LE SFIDE DELLA PICCOLA SPARTA ARABA

Abu Dhabi dispone delle forze armate più forti del Medio Oriente. Il loro intervento nei conflitti scoppiati nella regione a seguito della Primavera araba ha determinato il protrarsi di quest’ultimi, ma a lungo andare potrebbe alienare gli interessi dello stato del Golfo da quelli suoi alleati tradizionali.

Nel 2018 il Segretario della Difesa statunitense James Mattis ha soprannominato gli Emirati Arabi Uniti la Piccola Spartaalludendo alle notevoli capacità delle sue forze armate, le quali sono considerate le più forti e preparate tra i paesi arabi. Questo è il risultato di decenni di investimenti nel settore militare e di numerose operazioni esterne – nei Balcani negli anni Novanta, in Somalia nel 1992, in Afghanistan nel 2003 e di recente in Siria, Libia e Yemen – nonché del supporto offerto dai suoi alleati tradizionali, Stati Uniti e Arabia Saudita. 

Ad oggi Abu Dhabi dispone di 63000 unità di personale attivo – senza contare i gruppi di mercenari sparsi in Yemen e Libia – su una popolazione di meno di 10 milioni di abitanti. Le forze della Guardia Presidenziale, insieme a quelle aeree, sono le più preparate. Queste ultime, inoltre, possono contare sul sostegno dei più esperti ufficiali americani. 

Lo scoppio della Primavera araba è stato un importante catalizzatore della crescita militare della Piccola Sparta. Al fine di garantire la sopravvivenza dei governi centrali e di contrastare i movimenti politici islamisti, Abu Dhabi si è lanciata in nuove operazioni militari in Medio Oriente e Nord Africa contando sul sostegno delle monarchie tradizionali del Golfo e utilizzando mercenari di diversa provenienza. In questo contesto le forze di opposizione di natura islamista, che si ponevano alla guida del cambiamento politico-istituzionale nei pluridecennali regimi dittatoriali arabi, sono state etichettate da Abu Dhabi come organizzazioni terroristiche.

Nel 2014 è stato messo al bando il gruppo islamista locale Al-Islah, accusato di incitare alla ribellione armata contro lo stato. Inoltre, nello stesso anno è stata introdotto la circoscrizione universale per i cittadini maschi tra i 18 e i 30 anni. Tale misura è stata attuata non tanto per aumentare il numero del personale armato emiratino quanto più per consolidare un senso di appartenenza nazionale tra le fasce più giovani della società, su cui far leva per mobilitare la popolazione nazionale contro le pressioni interne ed esterne che minacciano lo status quo.  

Le forze militari della piccola Sparta hanno contribuito al golpe militare avvenuto in Egitto nel 2013, il quale ha rovesciato il governo islamista di Al-Morsi, democraticamente eletto nel 2012 nelle elezioni post-Primavera. Per quanto riguarda Libia e Yemen, paesi in cui l’ondata di proteste ha determinato una forte frammentazione del territorio statale e in cui ancora oggi si fatica a risolvere i conflitti che ne sono scaturiti, l’intervento di Abu Dhabi è stato più massiccio. Nel paese nord-africano gli Emirati sono intervenuti a sostegno del generale Khalifa Haftar, al comando dell’Esercito Nazionale Libico che si oppone al governo pro-islamista di Tripoli, facendo leva su mercenari provenienti in gran parte dal Sudan. In Yemen, invece, gli Emirati si sono allineati alla Coalizione guidata dall’Arabia Saudita in funzione di contrasto al gruppo insorto degli Houthi – minoranza etnico-confessionale presente al nord del paese – e in supporto dei separatisti del sud, utilizzando gruppi militari formati dai leader delle tribù locali e personale emiratino. 

Abu Dhabi è parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo, organizzazione nata nel 1981 per contenere l’influenza di Teheran in Medio Oriente e, partire da quegli anni, la necessità di contrastare la cosiddetta ‘’mezzaluna sciita’’ è sempre stata prioritaria nella sua agenda politica. Questa percezione ha giustificato il suo intervento militare nel conflitto yemenita, in cui l’insorgenza armata degli Houthi riceve sostengo da Teheran. Iran ed Emirati, inoltre, hanno una disputa territoriale risalente agli anni Settanta riguardo tre isole situate nel Golfo Persico (Abu Musa, Greater Tunb e Lesser Tunb) le quali sono strategiche per i flussi commerciali che attraversano lo stretto di Hormuz.  

Secondo l’ottica emiratina un altro paese che minaccia la stabilità nazionale e regionale è la Turchia. Dal punto di vista ideologico ciò si giustifica sulla base del carattere islamista dell’attuale governo turco – il presidente Erdogan si è posto più volte come difensore della umma islamica –, ma da quello strettamente geopolitico è dovuto al fatto che Ankara, attraverso una politica estera fortemente realista, è riuscita ad allungare le mani non solo sul Mediterraneo orientale ma anche sul Sahel ponendosi, pertanto, come un rivale pericoloso per le monarchie tradizionali del Golfo. Sintomatico dei conflitti di interessi tra Abu Dhabi e Ankara è l’esercitazione congiunta che Abu Dhabi ha tenuto con la Grecia a settembre dello scorso anno, a seguito dell’acuirsi delle tensioni nelle acque del Mediterraneo, in difesa dalle aspirazioni egemoniche neo-ottomane.

Negli ultimi anni la piccola Sparta ha giocato un ruolo di primo piano nei conflitti in corso in Medio Oriente e Nord Africa alternando strategie di soft power e di hard power – dagli Accordi di Abramo all’intervento armato in Yemen e Libia – allo scopo di difendere i suoi interessi geo-economici e preservare lo status quo. Gli interventi militari in Yemen e Libia hanno permesso al paese sia di accaparrarsi punti d’accesso strategici nel Corno d’Africa sia di assicurarsi il controllo dei flussi commerciali nel Mediterraneo orientale, nonché dei giacimenti di idrocarburi presenti nella regione della Cirenaica.

Nei prossimi anni si prevede un’ulteriore crescita militare della Piccola Sparta. Inoltre, Abu Dhabi ha l’intenzione di svincolarsi dai suoi alleati tradizionali, Stati Uniti e Arabia Saudita, incrementando la propria produzione bellica e investendo maggiormente nella creazione di accademie militari da essa interamente gestite. A lungo andare questa ricerca di una maggiore autonomia potrebbe alienare gli interessi della monarchia del Golfo da quelli di Stati Uniti e Arabia Saudita portando a nuove dinamiche e spaccature nei conflitti di lunga data in corso nella regione.

Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

1 Comment

  1. Articolo molto interessante, ho avuto modo di approfondire l’argomento ma dal punto di vista “ottomano”. Ben scritto complimenti!

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