BRASILE: MANAUS HA BISOGNO DI OSSIGENO

La “variante brasiliana” del Covid-19 ha definitivamente messo in ginocchio il Brasile. Manaus, capitale dello stato di Amazonas è al collasso totale: c’è bisogno di ossigeno.

Cosa sta succedendo a Manaus? Una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti. La nuova variante del virus – definita appunto “brasiliana” – sta mettendo in ginocchio l’intera area amazzonica per la sua aggressività e rapidità di diffusione e contagio.

La conseguenza più grave di questa situazione è che non c’è più ossigeno. Letteralmente. Sembra quasi paradossale visto che si parla della capitale del “polmone del mondo”, eppure proprio lì manca l’essenziale, l’ossigeno. La città aveva già sofferto le conseguenze del virus durante la prima ondata di aprile, ma data la violenza del nuovo ceppo, ora è allo stremo con i medici che si vedono costretti alla ventilazione manuale, e cosa ancora più orribile la scelta di “chi far vivere” e di “chi far morire”.

La curva dei contagi è aumentata nell’ultima settimana dell’85%, e nella sola capitale si sono registrati 2156 nuovi casi e oltre 1600 morti nelle ultime due settimane di gennaio, tanto da dover installare nel cimitero di Manaus delle celle frigorifere in attesa della sepoltura dei cadaveri. La furia del virus è inarrestabile e continua a mietere vittime ogni giorno nonostante lo sforzo enorme del personale sanitario che sta vivendo un dramma umano prima ancora che professionale, costretto a razionare le dosi di ossigeno, a chiedere collette a polizia e familiari affinché si possano comprare le ultime scorte disponibili, ma tutto è vano perché l’ossigeno manca, dunque manca la vita.

Di fronte al dramma, l’arcivescovo di Manaus, dom Leonardo Steiner, ha rivolto un accorato appello: “Per l’amor di Dio, inviateci ossigeno”. È un grido disperato, addolorato, umano per una situazione che poteva essere gestita in modo diverso sicuramente, con un’accortezza e una tempestività maggiori rispetto allo spirito negazionista che ha accompagnato tutta la campagna di informazione e prevenzione dal Covid-19.

Da qui l’appello dell’arcivescovo a “mettere da parte le aggressioni verbali, i negazionismi, lasciamo da parte la politica che divide, che corrompe, lasciamo da parte la smania di profitto”.

Le parole di dom Leonardo Steiner non lasciano spazio ad interpretazioni e denotano una forte critica all’operato politico attuato sino a questo momento sia da parte del governo locale di Manaus, che da parte di Bolsonaro, il quale ci ha abituati sin dall’inizio alla sua idea negazionista minimizzando sempre la gravità del virus e della pandemia stessa.

Sin dall’inizio della pandemia, mentre tutto il mondo correva ai ripari e si preparava ad affrontare questo “mostro” invisibile, Bolsonaro dichiarava che non si trattava altro che di una gripezihna – una banale influenza – rifiutandosi di attuare il blocco degli spostamenti per evitare la diffusione del virus. 

La sua politica del “no mask” attuata anche all’interno dei palazzi del potere, ha incentivato a sottovalutare la gravità della situazione ed ha contribuito ad alimentare un disinteresse – e allo stesso tempo una disinformazione – supportata anche dallo stesso governatore dello Stato di Amazonas, Wilson Lima, che aveva parlato di “eccessiva isteria e panico” attorno all’emergenza sanitaria culminata inevitabilmente col dramma che attualmente Manaus sta vivendo.

La città di Manaus è un’attrazione internazionale fondamentale vista la sua posizione nel cuore dell’Amazzonia ed un importante crocevia economico, grazie alla sua zona di libero scambio luogo preferito degli uomini d’affari; ma allo stesso tempo, è un luogo remoto proprio per la sua posizione geografica abitato da una popolazione povera e per la maggior parte dei casi, senza alcuna istruzione: il terreno fertile dove poter far prosperare la disinformazione ed il negazionismo.

E Manaus mostra, purtroppo, gli effetti di questo negazionismo recidivo.

Bolsonaro, dal canto suo, dopo aver minimizzato gli effetti della situazione continuando a suggerire l’uso della clorochina s’è visto costretto a far intervenire l’aviazione per il trasferimento di 230 pazienti negli ospedali vicini, ma soprattutto ha chiesto che venga inviato l’ossigeno di cui necessitano gli ospedali ed il personale medico.

Ironia della sorte, il primo Stato a rispondere all’appello è stato il “nemico” Venezuela di Maduro che in nome “della solidarietà latinoamericana” – come ha affermato il Ministro degli Esteri Jorge Arreaza – per fronteggiare l’emergenza nella regione amazzonica, ha messo a disposizione i 2/3 della produzione di ossigeno del suo stabilimento di Puerto Ordaz, inviando nella giornata di lunedì 18 gennaio 8 camion con 18 tonnellate di ossigeno ognuno.

La solidarietà del Venezuela non si è fermata solo con l’invio dell’ossigeno, ma anche di personale medico per supportare i colleghi brasiliani – oramai allo stremo – nella lotta al contenimento del contagio, il tutto a titolo completamente gratuito “Questo invio ha la natura dell’aiuto umanitario, motivo per cui il Venezuela non fa pagare nulla per questo. Anche la logistica di questi primi carichi viene fornita da noi”, spiega il governo bolivariano. 

La mano tesa dal Venezuela è la dimostrazione che in nome della “solidarietà latinoamericana”, le logiche di potere, le tensioni politiche e le dinamiche internazionali, non hanno priorità di fronte ad un dramma umanitario. Eppure, la reazione di Bolsonaro a questa situazione ha dell’incredibile, scagliandosi con durezza nei confronti di chi, senza alcuno indugio, non ha voltato le spalle ed è soccorso in aiuto del suo vicino.

Le dichiarazioni del Presidente brasiliano all’indomani della notizia dell’invio di ossigeno da parte del Venezuela, non hanno lasciato spazio ad interpretazioni: “Adesso è Maduro che vuole mandarci ossigeno, possiamo riceverlo senza problemi, ma potrebbe fornire quell’aiuto umanitario d’emergenza anche alla sua gente”.  No, nessuna interpretazione appunto ma solo tanto sgomento di fronte a questo palese rifiuto della solidarietà da parte di Maduro che, viste le nuove sanzioni da parte degli USA – con la complicità anche del Brasile -, avrebbe potuto voltarsi dall’altra parte e magari seguire proprio il consiglio di Bolsonaro, ma le dinamiche della solidarietà superano di gran lunga quelle politiche ed economiche, e Manaus ne è l’esempio concreto.

Con la crisi di Manaus, il Venezuela ha dimostrato di saper andare oltre il dissidio politico e di rispondere alla chiamata della solidarietà senza nulla a pretendere, mentre Bolsonaro facendosi beffe del suo vicino, continua a cavalcare l’onda della divisione in un paese che con oltre 230 mila contagi, è il secondo più colpito dal virus dopo gli Stati Uniti.

Ad oggi, gli scenari sono tutt’altro che rosei per il paese latinoamericano: schiacciato da una pandemia che toglie l’ossigeno, Il Brasile mostra al mondo come lo sviluppo e la creazione di rigide politiche di informazione e prevenzione sembra che ancora non siano state assimilate, che la creazione di metodologie di monitoraggio dei contagi risulti approssimativa e soprattutto che la distribuzione dei vaccini non abbia un percorso definito.

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