficie terrestre, dovuto in larga parte all’intervento umano, manifesta anno dopo anno i suoi effetti con intensità e frequenza sempre maggiori e interessando i più disparati contesti geografici. Il climate change infatti, non si presenta esclusivamente come un aumento generalizzato delle temperature, ma, soprattutto nel breve periodo, attraverso fenomeni improvvisi e devastanti (bombe d’acqua, tempeste, tifoni, temperature incredibilmente basse o esageratamente basse) capaci di mettere in ginocchio le popolazioni che ne subiscono gli effetti. 

Nel tempo gli effetti più tangibili dei disastri naturali lasciano il posto a dinamiche di lunga durata e meno evidenti, come la desertificazione, la siccità, lo scioglimento dei ghiacciai e il conseguente innalzamento delle maree. Una siffatta situazione ha spinto i principali leader globali a interrogarsi sugli effetti dello sviluppo, nel tentativo di trovare un seppur fragile equilibrio fra la crescita economica e la tutela degli ecosistemi e dell’ambiente, così da preservarli, nell’ottica della sostenibilità, per le generazioni successive.

I vari incontri di vertice susseguitisi soprattutto negli ultimi anni non hanno portato i risultati sperati. Una forma mentis orientata esclusivamente allo sviluppo economico infatti è solitamente poco propensa ad accettare compromessi che ne alterino il potenziale di crescita. Anche a causa di un sistema normativo internazionale caratterizzato dall’assenza di vincolabilità, si è affermata nel tempo la prassi del rinvio da parte degli Stati degli obiettivi di sostenibilità e quindi delle proprie responsabilità.

Ma la natura non si cura della disputa politica riproponendo i suoi effetti in modi sempre nuovi e originali, esprimendosi nelle forme del conflitto sociale, della crisi economica o ancora, delle migrazioni di massa. Queste ultime sono da diversi anni al centro dell’attenzione degli studiosi, che tramite la loro analisi cercano di isolarne i tratti comuni per meglio comprenderne le cause e i possibili effetti.  

Le migrazioni di massa sono oggi un fenomeno ampiamente conosciuto ed è stato dimostrato anche scientificamente che la maggior parte di esse non è di matrice politica o bellica ma bensì riconducibile a importanti alterazioni ambientali. Nonostante la grave diffusione del fenomeno, l’identificazione dei migranti ambientali come categoria è sempre stata piuttosto problematica, mutando a seconda del periodo storico nel tentativo di veicolare con l’attività definitoria, una specifica intenzione politica.

Fu così che negli anni settanta e ottanta con il termine rifugiati ambientali profughi ambientali furono identificati coloro i quali abbandonavano le loro abitazioni a seguito di grandi sconvolgimenti che mettevano in pericolo la loro esistenza o danneggiavano seriamente la loro qualità della vita, mentre negli anni novanta Myers definì migranti ambientali “le persone che non potevano garantirsi i mezzi per il sostentamento nelle loro terre d’origine a causa di fattori ambientali straordinari di fronte ai quali l’unica alternativa sembrava essere la ricerca di sostentamento altrove”.

Il problema definitorio non è riducibile a un mero inquadramento del fenomeno, ma determina l’applicazione di un regime normativo piuttosto che un altro, influenzando le politiche di accoglienza degli Stati. I migranti ambientali infatti sono una categoria inesistente per il diritto internazionale. Vengono spesso accomunati ai migranti economici (quelli che fuggono dal proprio Paese per cercare condizioni economiche più vantaggiose altrove) e in ragione della “minore urgenza” del loro trasferimento, la loro accettazione nella nuova destinazione è subordinata al consenso del Paese ricevente. I migranti ambientali rappresentano la parte più consistente dei fenomeni migratori attuali e il loro numero è destinato a salire, facendo ipotizzare l’esodo di circa 200/250 milioni di persone entro il 2050.

La gran parte di questi migranti proviene da territori caratterizzati da società instabili ed ecosistemi fragili. E’ stato oltremodo dimostrato che molti di essi provengono da Paesi agricoli a medio reddito. La tendenza alla migrazione infatti influisce in maniera piuttosto blanda nei Paesi ad alto e a bassissimo reddito. Nei primi si hanno solitamente i mezzi per fronteggiare tali fenomeni, mentre nei secondi non si possiedono le risorse per poter scappare, rimanendo di fatto intrappolati in un sistema che non offre garanzie di sopravvivenza.

I Paesi in via di sviluppo (PVS) sono generalmente quelli più colpiti da tali fenomeni. Una delle manifestazioni più emblematiche di siffatta criticità è sicuramente quella del Sahel e in generale dell’Africa Subsahariana che si caratterizzano oggi come crocevia migratorio principale dell’intero continente. Come già accennato in precedenza, è facile notare come le migrazioni ambientali possano essere favorite da eventi di breve periodo come terremoti, inondazioni ecc. o da fenomeni duraturi come la siccità o la desertificazione.

Nella regione del Sahel la causa principale degli spostamenti è la siccità. Il deserto del Sahara infatti continua anno dopo anno la sua lenta opera di conquista dei territori del sud, privando le popolazioni di queste aree della loro risorsa più importante, la terra da coltivare. In questa regione caratterizzata da Paesi molto fragili dal punto di vista economico e accomunati da un importante ritardo nello sviluppo tecnologico, la coltivazione delle terre è resa difficile dall’assenza di risorse finanziare che si manifestano come ostacoli nell’accesso alle risorse idriche e alle sementi per la coltivazione. A questi fattori endemici, si sommano spesso dinamiche prettamente politiche che favoriscono la degradazione del territorio, il land-grabbing e il water-grabbing.

Con il termine land-grabbing identifichiamo l’accaparramento di enormi porzioni di territorio da parte di multinazionali (di norma straniere) che le utilizzano per la coltivazione intensiva di alcuni prodotti ad alto valore aggiunto e generalmente ad alto impatto ambientale, finalizzati all’esportazione. Il fenomeno acquista una valenza squisitamente politica poichè è stato dimostrato che spesso sono proprio i governi locali corrotti ad essere accondiscendenti verso queste pratiche, avallando metodi di coltivazione poco sostenibili e nefasti per le proprie popolazioni in cambio di promesse di investimento future.

Allo stesso modo, il water-grabbing esercita un forte stress sul territorio in virtù dell’accaparramento delle risorse idriche presenti, spesso in connessione al land-grabbing per il sostentamento delle necessità agricole sopraccitate.

Tutti questi fattori in presenza di condizioni socioeconomiche particolarmente fragili hanno esercitato una notevole pressione sulle popolazioni del Sahel, incentivando il fenomeno migratorio che tuttavia, a differenza di quanto riportato in maniera piuttosto superficiale dai principali media, si presenta soprattutto come migrazione interna al continente.

Tale fenomeno, che verosimilmente ci accompagnerà per lunghissimo tempo e pare destinato a intensificarsi, non è ancora stato affrontato in maniera risoluta dalla comunità internazionale che lo ha considerato in modo intermittente a seconda delle necessità politiche contingenti dei vari Paesi, sfruttandolo esclusivamente a fini elettorali e propagandistici.

In Italia tuttavia, con i Decreti Sicurezza del 18 dicembre 2020, sono stati introdotti alcuni elementi di innovazione che dovrebbero se non altro ispirare le policy dei così detti Paesi avanzati. Nei documenti in oggetto infatti il trattamento riservato ai migranti climatici è stato parificato a quello riservato a chi fugge da guerre o carestie.

Nei documenti sopraccitati è garantita ai migranti climatici la protezione umanitaria, estendendo oltretutto il permesso di soggiorno per calamità naturali a situazioni ambientali gravi, anche di lungo periodo, ovvero non dettate esclusivamente da particolari eventi catastrofici. Come riporta La Repubblica, nelle intenzioni del Governo italiano, “vi è la necessità di tenere il passo dei mutamenti delle esigenze della popolazione mondiale”, nella consapevolezza che “il clima sarà sempre più un fenomeno geopoliticamente condizionante”.

La nuova linea di policy del Governo si inserisce in un percorso di studio piuttosto articolato finalizzato a comprendere il fenomeno migratorio africano. Sono recenti i risultati dell’analisi portata avanti da CNR-LIA (Istituto per l’Inquinamento Atmosferico) in cui si osserva che 9 migranti su 10 in Italia provengano dalla regione del Sahel, verosimilmente a causa di condizioni climatiche avverse che rendono impossibile la sopravvivenza in quest’area.

Partendo dal presupposto che circa il 40% degli ecosistemi del nostro pianeta è arido e che questa percentuale è destinata a salire nei prossimi anni è necessario sviluppare un nuovo senso di responsabilità nei confronti di questo fenomeno. La soluzione al problema migratorio non è una mera questione di politiche di contenimento, di controllo delle frontiere e di accordi bilaterali con i Paesi di transito. La soluzione alla vertenza deve necessariamente passare per una stabilizzazione del clima globale, che non può prescindere dalla volontà delle principali potenze globali di intervenire per tutelare e garantire il nostro ambiente comune, comprendendo una volta per tutte che fronteggiare l’emergenza migratoria significa in prima istanza comprenderne le cause generatrici.

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