L’ARBITRATO WORLD DUTY FREE V. KENYA

Il tribunale arbitrale respingendo le istanze di World Duty Free per violazione di un contratto ottenuto grazie al pagamento di una tangente di 2 milioni di dollari, ha stabilito di non poter accogliere una richiesta basata sulla corruzione, in quanto ciò violerebbe l’ordine pubblico internazionale

In World Duty Free Comapny Ltd. v. Republic of Kenya, l’investitore avviava un arbitrato presso l’International Center for Settlement of Investment Disputes (ICSID), convenendo lo stato ospitante l’investimento sulla base a un contratto del 27 aprile 1989 per lo sviluppo di hub duty-free negli aeroporti internazionali di Nairobi e Mombasa.

L’investitore accusava il governo keniota di espropriazione illegittima dell’investimento e della violazione, a mezzo di pubblici ufficiali, di una serie di obbligazioni contenute nel contratto del 1989.

Nel corso del procedimento, l’investitore ammetteva e forniva al tribunale la prova di aver ottenuto il contratto governativo “donando” 2.000.000 USD all’allora Presidente keniota, considerando la somma il costo di fare affari in Kenya. 

Il Kenya, dal canto proprio, approfittava di tale ammissione per argomentare che il caso avrebbe dovuto essere respinto, in quanto l’investitore stesso era parte dell’attività corruttiva che avrebbe reso l’investimento, a monte, illecito. 

Il tribunale ICSID nel lodo arbitrale accoglieva la difesa keniota stabilendo che l’investitore straniero non era legittimato ad avanzare richieste risarcitorie per i danni subiti a causa della lamentata espropriazione illegittima dell’investimento, dal momento che World Duty Free aveva ottenuto il contratto illecitamente, attraverso atti corruttivi[1].

Il tribunale concludeva, quindi, ritenendo che il ricorrente non fosse legittimato a mantenere le sue rivendicazioni sulla base della massima latina ex turpi causa non oritur actio (da una causa disonorevole non nasce azione), in quanto tutte le questioni dedotte in arbitrato dipendevano dall’accordo di concessione contaminato da corruzione[2]. In buona sostanza, l’ammissione del pagamento di una tangente da parte dell’investitore portava il tribunale ICSID a concludere che, se fossero stati riconosciuti i diritti derivanti da un contratto di investimento procurato tramite corruzione e si fosse consentito il proseguimento delle istanze avanzate dall’investitore, ciò avrebbe violato l’ordine pubblico internazionale

Il Tribunale deduceva, inoltre, come la circostanza asserita dal ricorrente, e secondo la quale la corruzione pubblica era “culturalmente tollerata” in Kenya in quanto facente parte del suo tradizionale sistema (Harambee), fosse giuridicamente irrilevante. 

In World Duty Free, quindi, il tribunale, attraverso la negazione di una decisione favorevole all’investitore, consentiva, di fatto, al Kenya di beneficiare delle azioni corrotte del suo Presidente e di trarre, al contempo, profitto dall’espropriazione. 

Fonti:

ROSE C., Questioning the Role of International Arbitration in the Fight against Corruption, 31 J. Int’l Arb. 183, 2014, p. 204.



[1] ROSE C., Questioning the Role of International Arbitration in the Fight against Corruption, 31 J. Int’l Arb. 183, 2014, p. 204.


[2] PARTASIDES C., World Duty Free v. The Republic of Kenya: A Unique Precedent?, Chattam House, disponibile su https://star.worldbank.org/corruption-cases/sites/corruption- cases/files/documents/arw/Moi_World_Duty_Free_Chatham_House_Mar_28_2007.pdf

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