IL CILE CHIUDE CON L’ERA PINOCHET

Con il referendum del 25 ottobre 2020 il popolo cileno ha deciso di chiudere definitivamente col passato: ad aprile inizieranno i lavori per la scrittura della nuova Costituzione.

L’origine delle proteste

Tutto è iniziato nel 2019 – precisamente il 18 ottobre – quando i moti a Santiago del Cile hanno preso la piega di una vera e propria rivoluzione a seguito dell’aumento del prezzo dei biglietti della metro, – il più alto in tutto il Sud America – che in realtà ha mostrato un malcontento represso per oltre trent’anni di un funzionamento democratico basato sui diritti sociali fortemente privatizzati rimasto de facto invariato dai tempi della dittatura. 

La misura della metro è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso intorno ad un sistema completamente privatizzato, dove i diritti sociali quali salute e istruzione in primis, non vengono garantiti in modo equo ma persiste un sistema classista che aumenta le differenze tra i vari ceti della popolazione. 

La forza delle proteste – definita dal Presidente una guerra contro un nemico implacabile – aveva portato Piñera a dichiarare “lo stato di emergenza” ed il coprifuoco per il giorno successivo, misure che non venivano invocate dai tempi di Pinochet. Questo mostra la portata delle rivolte partite dagli studenti e che ha coinvolto tutte le frange più deboli della piramide sociale che a gran voce hanno chiesto di affrontare la disuguaglianza e di conseguenza di riscrivere la Costituzione.

Il lato oscuro del Cile: una “democrazia privatizzata”

Al di là del fatto che l’aumento del prezzo del biglietto della metro possa essere o meno la causa principale delle proteste, il Cile vive da moltissimo tempo un problema di disuguaglianza sociale che mostra tutte le contraddizioni di un Paese considerato in America Latina il meno povero di tutti. Secondo un rapporto del 2017 del PNUD , il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo del Cile, il problema delle differenze sociali parte da molto lontano, dalla spartizione delle terre da parte dei coloni spagnoli che favorì la nascita “dei bianchi”, cioè gli europei, e segnò l’inizio dell’alta società cilena. Il rapporto del PNUD ha notato come la disuguaglianza ha trovato terreno fertile quando la società si è divisa in haciendas peones continuando ad esistere fino all’apertura alla moderna economia di mercato. 

Basti pensare che lo stipendio minimo è di circa 301mila pesos cileni (370€) ma più della metà dei cileni percepisce uno stipendio non superiore ai 400mila pesos (490€). Dunque, l’aumento del biglietto della metro in aggiunta all’aumento di luce, gas e spese sanitarie, grava fortemente sulle finanze familiari favorendo ancora di più una disparità sociale che mostra l’incapacità di distribuire in modo equo le ricchezze. 

Il Cile di oggi, dunque, si mostra come una fotografia sfocata della differenza sociale interna, con un sistema istituzionale al collasso ed uno Stato che svolge un ruolo puramente sussidiario.

Il punto e a capo del Cile: una nuova Costituzione

“Quiere Usted una nueva Constituciòn?” è questa la prima domanda posta nel referendum del 25 ottobre 2020 a più di 14 milioni di cileni che, in seguito alle proteste iniziate lo scorso anno, hanno levato a gran voce il grido di una nuova Costituzione.

Il secondo quesito, più delicato e complicato, riguardava chi avrebbe dovuto redigere il testo costituzionale se gli attuali componenti parlamentari o una nuova assemblea costituente: i cileni hanno fatto tabula rasa e hanno deciso di eleggere, ad aprile, una nuova assemblea costituente il cui lavoro verrà sottoposto ad un nuovo referendum nel 2022.

Si tratta di un evento storico: Il 78,12% della popolazione ha espresso parere favorevole alla cancellazione della Costituzione del 1980 per dare spazio ad una nuova Costituzione basata sull’inclusività e l’uguaglianza, sul riconoscimento dei diritti sociali per archiviare completamente questo pesante retaggio del passato.Le foto di una gremita Plaza Dignidad il giorno seguente al referendum sono l’immagine perfetta di ciò che vuole il Cile: rompere definitivamente col passato. 

La giornata del 25 ottobre è di enorme importanza non solo per il risultato del referendum in sé, ma anche e soprattutto perché dimostra che la battuta d’arresto provocata dal Covid-19 non ha affievolito le richieste dei cileni, portando dalla piazza alle urne la volontà di intraprendere un percorso di transizione democratica lasciato a metà a causa della dittatura ed una dimostrazione di maturità civile non troppo scontata in questo periodo delicato. 

Il Covid-19 ha stravolto la vita di ognuno di noi; ha cambiato profondamente il modo di pensare e vedere politico, sociale ed economico; ha avuto ed ha ancora la forza di catalizzare l’attenzione ed influenzare ogni scelta del nostro vivere.Questo per il popolo cileno sembra non essere stato un limite, anzi l’immobilismo generale causato dal virus non ha spento le richieste refendarie ed il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Da queste premesse dovrà partire il lavoro dell’Assemblea Costituente di aprile, dall’impegno a costruire un vero e proprio progetto politico secondo i principi della partecipazione e dell’inclusività che trascendono le logiche di potere sin ora utilizzate.  Accontentarsi di una giustizia “possibile” o di una democrazia “possibile” , oggi, all’indomani del referendum , è evidente che sia una soluzione del tutto inaccettabile per il popolo cileno.

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