“LA PALESTINA OTTOMANA E IL MOVIMENTO SIONISTA DI FINE OTTOCENTO”

Un’analisi storica del tardo XIX secolo – inizio XX secolo del contesto Palestinese e della nascita del Movimento sionista, al fine di far emergere lo sviluppo delle caratteristiche storico-culturali di entrambe le parti in gioco.

Quando si parla della fondazione dello stato di Israele o delle guerre arabo-israeliane, è molto importante approcciarsi all’intera questione tenendo ben in mente le origini di tale questione. In particolare, in questa analisi si approfondirà sommariamente, da un lato, la fisionomia della società araba-palestinese all’epoca della dominazione ottomana e durante le prime migrazioni di comunità ebraiche provenienti dall’Europa, e dall’altro, l’affermarsi del movimento sionista come attore trainante della causa ebraica fin dalla nascita dell’Organizzazione sionista mondiale nel 1897. Il tessuto sociale della popolazione araba di Palestina di fine Ottocento e la parallela realizzazione del movimento sionista sono infatti fattori determinanti gli eventi e il quadro politico e sociale del post-1948. 

“Lo sviluppo del tessuto politico-sociale della Palestina ottomana”

Nel periodo precedente il mandato britannico in Palestina (1920-1948) ebbe inizio, come anche all’interno di tanti altri paesi arabi, una Nahda – “rinascita”, “risorgimento” – culturale e politica nella cosiddetta Qutr al-Filastin, ovvero la Terra di Palestina. Sebbene all’inizio si fosse presentato come un fenomeno piuttosto secondario e quasi irrilevante – poiché assorbito dal più dirompente pan-islamismo e “ottomanismo” – col tempo esso assunse le peculiarità di un nazionalismo regionale. Durante gli anni del mandato britannico, venne coniata la celebre frase che descriveva la Palestina come “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, che da subito divenne argomento di discussione politica e ideologica, soprattutto in chiave anti-sionista – si accusava i sionisti di basare la loro intera ideologia della causa ebraica proprio sul preconcetto che la Palestina fosse da sempre una terra desolata.

Vero è che tale espressione, contestualizzata appunto in un preciso momento storico come quello del XIX secolo, fu adottata principalmente in riferimento alla definizione di quei confini sfumati e poco chiari tipici della Palestina ottomana. Tuttavia, sebbene quest’idea di un territorio piuttosto deserto e persino adatto ad essere conquistato fosse ormai radicata nell’immaginario comune degli ambienti diplomatici europei, la realtà, e vedeva anzi un territorio in forte crescita, soprattutto demografica. Basti pensare al fatto che, nonostante non fosse che una piccola provincia di un Impero Ottomano ormai già in declino, la Palestina avesse già instaurato relazioni politico-diplomatiche con molti Paesi europei e accolto copiosi pellegrinaggi legati ai luoghi sacri delle tre grandi religioni monoteiste.

In particolare, in seguito alla conquista della Palestina da parte del governatore egiziano di origini albanesi Mehmet (Muhammad) ‘Ali Pascià, il quale governò sul territorio dal 1831 al 1840, si assistette ad una progressiva modernizzazione e stabilizzazione dello stesso. Tale processo di rafforzamento sia dell’amministrazione locale che della sicurezza dei confini continuò anche quando la Palestina tornò sotto il controllo dell’Impero Ottomano, sotto le pressioni delle potenze europee, che, per ragioni diverse, avevano un comune interesse a impedire lo smembramento dell’Impero Ottomano. Di conseguenza, anche dopo il 1840 e la restaurazione dell’amministrazione ottomana, il Paese non poteva più restare chiuso ai non-musulmani. Quest’ultimi godettero da allora di uguali diritti rispetto alla popolazione musulmana, e fu permesso addirittura loro l’acquisto di terreni, in conformità alla legge ottomana. Ben presto, quindi, la Francia, la Gran Bretagna, l’Austria, la Russia e la Germania aprirono veri e propri consolati in Palestina, e comunità religiose di cattolici, protestanti e greci ortodossi vi costruirono le loro chiese, scuole e ospedali. 

Già agli albori di quella che si sarebbe poi chiamata Nahda palestinese, e molto tempo prima dell’amministrazione britannica sotto mandato, quindi, si poteva osservare una Palestina caratterizzata da istituzioni più solide, da una diminuzione degli scontri tra capi locali e dalla fine delle brutali incursioni beduine nei villaggi, ma soprattutto da un netto miglioramento delle condizioni di vita della popolazione – soprattutto nell’ambito della salute e dell’istruzione. Tale progresso generalizzato condusse a un conseguente incremento demografico: alla fine del 1870, la popolazione palestinese nel suo insieme aveva raggiunto circa i 380.000 abitanti, con un aumento della popolazione ebraica a circa 27.000.

“L’affermarsi del movimento sionista e le prime migrazioni in Terra Santa”

 Questa piccola parentesi sulla Nahda palestinese e sullo sviluppo demografico e politico-culturale dell’area è utile per comprendere le prime reazioni degli abitanti autoctoni all’arrivo della prima ondata migratoria da parte delle comunità europee sioniste, nota anche come prima Aliya – letteralmente “salita”, “ascesa” alla Terra Santa – e che risale grossomodo agli anni ’80 dell’Ottocento. Il fulcro del movimento sionista era costituito da ebrei ashkenaziti, provenienti soprattutto dai paesi dell’Europa dell’Est. In Palestina, tuttavia, erano i sefarditi ottomani e gli arabi ebrei – detti anche ebrei orientali – a costituire la popolazione ebraica autoctona, i quali inizialmente ebbero una reazione tutt’altro che monolitica all’arrivo di questi nuovi coloni europei ed ebrei negli anni ’80 dell’Ottocento.

Questo proprio grazie a quella peculiare, multietnica e multi-religiosa realtà palestinese appena descritta. In questa prima fase di colonizzazione, i gruppi di ebrei sefarditi, così come quelli degli arabi musulmani o cristiani, si ritrovarono addirittura ad ammirare la tenacia e il progresso dei nuovi arrivati. La maggior parte di quest’ultimi, infatti, faceva parte di comunità costrette a cercare rifugio in Terra Santa per sfuggire alle aggressive politiche antisemite attuate da alcuni Paesi europei – come i terribili pogrom perpetrati dal regime russo – senza necessariamente aver abbracciato la causa politica sionista. Il fulcro della questione, quindi, non ha mai corrisposto a un problema relativo l’ebraicità dei nuovi coloni. Piuttosto, la tensione cominciò a montare nel momento in cui all’interno delle dinamiche politiche e sociali della regione iniziò a cristallizzarsi il vero progetto sionista: la trasformazione progressiva della Palestina come patria nazionale di tutti gli ebrei.

Tale proposito costituiva il cuore pulsante dell’ideologia sionista stessa dei suoi due precursori per eccellenza, Theodor Herzl e Max Nordau. Il progetto sionista venne finalmente formalizzato e presentato all’opinione pubblica internazionale in occasione del primo Congresso sionista di Basilea nell’agosto del 1897, al quale parteciparono più di duecento rappresentanti delle comunità ebraiche provenienti da tutto il mondo. In tale sede, oltre alla creazione dell’Organizzazione sionista mondiale, si assistette per la prima volta alla proclamazione dell’obiettivoultimo di questa: garantire al popolo ebraico una patria che fosse pubblicamente e giuridicamente riconosciuta.

Per secoli le comunità ebraiche, basandosi anche sugli insegnamenti contenuti nei testi sacri, avevano accettato in qualche modo la propria sorte, ovvero quella di un popolo destinato a vivere nella diaspora in attesa della redenzione miracolosa, della venuta del Messia, che avrebbe stravolto l’ordine mondiale e salvato il popolo eletto. Con l’avvento del sionismo, invece, si fece spazio un’idea diversa, che s’insinuò lentamente tanto negli ambienti laici quanto in quelli religiosi.

Invece di persistere nella convinzione che non fosse appropriato forzare il compimento degli eventi, in un atteggiamento di attesa passiva, il progetto sionista proponeva un concetto di comunità ebraica mondiale più intraprendente, che prendesse finalmente in mano i fili rossi del proprio destino, trasformando la “questione ebraica” in una realtà concreta attraverso azioni concrete. Di conseguenza, plasmando tale idea in un vero e proprio organo rappresentativo di tutto il popolo ebraico e gettando le basi politiche e organizzative del futuro stato degli ebrei, si conviene che, col senno di poi, Theodor Herzl avesse in mente un’idea ben precisa quando, dopo il primo Congresso sionista di Basilea, scrisse nel suo diario la celebre frase “at Basel I founded the Jewish state”. 

Il progressivo affermarsi di tale narrazione sionista di stampo più politico e, per certi versi, più aggressivo, provocò l’inizio di un secondo flusso migratorio, la cosiddetta seconda Aliya, tra il 1904 e il 1914. I coloni europei sionisti di questa seconda ondata – compresi tra i 35.000 e i 40.000 – a differenza dei primi approdati a fine Ottocento, erano decisamente più inseriti nei meccanismi dell’ideologia sionista appena descritta, ne condividevano le origini e ne esaltavano gli obiettivi.

Pertanto, quella sorta di mutua accettazione e comprensione tra la comunità autoctona e quella ebraica-sionista, tipica della Palestina ottomana, venne ben presto meno, lasciando il passo a una tensione sempre più tangibile, esacerbata soprattutto da alcune operazioni volte a destabilizzare il sistema politico e l’organizzazione sociale palestinese – ad esempio, grandi controversie nacquero in relazione all’utilizzo legittimo e alla compravendita della terra coltivabile.

Di conseguenza, i vari atteggiamenti della popolazione araba confluirono progressivamente in un’aperta condanna al sionismo. Attraverso innumerevoli petizioni indirizzate direttamente al Sultano ottomano Abdülhamid II, vari esponenti della comunità palestinese – sia musulmani che cristiani – quali parlamentari, professori, capi religiosi, editori e giornalisti, iniziarono a guardare alla macchina sionista e colonizzatrice con occhi sempre più intrisi di timore e preoccupazione.

Sia a livello individuale che collettivo, i coloni ebrei che avevano abbracciato le istanze sioniste iniziarono un progressivo percorso di insediamento definitivo in Palestina, potendo contare in primo luogo sulle proprie risorse, nonché sulle cospicue donazioni fornite da alcuni celebri filantropi appartenenti all’ambiente ebraico più benestante d’Europa – si veda, ad esempio, il Barone Edmond Rothschild – e infine sul Fondo Nazionale Ebraico. Questo, grossomodo, il contesto storico di fine Ottocento che ha lentamente condotto agli eventi più celebri concernenti la questione israelo-palestinese. 

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