NON C’È PACE PER BAGHDAD

Nel giro di pochi giorni sono stati tre gli attentati rivendicati dallo Stato Islamico in Iraq, tra cui due attacchi suicidi avvenuti nel pieno centro della capitale. Non succedeva dal 2018.

Undici membri delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene (PMF), coalizione militare sostenuta da Teheran, sono stati uccisi sabato scorso in piena notte a nord di Baghdad. I portavoce delle PMF hanno dichiarato che dietro l’azione ci sono delle cellule jihadiste. L’episodio arriva a due giorni di distanza dal duplice attacco suicida che si è consumato nel mercato di piazza Tayaran nel pieno centro della capitale irachena. L’azione è stata rivendicata dallo Stato Islamico (IS/Daesh) – le cui cellule sono attive nel governatorato di Anbar, nella periferia di Kirkuk e a Mosul – causando la morte di 32 persone e ferendone altre 110. 

A seguito dell’accaduto il ministro degli Esteri Fuad Hussein ha dichiarato in un’intervista ad Al-Jazeera che Daesh è ancora una minaccia per l’Iraq e il paese necessita fortemente del sostegno dei suoi partner regionali e internazionali per contrastare l’organizzazione terroristica.

Nonostante la sconfitta formale dello Stato Islamico in Iraq nel dicembre 2017, alcune cellule hanno continuato a operare nelle aree desertiche e montane del paese colpendo le forze di sicurezza e le infrastrutture statali. Nella prima metà del 2019 ci sono stati 139 attentati: nei governatori di Salah al-Din, Kirkuk, Diyala e Anbar.

Ad aprile dello scorso anno alcuni jihadisti hanno assediato il villaggio di Mubarak, situato a nord-est di Baghdad. Nei mesi seguenti sono avvenuti altri attacchi nelle aree desertiche di Anbar, Ninive e Salah al-Din. Questi eventi hanno spinto il primo ministro Mustapha Al-Kadhimi ad incontrare quest’estate gli alti ufficiali dell’esercito a Kirkuk. Nei colloqui è emerso un dato importante: le forze irachene sono in grado di compiere operazioni terrestri, ma necessitano di quelle statunitensi per la ricognizione e il supporto aereo. 

Le truppe statunitensi costituiscono la maggior parte delle forze della Coalizione internazionale anti-Isis. Il loro numero è diminuito a partire dal 2019, sotto decisione dell’amministrazione Trump, e ancora di più a seguito dell’assassinio di Qasim Suleimani avvenuto il 3 gennaio dello scorso anno. Ad oggi si contano circa 2.500 unità. Le truppe statunitensi sono responsabili della sorveglianza dei droni e dell’esecuzione dei raid aerei oltre che dell’addestramento delle forze di sicurezza irachene preposte perlopiù alla sorveglianza delle aree urbane.

L’ondata di proteste scoppiata in Iraq ad ottobre 2019, le recenti tensioni tra le milizie filo-iraniane e le truppe statunitensi e il peggioramento delle condizioni socio-economiche della popolazione, sotto effetto della pandemia, sono elementi che restituiscono l’immagine di un paese che fa fatica a ristabilire il monopolio dell’uso della forza e ripristinare il contratto sociale che lega stato e cittadini. In queste faglie si inseriscono le azioni delle cellule dormienti (ma non troppo) dello smembrato Stato Islamico che, anche se sconfitto territorialmente, rappresenta tutt’oggi una minaccia per la terra dei due fiumi. Lo dimostrano i recenti accaduti. L’aiuto dei partner regionali e internazionali potrebbe essere utile per Baghdad, ma non sufficiente.

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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