LA BALKAN ROUTE TRA GHIACCIO E FUOCO: A RISCHIO LA STABILITÀ DEI PAESI?

Le recenti immagini dei migranti congelati nel campo di Lipa, così come le foto dell’incendio che ha devastato Moria lo scorso settembre hanno riacceso l’interesse mondiale sulla cosidetta Balkan route, dopo anni di apparente tranquillità. Qual è la reale situazione della rotta balcanica e a chi si può imputare la colpa di questa annunciata crisi umanitaria? E, soprattutto, quali effetti potrebbe avere nei rapporti tra i Balcani Occidentali e Bruxelles?

The Game: la rotta balcanica tra crisi umanitarie e strategie di sicurezza

La Balkan route è stata e rimane tuttora una delle vie principali d’accesso per l’Europa per i migranti provenienti dall’Asia. Se lo scorso anno le rotte attraverso il Mediterraneo hanno osservato un generale calo nel numero dei migranti in arrivo, questo non è stato altrettanto valido per la rotta attraverso i Balcani, che – nonostante la pandemia da Covid-19 e i conseguenti lock-down – ha continuato ad esistere.

Le chiusure dei confini e il divieto di spostamento hanno contribuito alla degenerazione della situazione, che – secondo il Border Violence Monitoring Network – ha visto un notevole aumento di respingimenti e episodi violenti. Notizie che pongono notevoli dubbi in merito alle politiche migratorie dell’Unione Europea: infatti, sebbene molti Paesi toccati dalla rotta balcanica non siano Stati membri dell’Unione, è indubbio che il volere di Bruxelles giochi un ruolo fondamentale all’interno della regione. Dall’accordo con la Turchia nel 2016, la politica migratoria europea si è, infatti, caratterizzata per una continua esternalizzazione dei propri confini, che hanno finito per ricomprendere anche quei territori non propriamente membri dell’Unione: Serbia e Macedonia del Nord in primis, Albania, Montenegro e Bosnia Erzegovina poi, tutti i governi dei Balcani occidentali hanno ottenuto finanziamenti da Bruxelles per gestire i flussi migratori. Accanto a ciò, anche gli Stati balcanici membri dell’Unione Europea (GreciaCroaziaSloveniaBulgaria e Romania) hanno ottenuto fondi di supporto. Tuttavia, è bene far presente che la maggior parte di tali finanziamenti siano stati indirizzati non all’Asylum, Migration and Integration Fund (AMIF), ma all’Internal Security Fund (ISF), volto all’implementazione delle strategie di sicurezza interna.

L’esternalizzazione delle frontiere e la precaria stabilità balcanica

Mentre la fortezza Europa tende a chiudersi sempre più su se stessa, i Balcani occidentali rischiano di crollare sotto il peso di queste politiche migratorie; non tanto perché i governi balcanici siano necessariamente incapaci di far fronte al problema, quanto perché una gestione miope – come quella attuale – può diventare una miccia per riaccendere problemi congeniti. Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Serbia sono ancora affetti da una diffusa povertà della popolazione, così come da storici problemi etnici. Non solo, in tutta l’area vi è un altissimo tasso di corruzione; un elemento non secondario considerato che i fondi – ad eccezione di quelli ricevuti dalle organizzazioni internazionali – passano proprio per i governi. E di questa precaria situazione Sarajevo è sicuramente un caso esemplificativo.

La Bosnia Erzegovina, da sempre terra di emigrazione, non ha ancora risolto molti dei problemi nati all’indomani del conflitto jugoslavo agli inizi degli anni Novanta: povertà, politiche economiche e sociali inefficaci e un basso livello di protezione dei diritti umani spingono ancora più di 1,5 milioni di bosniaci a risiedere all’estero; di questi almeno 16.000 sono rifugiati. Nel suo rapporto globale 2020, Human Rights Watch ha fatto presente che il Paese è ancora affetto da una scarsa libertà di stampa e pensiero, una diffusa violenza di genere e – soprattutto – una persistente discriminazione etnica. Circa il 12% della popolazione – ad esempio – non ha diritto a prendere parte attiva nella vita politica e a essere eletto a causa della propria appartenenza etnica, religiosa o del luogo in cui vivono.

In tale contesto, le pressioni venutesi a creare in seguito al 2016 – quando la creazione del muro voluto da Viktor Orbán tra Serbia e Ungheria e i violenti respingimenti della polizia croata hanno spinto i migranti ad abbandonare la rotta tra Grecia, Macedonia del Nord/Bulgaria, Serbia, Ungheria/Croazia a favore di una nuova strada più a sud, tra Tirana e Sarajevo – rischiano di giocare il ruolo di miccia per un’eventuale escalation di violenze o la definitiva spaccatura del Paese. La Bosnia, infatti, è uno Stato federale formato da due differenti entità: la Repubblica di Srpska, dominata dalla popolazione serbo-bosniaca, e la Federazione di Bosnia-Erzegovina, abitata dai croato-bosniaci e dai bosgnacchi (bosniaci musulmani).

E se è innegabile che la maggior parte dei centri di accoglienza è stata stabilita nella regione Una Sana, nella parte nord-orientale della Federazione croato-bosgnacca, è anche vero che la questione migranti sta creando preoccupazioni e – in parte – alibi a tutte e tre le etnie che compongono la popolazione bosniaca. In nome della sicurezza della popolazione, tutti stanno in realtà conducendo campagna di puro stampo nazionalistico: i serbo-bosniaci e i croato-bosniaci sostengono, ad esempio, che la popolazione bosgnacca stia favorendo l’immigrazione di musulmani per procedere con un’islamizzazione del Paese; una teoria che, d’altra parte, sostiene il desiderio di autonomia – e successiva annessione a Belgrado – della Repubblica di Srpska. Un’eventualità che piegherebbe notevolmente uno Stato già in difficoltà.

Ciò nonostante, è difficile ritenere che Sarajevo – così come le sue controparti albanese, macedone e montenegrina – si opponga a Bruxelles, troppo dipendente da lei sotto l’aspetto politico e economico: l’Unione Europea è, infatti, il primo partnercommerciale e fornitore di assistenza finanziaria della Bosnia Erzegovina, oltre ad aver erogato in suo aiuto – negli ultimi anni – 530 milioni di euro per implementare numerose politiche di miglioramento e innovazione in settori vitali del Paese.

È più probabile che i Balcani occidentali continuino ad accettare di collaborare con Bruxelles in materia migratoria, nella speranza di poter finalmente procedere con il proprio ingresso nell’Unione Europea, anche a discapito della propria stabilità interna. Una soluzione che, tuttavia, inficerebbe inevitabilmente sulla loro – già dubbia – possibilità di integrazione, dal momento che uno dei punti fondamentali per candidarsi, secondo i Criteri di Copenaghen, è proprio la presenza di istituzioni stabili che garantiscano il “rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze”.

Il corto-circuito europeo nei Balcani

Osservando l’attuale situazione, è indubbio che la questione migratoria nei Balcani sia motivo di allarme sotto diversi aspetti. In primis, è chiaro come gli attuali campi di accoglienza non siano adatti a garantire condizioni di vita umane sicure e dignitose. E se a settembre aveva suscitato indignazione l’incendio del campo di Moria in Grecia e oggi le inumane condizioni dei centri in Bosnia, è possibile aspettarsi che nel futuro ci saranno altri tragici esempi da ricordare.

Per questo, è necessario che i governi balcanici e l’Unione Europea cambino il proprio approccio nella gestione dei flussi migratori, anche perché è stato ampiamento dimostrato da numerosi studi che la pandemia da Covid-19 non fermerà i flussi, ma potenzialmente li aumenterà: la recessione del PIL globale e la conseguente drastica riduzione del numero di impiegati, con la conseguente perdita di lavoro di molti stranieri in base a una scelta selettiva a favori di lavoratori stranieri e del calo dei flussi delle rimesse globali verso i Paesi a basso e medio reddito, accompagnati a un’inevitabile e maggior recessione degli altri flussi finanziari – tra cui i flussi di investimenti diretti esteri e gli Aiuti pubblici – avranno probabilmente conseguenze critiche nei cosiddetti Paesi di origine, spingendo molti a partire in cerca di maggiori sicurezze. A tali nuovi flussi devono, poi, essere necessariamente aggiunti coloro che, pur lontani dal loro Paese di provenienza, non sono riusciti a muoversi in questi mesi a causa dei lock-down, ma che hanno tutta l’intenzione di giungere in Europa. In tale contesto, Bruxelles deve necessariamente mutare la propria politica migratoria e superare l’approccio emergenziale.

D’altra parte, i governi balcanici non possono sottrarsi ai loro impegni, come è invece avvenuto in Bosnia Erzegovina: dalla non-volontà di aprire centri nelle aree serbo-bosniache all’incapacità di garantire condizioni di vita sicure e dignitose ai migranti, Sarajevo non sta rispettando i principi posti in essere dal Global compact for safe, orderly and regular migration e dagli strumenti internazionali a difesa dei rifugiati, così come i diritti sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo in materia di diritto alla sicurezza e di proibizione della tortura e dei trattamenti crudeli o degradanti. Una situazione che, oltre a ledere i diritti di migliaia di persone, sta creando non pochi problemi ai governi balcanici, che rischiano di veder sempre più minata la propria stabilità interna, con l’acuirsi di problematiche etniche e nazionali ormai endemiche. Una soluzione che comprometterebbe anche il loro – già precario – processo di adesione all’Unione Europea. 

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