MARE EORUM: IL MEDITERRANEO E LA POLITICA DI BIDEN

Esistono diversi Mediterranei e differenti modi di concepire questa ristretta valle d’acqua salata. Mare nostrum, al-Bahr al-Abyad al-Mutawassit, ma anche mare eorum, più specificamente, oggi, il Mare di Biden. 

L’anno 2020 è stato particolarmente burrascoso per il Mediterraneo e gli abitanti delle sue sponde, non solo per le conseguenze, sanitarie ed economiche, del Coronavirus, ma anche per alcune questioni regionali e internazionali che quest’anno hanno visto un punto di svolta (o di rottura, in taluni casi). 

Il mare dei greci o dei turchi, il mare nostrum degli Europei o il mare bianco dei Paesi arabi, il Mediterraneo resta uno dei mari più strattonati e desiderati al mondo. In una prospettiva realistica, v’è anche un’altra dimensione, che vede il Mediterraneo come mare degli altri, dove questi “altri” non sono né gli europei, né i turchi, né gli arabi, né i berberi, né i semiti. 

Gli altri sono gli statunitensi. 

Nella postfazione alla edizione 2019 del famoso saggio di Edgar Morin, Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero(2019), il Prof. Alberto Cacopardo ha riproposto il concetto di mare eorummare di loro, accennando alla massiccia presenza militare statunitense nel Mar Mediterraneo. 

Le numerose istallazioni e basi militari statunitensi di mare e di aria presenti nel Mar Mediterraneo sono coordinate dalla Sesta Flotta degli USA, la cui base si trova proprio in Italia, ed è fra le più possenti al mondo. La presenza militare statunitense nel Mediterraneo di certo non è recente: l’ingerenza è andata crescendo nel corso del secolo scorso, anche e soprattutto come reazione alla guerra fredda, essendo il Mediterraneo uno degli scenari in cui è andato consumandosi il braccio di ferro fra US e URSS. 

Non bisogna poi dimenticare le altre numerose basi militari della US Army dislocante internamente e la presenza di truppe americane in territori di guerra, come la Siria e l’Iraq.

Il Mediterraneo strategico degli statunitensi.

Il Mediterraneo resta, ancora oggi, dopo quarant’anni dalla caduta dell’Unione Sovietica, un avamposto strategico necessario per gli Stati Uniti, per tre motivi fondamentali:

  1. Anzitutto avere una cospicua presenza militare nelle acque mediterranee è, per gli States, un esercizio di potenza nei confronti dell’Unione Europea, che non gode di un esercito proprio, e della NATO, in termini di coordinamento e direzione
  2. Esercizio di potenza anche nei confronti dei Paesi della sponda sud ed est del Mediterraneo, con particolare attenzione alle condizioni di Israele e, contemporaneamente, al controllo delle risorse;
  3. Controllo e contenimento dell’espansionismo russocinese (soprattutto negli ultimi anni), iraniano e delle petromonarchie.

Il Mediterraneo è, di fatto, un mare – con delle terre – di forti interessi per molti player statali internazionali. Basta pensare a come la Cina sia diventata, nel giro di pochi anni, un punto di riferimento economico per Paesi come l’Algeria e l’Egitto e di come, nel prossimo futuro, possa divenire cruciale anche la dimensione della sicurezza. O degli ingenti investimenti delle monarchie della Penisola arabica verso numerosi Stati che affacciano sul Mediterraneo, in settori economici cruciali. Gli Stati Uniti non sono certo degli interessati marginali.

Per loro, il Mediterraneo è sempre stato una porta verso la regione del Nord Africa e Medio Oriente e non un interesse in sé – come lo è per gli Stati rivieraschi, date le loro contese marittime. Proprio per tale ragione e per gli obiettivi sovra esposti, gli Stati Uniti hanno sviluppato una politica estera ben precisa e coordinata nel Mediterraneo e nel Medioriente. 

Quanto è cresciuta però l’importanza della politica mediterranea per gli Stati Uniti?

Nella seconda metà del 2020, l’Amministrazione Trump aveva programmato il riposizionamento di alcune migliaia di truppe, che dalla Germania sono state inviate in alcuni Paesi della regione del Mar Nero. Era inoltre previsto lospostamento della base del Commando Africano degli Stati Uniti (le cui unità navali vengono fornite dalla Sesta Flotta), sempre dalla Germania ad un paese Mediterraneo – c’è chi pensa in Italia.

Ciò era ed è motivato, anzitutto, dal fatto che la linea di confine dell’Europa americana si è spostata, ormai da anni, oltre la Germania, che al tempo dei due blocchi era la “vetrina” degli Stati Uniti, per parafrasare Amoroso (2016); ad aggiungersi ci sono poi i mutamenti sorti successivamente le Primavere Arabe, che hanno costretto gli States ad un ripensamento della propria presenza e della propria strategia nella regione MENA, e dunque anche nel Mediterraneo

Ma quale sarà la strategia della nuova Amministrazione Biden? Il Mediterraneo diventerà sempre più statunitense e più “mediterraneo”? 

Biden e il Mediterraneo, strada per il Medioriente.

Come abbiamo accennato in precedenza, il Mediterraneo resta per gli USA una porta d’accesso per la regione MENA e un campo d’esercizio del proprio “impero” sull’Europa. Ovviamente, ambo le motivazioni portano con sé numerose questioni di cui l’Amministrazione Biden terrà debitamente conto, con toni e talvolta modalità differenti rispetto l’Amministrazione Trump, ma certamente non in totale discontinuità – Gerusalemme capitale d’Israele ne è un esempio. 

L’obiettivo principale di Biden resterà il contenimento di tre principali minacce, di cui non possiede controllo – contrariamente ad alcuni Stati della Penisola arabica: la Russia, la Cina e l’Iran.  Le tre hanno certamente delle modalità di penetrazione, nei paesi mediterranei, molto diverse fra di loro. La Russia e l’Iran, infatti, si sono resi militarmente disponibilila Cina ha certamente altri interessi, molto più sottili e, se vogliamo, lungimiranti – combatte, certamente un altro tipo di battaglia, con gli Stati Uniti. 

L’Amministrazione Trump ha raccolto il testimone di numerose guerre internazionalizzate, ma l’obiettivo principale restava – accanto all’eradicazione dell’ISIS – la rottura dei legami fra Siria ed Iran, per contenere la potenza di Teheran. 

Biden non avrà un obiettivo diverso: era così per Obama, lo è stato per Trump e continuerà ad esserlo per il nuovo Presidente USA. È pensabile che, in tal senso, manterrà lo stesso profilo di Trump sul suolo siriano, con preoccupazione ed apprensione da parte del governo di Damasco. Il rappresentante permanente della Siria all’ONU, Bashar al-Jaafari, ha infatti richiamato Washington ad un cambio politico radicale nei confronti del Paese levantino. Non avverrà mai, senza un chiaro riequilibrio di potenza nella regione, e ciò chiamerà in causa l’Iran. Ricordiamo che “in Siria è in gioco l’assetto dell’intero Medioriente, con relative risorse” (Mini, 2017).

Le risorse e il caso del Mediterraneo orientale

Le recenti scoperte di gas nel Mediterraneo orientale hanno trasformato quest’area del bacino in una zona di forti interessi strategici, non solo per gli Stati che vi si affacciano – litigiosi ben prima della scoperta. Il gas naturale ha certamente riacceso vecchi dissapori e riaperto antiche ferite, mai completamente guarite, soprattutto fra Turchia e Grecia. 

L’Amministrazione Trump, ormai agli sgoccioli del proprio mandato, ha potuto far ben poco, se non aumentare e rafforzare la cooperazione militare con Atene e Nicosia e spostare alcune migliaia di militari nella regione del Mar Nero, come accennato in precedenza. 

Certamente Biden raccoglierà il testimone, inasprendo maggiormente la posizione statunitense, anche nei confronti di Ankara: Biden non ha nascosto la propria antipatia politica per Erdoğan. 

Ma in gioco c’è molto di più. 

Anzitutto il ruolo di arbitraggio degli USA nella ripartizione delle risorse e nella loro gestione: gli States si sono infatti proposti promotori e sponsor dell’East-Med Gas Forum, che raccoglie i Paesi dell’area, che sono anche i partner principali di Washington. 

In seconda analisi, per il Mar Nero e il Mediterraneo orientale passa il contenimento della “minaccia” russa. La traiettoria di espansione di Mosca verso il Mediterraneo si muove in due direzioni: una è la Siria, l’altra, appunto, riguarda il Mar Nero. 

La conferma recente del Generale Lloyd Austin a capo del Pentagono fa presagire un prossimo ed ulteriore rafforzamento della presenza militare statunitense nel Mar Nero e nel Mediterraneo orientale, che miri ad “impedire l’aggressione russa” in quei mari e territori. 

Tale strategia dovrà necessariamente trovare l’accordo degli Stati europei, che sembra abbiano accolto tutti – o quasi – con un certo palese favore l’elezione di Biden, dato il suo approccio tradizionale nei confronti della politica internazionale. È pur vero – e va necessariamente specificato – che per quanto un leader possa mostrare un certo tradizionalismo nei confronti delle relazioni internazionali, gli eventi contingenti e reali spingono e costringono al realismo politico

Dati gli interessi statunitensi e la geografia politica della regione, gli interventi di Washington potrebbero richiedere una fortificazione delle capacità diplomatiche e di mediazione da parte dell’Unione Europea nel Mediterraneo – perché il quadro geopolitico potrebbe ulteriormente complicarsi nel breve periodo. Ciò non potrà prescindere da una maggiore centralità degli Stati europei rivieraschi

E chi lo sa che a lungo andare ciò porterà ad un affrancamento Europeo dagli Stati Uniti.

Riferimenti

Amoroso, B., & Caudullo, F. (2016). La depredazione del Mediterraneo. goWare.

Mini, F. (2017). Che guerra sarà. Bologna: Il Mulino.

Morin, E. (2019). Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero. Trapani: Il pozzo di Giacobbe.

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.

Ho incontrato lo IARI per caso, alla ricerca di analisi web su determinate tematiche geopolitiche ed ho deciso di mettermi in gioco come analista. Scrivere è sempre stata una mia grande passione, congiuntamente al grande interesse per la politica e lo studio. Lo IARI mi ha dato la grande opportunità di crescere nella professionalità e nell’accuratezza stilistica e di osservazione, grazie alla profonda fiducia infusaci. Da dicembre 2019 faccio parte della Redazione. È un progetto nuovo, fresco, motivante: giovani laureati, pronti a dare il proprio contributo al mondo!

La macro-area di cui mi occupo all’interno dello IARI è la regione Euro-Mediterranea. Sono rimasta affasciata dalla Storia delle Relazioni Euro-Mediterranee, affrontate durante il percorso di studi. Per questa grande passione sto svolgendo un tirocinio di lavoro presso l’Assemblea Parlamentare del Mediterraneo. Questa nuova esperienza mi ha aperto un modo di possibilità, prospettive e riflessioni. Il Mediterraneo, oggi e da sempre, è teatro culturale fondamentale nello scenario internazionale: è qui che si gioca la battaglia culturale!

Essere analista per me significa poter dare un contributo intellettuale importante al mondo e alla nostra società particolare. Ed è un impegno che parte dallo studio approfondito degli eventi passati e presenti. Lo IARI in questo dà molto supporto!

Ho una passione innata per la storia, la filosofia, la letteratura e la teologia. Tra i miei autori preferiti (tra romanzi e saggi) rientrano Joseph E. Stiglitz, Jacques Le Goff, Fëdor Dostoevskij, Charles Dickens e Gilbert K. Chesterton. Un altro hobby è la musica: strimpello sia chitarra che pianoforte e nutro un grande amore per il jazz e tutte le sue forme.

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