L’INCONTRO FRA IL PRIMO MINISTRO ARMENO E IL SUO OMOLOGO AZERO A MOSCA

Lo scorso 11 gennaio, i primi ministri di Armenia e Azerbaijan si sono visti nella capitale Russa, nel primo incontro dopo la firma del “cessate il fuoco” mediato da Putin.

Gli incontri tenutosi nella capitale della Federazione, hanno visto i leader dei due paesi che si sono recentemente scontrati, discutere l’implementazione delle misure già stabilite nell’accordo di novembre. Dalle dichiarazioni fornite alla stampa prima e dopo il trilaterale e i bilaterali, fra i presidenti delle due repubbliche caucasiche e Putin, emergono le priorità dei singoli stati.

Putin, ha nel corso di questi incontri, ribadito la volontà di trovare una pace e si è dichiarato soddisfatto dell’osservanza dell’accordo avvenuto (a suo dire) senza incidenti. Non ha mancato di ribadire durante i bilaterali le fruttuose relazioni fra la federazione e le due repubbliche, che da un lato poggiano su una serie di relazioni economico-culturali con l’Azerbaijan e dall’altro in relazioni economico-militari con l’Armenia. Nel suo intervento durante il trilaterale, ha affermato che tutte le azioni della Russia sono avvenute rispettando le pratiche chiave del Gruppo OSCE di Minsk (che dal 1992, si occupa di trovare una soluzione pacifica alla controversia). Ha inoltre ricordato gli aiuti dati nella regione.

Gli fa eco il presidente azero Ilham Aliyev, che non ha mancato di ribadire la convenienza dell’apertura delle frontiere agli scambi commerciali, dichiarandosi disposto a permettere all’Armenia un accesso alla Russia e all’Iran attraverso il suo territorio. Senza al contempo rinunciare ad un avvertimento alla controparte: “confido che da parte Armena, non ci saranno tentativi di riconsiderare l’accordo del 9 novembre, così ché entrambe le nazioni possano trovare la saggezza di pensare a future riconciliazioni”.

Il presidente armeno Nikol Pashinyan, come Aliyev non ha mancato di ringraziare il presidente Putin per il suo ruolo nella crisi ma, a differenza degli omologhi, ha usato un tono più pessimistico, dichiarando che la soluzione del conflitto è lontana affermando al contempo stesso la volontà di proseguire anche all’interno dell’OCSE. Ha posto l’accento sulla questione umanitaria e nello specifico sullo scambio dei prigionieri di guerra e dei corpi dei caduti. Parlando della dichiarazione appena firmata, viene definita in grado di cambiare il profilo economico della regione, producendo “garanzia di sicurezza ancora più affidabili”.

L’incontro, arriva dopo L’accordo firmato il 9 novembre che ha posto fine agli scontri nell’area, e che stabilisce al di là del “cessate il fuoco” una serie di misure che, innanzitutto, obbligano Erevan a ritornare una serie di distretti, conquistati nel ‘94 a Baku. Stabilisce una forza di peacekeeping russa, che conta 1960 uomini, schierati sulla linea di contatto in Nagorno-Karabakh e lungo il corridoio di Lachin (che prima della guerra, univa l’Armenia alla regione contesa, l’attuale accordo consegna la giurisdizione del corridoio alle forze di Peacekeeping russe), per un periodo di 5 anni.

La decisione Azera di accettare quest’ultima condizione, nasconde (secondo il rapporto pubblicato dall’Università di Amburgo insieme al CORE) la volontà di congelare il conflitto per un’altra generazione, ed evitare così, l’eventuale riconquista del Nagorno-Karabakh, che porrebbe problemi di ordine pubblico a causa della sua popolazione prevalentemente armena e della possibilità di creare decine di migliaia di rifugiati armeni. 

Inoltre stabilisce il ritorno dei rifugiati nella zona, sotto la supervisione dell’alta commissione delle nazioni unite per i rifugiati e lo scambio dei prigionieri di guerra, ostaggi e corpi. Dal punto di vista dei trasporti impegna L’Azerbaijan a non ostacolare il traffico da/e per il corridoio di Lachin e al contempo impegna l’Armenia ad evitare a sua volta di ostacolare i trasporti fra l’Azerbaijan e l’enclave azera Nakhnchivan.

E sono proprio i trasporti al centro della dichiarazione congiunta, nella quale si stabiliscono ulteriori misure da implementare all’accordo di inizio novembre (in particolare, nel testo si fa riferimento al paragrafo 9 del suddetto accordo). Secondo il testo della dichiarazione, verrà creato un gruppo di lavoro che riunirà i vice primi ministri dei tre paesi, e che inizierà ad incontrarsi il 30 gennaio, con il compito di gestire i trasporti ferroviari e stradali. Verranno, inoltre, creati dei sottogruppi di lavoro al fine di preparare un elenco di progetti, di cui dovranno essere spiegate le voci di spesa, che saranno sottoposti all’approvazione delle parti (ovvero dei vice primi ministri) entro il 1° marzo.

Il conflitto è lungi dall’essere risolto, le motivazioni alla sua base persistono e ad oggi è difficile preventivare un accordo che vada bene ad entrambe le parti. È evidente la volontà di entrambi i paesi a non volersi arrendere. I fattori che potrebbero spostare l’ago della bilancia non sono solo di natura economica ma anche demografica, infatti, il divario fra la crescita della popolazione azera e il declino della popolazione armena unita alle maggiori risorse azere, dovute ai giacimenti di petrolio e ai gasdotti, che passano nel suo territorio, rappresentano un problema non di poco per i vertici di Erevan poiché permettono a Baku maggiori risorse da investire in caso di guerra.

In effetti è ciò che ha fatto, con un budget per la difesa che nel 2021 (secondo i dati del global firepower) supera i due miliardi ( da 11 milioni del 1992, data di inizio del conflitto ) contro i 634 milioni da parte armena (nel ‘93, erano 9 milioni e 800 mila). In questo contesto, nonostante ad un primo sguardo l’accordo firmato dai due paesi sotto l’egida russa sembra penalizzare L’Armenia, questo avrebbe permesso di arginare le perdite territoriali a quelle inevitabili. L’intervento turco nella regione ha senza dubbio inserito una nuova variabile in un conflitto che, sebbene sia definito “congelato”, periodicamente si ripresenta ricordando la sua esistenza.

Gli incontri di Mosca sanciscono, insieme alla firma dell’accordo, la posizione della Russia come ago della bilancia nella zona. Il recente conflitto ha reso evidente la subordinazione di Erevan a Mosca, l’unica in grado di proteggere il Nagorno-Karabakh da un eventuale aggressione azera. La Francia e gli USA hanno lasciato l’iniziativa alla Russia, permettendole, insieme alla Turchia, maggior margine di manovra. Dunque, la missione di Peacekeeping, le permetterebbe di rendersi indispensabile per la soluzione del conflitto.

Infine, la tendenza da parte di entrambe le parti ad usare il conflitto come strumento politico, sia all’interno che all’esterno dei reciprochi stati, non esclude una riapertura delle ostilità una volta finita la missione Russa.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from RUSSIA E CSI