CHI VINCE E CHI PERDE DOPO GLI ACCORDI DI STABILITÀ NEL GOLFO ARABO

Si esulta nella capitale qatariota dopo che lo sceicco Tamim bin Hamad Al-Thani Hamad ha finalmente stretto la mano dell’erede saudita Bin Salman dopo 3 anni e mezzo di embargo. Ma la fine dell’embargo sigla davvero la fine della disputa tra Qatar e “quartetto arabo” oppure è solo una mossa statunitense volta a giocare a proprio favore l’ennessima  situazione in Medio Oriente?

Doha, gennaio 2021. Si esulta nella capitale qatariota dopo che lo sceicco Tamim bin Hamad Al-Thani Hamad ha finalmente stretto la mano dell’erede saudita Bin Salman dopo 3 anni e mezzo di embargo. Era infatti il 2017 quando il famoso “quartetto arabo” decise di rompere qualsiasi relazione politica, economica e diplomatica con la “piccola” monarchia del Golfo. Complici diversi fattori tra i quali la relazione dello sceicco Al-Thani con i Fratelli Musulmani, la messa in onda di Al Jazeera o i rapporti con Teheran, erano svariate le richieste che Doha avrebbe dovuto soddisfare per far sì che Arabia Saudita, Bahrein, Egitto ed EAU non portassero avanti l’allora solo minaccia di bloccare qualsiasi tipo di connessione diplomatica, per via aerea o marittima. Alleato di Turchia ed Iran, rivali economici ma soprattutto ideologici in particolare dei sauditi, il Qatar respinse dapprima le accuse per poi asserire di non poter accettare nessuna delle condizioni poste, in quanto queste fossero – evidentemente – un attacco alla sovranità del Paese.

È facilmente intuibile che la crisi interna del GCC (Gulf Cooperation Council) ebbe un effetto negativo non solo sull’economia del paese, isolato ed impossibilitato ad importare merci a costi competitivi e quindi costretto ad escogitare rotte alternative per aggirare l’embargo marittimo, ma anche profondi cambiamenti sul piano strategico politico, avendo dovuto dare vita ad un programma di cooperazione con gli USA nell’ambito del counter-terrorism, per poter ribattere contro le accuse mosse dall’Egitto, particolarmente scosso dall’alleanza di Doha con i Fratelli Musulmani, ma anche dai sauditi e dagli EAU per la vicinanza del Qatar a diverse organizzazioni da alcuni considerate terroristiche, come Hamas o Hezbollah. Pur essendo storia “vecchia” è importante scavare a fondo nelle motivazioni che hanno portato alla genesi e alla degenerazione di questa situazione, in quanto sono proprio gli interessi geopolitici nella regione da parte dei Paesi coinvolti ad aver alzato un polverone conclusosi con l’embargo. 

Infatti, come abbiamo detto, la vicinanza del Qatar ad organizzazioni come Hamas, Hezbollah o la Fratellanza sembra essere stata un punto chiave nel processo di allontanamento dagli altri Paesi del Golfo Arabo. Ma sicuramente anche i buoni rapporti che questo aveva, ed ha, con l’Iran ed il fatto di ospitare una base militare turca hanno contribuito ad allontanare progressivamente la politica estera del Qatar da quella dei propri vicini. 

La motivazione per cui le relazioni del Paese oggetto di critiche si distanziano da quelle delle altre petromonarchie risiede nella volontà di bin Khalifa al-Thani, ex sceicco, di voler dare al proprio paese un’impronta di mediatore nelle crisi regionali, che lo ha portato quindi ad avvicinare organizzazioni malviste dalla comunità del Golfo (e non solo).Sarà il caso inoltre di ricordare che il Qatar sostiene la lotta degli Huthi nello Yemen, inasprendo ancora di più il rapporto con Riyad. Per cui tra accuse di sostegno al terrorismo ed accuse di sostegno ai “rivoltosi” sciiti, Doha si è vista puntare le pistole contro in un momento in cui non aveva alcuna intenzione di cedere il potere acquisito. 

È inoltre importante menzionare le posizioni di Kuwait ed Oman, i quali si sono sempre costituiti parte neutrale in questo scontro, ed è importante perché il Kuwait, insieme agli Stati Uniti, ha contribuito in maniera importante al percorso che ha portato alla firma degli accordi delle scorse settimane.È così che dal 2017 si arriva ad oggi e qui entrano in gioco gli USA. Sede di una delle più grandi basi americane nel golfo, il Qatar e la situazione in cui si trova costituiscono un elemento di particolare importanza per l’amministrazione a stelle e strisce. 

Forte sostenitore del blocco e sempre a fianco dei sauditi all’inizio di questa vicenda, ad un certo punto Trump decide di porsi come mediatore di una situazione che, se vogliamo, aveva contribuito a sollecitare, dichiarando di voler riaprire un dialogo tra i Paesi coinvolti al fine di porre fine alla situazione in essere.

L’interesse di Washington era infatti talmente forte che neanche la prospettiva di lasciare al successore Biden una situazione così instabile ha tentato Trump dal non intromettersi in questo affare. Riuscire nell’obiettivo di isolare sempre di più l’Iran costituendo un unico fronte arabo pronto a contrastare la diffusione dei nemici sciiti è stato sicuramente più importante in questo caso della battaglia personale interna tra i due esponenti americani. 

Lo stesso principe saudita ha dichiarato che lo scopo è quello di “restare uniti di fronte alle sfide”, accennando al programma nucleare iraniano che gli altri Paesi sono intenzionati a bloccare.Ma se con Riyad sembra che i qatarioti abbiano un’intesa, questa è più blanda o per lo meno più tortuosa quando analizziamo gli altri Paesi. L’Egitto non condivide la politica di Doha né sulla questione libica né tantomeno per quanto riguarda il sostegno dato ai Fratelli. Storcono il naso anche ad Abu Dhabi, dove il principe è scettico sulle buone intenzioni dei qatarioti nel porre fine a quest’embargo rispettando l’accordo firmato.

Infatti, l’Accordo di Stabilità e Solidarietà di cui ancora non si conoscono i particolari con certezza, sembrerebbe non prevedere alcuno dei 13 punti inizialmente voluti per non mettere in atto, in principio, il blocco dilplomatico.Sicuramente la svolta c’è stata e ad uscirne vincitori sono Doha e Washington. Innegabile l’importanza degli USA nella questione. Sembrerebbeche sia stato Jared Kushner a portare avanti questa trattativa sul campo e questa mossa è stata vista dalle regioni del Golfo come mossa di Trump per preparare il tavolo alla nuova amministrazione. 

Dall’altra parte, è normale pensare e riconoscere che il Qatar abbia giovato dalla firma di questo accordo; però adesso ci si chiede quali scenari si apriranno in vista di quello che sembra essere un allontanamento forzato di Doha sia da Ankara che da Teheran, non condividendo con queste l’interesse di costituire un fronte arabo unito e con le monarchie l’interesse di aprire un dialogo ed un rapporto con le due nazioni nemiche.

Doha in realtà si dice pronta a fare da mediatore tra le petromonarchie e l’Iran, ma Teheran sarà dello stesso avviso? Le volontà degli USA di indirizzare la propria politica mediorientale in chiave anti iraniana perseguendo nel mentre un percorso di delimitazione del potere di Erdoğan sembrano essersi compiute, o perlomeno sono sicuramente state avviate.

Gli analisti sostengono che sia molto probabile che le cause alla base della crisi continueranno ad alimentari tensioni, ed è proprio quello che sosteneva a Dicembre Giorgio Cafiero, CEO del Gulf State Analytics. Per cui non resta che aspettare di vedere come reagiranno gli Stati bersaglio di queste nuove politiche e se le monarchie del Golfo riusciranno a trovare il modo di coesistere, facendo valere gli accordi appena siglati che rischiano, sulla base delle premesse, di crollare prima ancora di essere costruiti.  

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