IL GIAPPONE E IL RINNOVATO TIMORE DEL COVID19

Con lo scoppio della seconda ondata di Covid19, il Giappone affronta un periodo molto complesso, tra timori e speranze nel vaccino. 

Due settimane fa, esattamente il 7 gennaio, il Primo Ministro Yoshihide Suga ha dichiarato che per la seconda volta, da quando è iniziata la pandemia, verrà istituito lo stato di emergenza della durata di un mese. L’emergenza che inizialmente ha interessato Tokyo e altre tre aree considerate a rischio, è poi stata estesa ad un totale di undici aree: dopo le aree di Tokyo, Chiba, Saitama e Kanagawa, si sono aggiunte Osaka, Kyoto, Hyogo, Aichi, Gifu, Tochigi e Fukuoka.

Fino a novembre 2020 sembrava che il Giappone fosse riuscito a contenere la pandemia, con solo un aumento dei casi oltre la norma nel mese di agosto. 

Nonostante l’impennata dei casi negli ultimi due mesi, i dati sono molto lontani da quelli più preoccupanti e tragici che si sono visti in quest’anno nei Paesi europei: mentre Italia, Francia, Gran Bretagna hanno superato le settantamila vittime, il Giappone ha registrato un totale di circa 4800 decessi.  Discorso diverso però se osserviamo il numero dei positivi poiché il Governo nipponico registra giornalmente circa 25 mila tamponi, ben al di sotto dei tamponi effettuati nei Paesi europei (in Italia al giorno vengono eseguiti circa 250mila tamponi tenendo conto anche dei test rapidi antigenici).

Numerosi esperti giapponesi sono concordi nell’affermare che il numero di positivi rilevati giornalmente è sicuramente una sottostima e ciò rende anche complesso il sistema di tracciamento dei casi (sistema che tra le altre cose, non viene considerato necessariamente l’arma più efficace per rallentare la propagazione dei contagi). Lo stato di emergenza invocato da Suga è sintomo quindi del timore della seconda ondata di contagi: a partire da novembre infatti, il Giappone ha visto la continua ascesa del numero giornaliero di casi infetti, fino ad arrivare alle ultime settimane con più di seimila casi al giorno. 

Solo a Tokyo, prima area dove è stato dichiarato lo stato di emergenza, si sono riscontrati nelle ultime due settimane più di mille casi di positività giornalieri, abbastanza per mettere in allarme il Governo, chiamato a trovare una soluzione. 

Una diversa strategia: closed spaces, crowds e close-contact situations.

Negli scorsi mesi, Tokyo non aveva attuato restrizioni drastiche: per contrastare l’immenso danno economico del settore turistico (sceso dell’87% a causa del Covid19), il Governo aveva persino incoraggiato il turismo domestico. La decisione di sostituire regole e imposizioni con “consigli” su come comportarsi per evitare l’aumento dei contagi, era stata criticata da molti esperti del settore medico nipponico: a ciò si aggiungeva la mancanza di un esperto virologo nel team del Governo Abe e poi Suga, mancanza che aveva lasciato perplessi numerosi accademici. La teoria principale del Governo giapponese si era basata sul concetto di sanmitsu, divenuta la vera parola d’ordine per la popolazione: con il termine sanmitsu si vuole indicare la strategia delle tre C sulla quale si sono basate le linee guida di Tokyo.

Non quindi tamponi, tracciamento o imposizioni di duri lockdown, come avvenuto in Europa, ma una strategia basata sull’evitare spazi chiusi, le folle e le situazioni dove il contatto tra le persone è più ravvicinato.  Come detto però, fino a due settimane fa, le regole dettate prima dal Governo Abe e poi dal suo successore Suga, risultavano essere più dei consigli da seguire che rigide regole. La mancanza di restrizioni per ristoranti, bar e cinema (rimasti sempre aperti) sono la riprova di come la strategia di Tokyo sia stata piuttosto debole, forse data dal fatto che la stessa Costituzione giapponese prevede che le libertà dell’individuo non vengano oppresse (articolo 13 della Costituzione). 

La mancanza di restrizioni più serie e vincolanti è stata criticata da numerosi uomini di alto livello del settore sanitario: da Londra, Kenji Shibuya, direttore dell’Istituto per la Sanità Pubblica del King’s College ha definito la risposta del governo come lenta e confusa, con il Governo che semplicemente si starebbe affidando alla buona condotta del popolo. Con l’ultima dichiarazione di Suga e con l’imposizione del mese di stato d’emergenza nelle undici aree, sembra che finalmente il Governo abbia pronto un piano più diretto e severo: tra le richieste fatte ai propri i cittadini, vi sono la chiusura dei locali e ristoranti alle otto di sera, per scoraggiare le persone (in particolar modo i salarymen giapponesi) a restare fuori casa fino a tardi, oltre alla richiesta alle aziende di trasferire almeno il 70% dei propri dipendenti in modalità smart-working

Tali misure dovrebbero rappresentare la soluzione per allentare la pressione sugli ospedali, che sono sempre più vicini al collasso: per contrastare il problema, il Governo si starebbe impegnando nelle ultime due settimane a rifornire di più posti letto i principali ospedali delle grandi città, a causa del sovraffollamento dei reparti. 

L’arrivo del vaccino e il dilemma Olimpiadi 

I principali quesiti che toccano i giapponesi ma anche i media internazionali sono attualmente due: quando il vaccino e cosa succederà il 23 luglio.  Il Governo giapponese ha dichiarato che entro fine febbraio inizierà la distribuzione del vaccino anti-Covid19, nello specifico quello dell’azienda Pfizer: il Giappone avrebbe acquistato sufficienti dosi per 72 milioni di persone del vaccino sviluppato da Pfizer, mentre sarebbero state concordate dosi per 60 milioni di persone del vaccino di AstraZeneca e dosi sufficienti per 25 milioni di persone del vaccino Moderna. 

Il Governo non avrebbe ancora rivelato un programma ufficiale di distribuzione, ma sembrerebbe che le dosi saranno fin da subito destinate al personale sanitario e alle persone di età superiore ai 65 anni.  Il principale ostacolo però della distribuzione del vaccino non è la tempistica, quanto più la volontà dei giapponesi di farsi vaccinare: secondo i dati, almeno il 30% della popolazione è scettico nei confronti del vaccino e difficilmente si vaccinerà. 

Un altro punto interrogativo verte sulla data del 23 luglio, giorno in cui dovrebbero aver inizio le Olimpiadi di Tokyo. Sarebbe giunti infatti i primi timori per una possibile cancellazione, specie dopo le parole di Kono Taro, Ministro per le riforme amministrative e appena nominato capo del programma anti-Covid19, che avrebbe affermato che in merito alle Olimpiadi tutto può accadere

L’opinione alquanto pessimistica di Kono si discosta dall’opinione generale del Governo, che è sicuro della riuscita e del normale svolgimento delle Olimpiadi: nonostante però l’ottimismo da parte delle alte cariche del Governo, secondo un recente sondaggio, il 77% dei giapponesi ritiene che i Giochi Olimpici non si terranno. Mai come oggi si tratta di questione di tempo: i primi risultati delle nuove restrizioni imposte e la capacità di Tokyo di distribuire il vaccino, sapranno confermare se le Olimpiadi avranno luogo e se queste potranno diventare un trampolino di lancio per la ripresa del turismo nel Paese del Sol Levante. 

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from ASIA E OCEANIA