TUNISIA IN TUMULTO

Nell’anniversario dello scoppio delle Primavere arabe, la Tunisia viene nuovamente investita da violente proteste che coinvolgono maggiormente le generazioni più giovani. Gravi problematiche economiche e sociali sono alla base del malcontento popolare. 

A 10 anni dallo scoppio della Primavera araba che portò alla rimozione dal potere il dittatore Zine El-Abidine Ben Ali tornano le proteste violente in Tunisia. 

Migliaia i manifestanti, centinaia gli arrestati, riferisce il portavoce del ministro dell’Interno Khaled Hayouni, tutti tra i 15 e i 25 anni, scesi in strada contro la grave crisi economica che affligge il paese, la crescente povertà, i servizi pubblici scadenti e la corruzione di governo e polizia. Nemmeno l’imposizione di un nuovo lockdown e di un coprifuoco notturno dovuti all’emergenza sanitaria hanno impedito lo scoppio delle rivolte, che si sono susseguite per tre notti consecutive in molte città, compresa la capitale. 

Iniziate come segno di protesta contro le nuove restrizione da Covid-19 nascondono in realtà un malcontento diffuso, che si aggira nel paese ormai da anni.

La Tunisia infatti sta attraversando una gravissima crisi economica, ulteriormente esacerbata dalla recente pandemia. Migliaia di posti di lavoro sono andati perduti, aggravando la già altissima disoccupazione giovanile che sfiora il 34.3 % nella fascia d’età 15-24 anni. Inoltre, soltanto tra il 2014 e il 2018 il tasso di povertà è aumentato del 30% [1], senza contare che l’inflazione è in rapida crescita e l’industria del turismo è ormai al collasso. I dati hanno confermato che lo scorso anno il prodotto interno lordo del paese abbia subito una contrazione ben del 9% [2].  

Ad infiammare gli animi ha senza dubbio contributo anche la dilagante corruzione, che ha fatto ottenere al paese il 74esimo posto nel Corruption Perceptions Index del 2019 compilato da Transparency International [3], che individua l’origine del fenomeno nella negligenza delle autorità e nella debolezza delle istituzioni. 

La classe politica infatti risulta estremamente frammentata e perciò incapace di mantenere le promesse fatte negli anni. Basti pensare che dal 2011, la Tunisia ha avuto ben 8 governi, inclusi due ad interim, che hanno avuto una durata media di 1 anno ciascuno. L’ultimo, quello di Hichem Mechichi, ha iniziato il suo mandato lo scorso 2 settembre, in piena emergenza sanitaria.

Da non sottovalutare, avverte la Banca africana di svilluppo (ADB), è anche il crescente debito pubblico, in maggioranza estero (70%), che è aumentato del 95% tra il 2010 e il 2019, mettendo la Tunisia a rischio di gravi shock economici e riducendo la liquidità a disposizione del settore privato [4].

Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), gli effetti economici della pandemia metteranno la Tunisia in difficoltà ancora più gravi di fronte al suo debito. Quest’ultimo infatti aumenterà in modo significativo mentre il paese è alle prese con lo shock Covid-19, riflettendo il forte calo della crescita e il deterioramento del saldo di bilancio primario a seguito di minori entrate e delle misure di risposta alla crisi. Ma il tempo stringe per Tunisi. Tra il 2020 e il 2021 infatti, secondo un rapporto diffuso lo scorso marzo dall’autorità contabile del Paese, la Tunisia dovrà iniziare a rimborsare 123 prestiti esterni ricevuti tra il 2012 e il 2016, rimborsi che tra il 2021 e il 2025 raggiungeranno circa 1 miliardo di dollari all’anno.

Con il paese quindi sull’orlo della bancarotta e afflitto da profonde fratture economiche, politiche e sociali non sorprende che molti guardino altrove per nuove opportunità. I tunisini sono stati uno dei più grandi contingenti di foreign fighters [5] nella guerra civile in Siria, mentre molti altri si sono indebitati per raggiungere l’Europa, spesso rischiando la vita.

Molto poco sembra quindi essere cambiato dal 17 dicembre 2010 quando Mohamed Bouazizi si dette fuoco in piazza in segno di protesta. Il popolo tunisino è frustrato, profondamente deluso. Secondo un recente sondaggio il 50% sostiene che la vita in Tunisia sia peggiore di prima della rivoluzione e che attualmente il gap tra ricchi e poveri sia molto più ampio [6]. Di qui i movimenti di protesta che si susseguono ormai da anni nel paese. Il Tunisian Forum for Economic and Social Rights (FTDES) soltanto nel 2020 ha registrato lo scoppio di 6,500 proteste nel paese, motivate principalmente da ragioni economiche e sociali [7].

Tunisi si trova quindi di fronte a molteplici sfide, prima tra tutte l’emergenza sanitaria che ha bisogno di risposte immediate. Segue la necessità di profonde riforme che vadano a redistribuire le opportunità economiche nel paese in modo tale che vengano incluse anche e soprattutto le giovani generazioni, troppo spesso dimenticate. Sarà necessario quindi non solo ridurre le disuguaglianze sia economiche che sociali, ma anche supportare le classi più svantaggiate e garantire loro una maggiore inclusione. 

Se le élite al potere non inizieranno ad attuare i cambiamenti necessari e a risanare il rapporto con il popolo tunisino le proteste potrebbero subire un’impennata e il malcontento dilagare ulteriormente con il rischio di gettare il paese nuovamente nel caos. 

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