GIUSTIZIA CLIMATICA E DIRITTI UMANI: IL PRIMO RIVOLUZIONARIO CASO IN CORTE EDU

Il Global Legal Action Network (Glan) ha preso a cuore “un’emergenza come nessun’altra” sulla quale, già nel 2019, circa 11.000 scienziati non avevano dubbi sul fatto che “il Pianeta Terra la stava chiaramente ed inequivocabilmente attraversando” e che, altri ancora, avevano definito come “una vera e propria minaccia esistenziale per la popolazione civile”, supportata da report dell’Organizzazione Mondiale della Salute, dell’UNICEF e della Commissione Lancet che, invece, hanno sottolineato “il pericolo (jeopardise) per il futuro dei bambini di questo pianeta”: il cambio climatico e gli effetti sulla vita ed il benessere degli essere umani. 

È così che iniziano le dichiarazioni sui fatti del ricorso proposto da un gruppo di avvocati inglesi, tra cui Willers, che è un esperto in environment and climate change law, supportati dalla suddetta Ong Glan, capaci di rivoluzionare l’approccio fino ad ora adottato dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo (Corte EDU). 

I veri protagonisti, tuttavia, sono sei impavidi giovani, anzi giovanissimi, portoghesi preoccupati per il loro futuro. Attraverso il loro attivismo, ma prima ancora attraverso la loro esperienza, essi sono riusciti a portare avanti il caso – probabilmente- più importante mai presentato alla Corte di Strasburgo. 

Infatti il Presidente della quarta sezione della Corte ha deciso di trattare il ricorso ai sensi dell’art. 41 del regolamento che espressamente prevede che: “ per determinare l’ordine in cui devono essere trattati i ricorsi, la Corte tiene conto dell’importanza e dell’urgenza delle questioni sollevate, sulla base dei criteri da essa definiti […]”. 

Il caso riguarda le emissioni di gas che peggiorano l’effetto serra di cui si sarebbero responsabili 33 Stati, tra cui anche l’Italia, che così facendo hanno apportato un notevole contributo al riscaldamento globale tale da creare, tra gli altri, dei picchi di caldo che impatteranno negativamente la vita e la salute dei ricorrenti. Essi intendono, pertanto, dimostrare che gli incendi delle foreste che colpiscono il Portogallo ormai da qualche anno, specialmente dal 2017, sono il risultato diretto del surriscaldamento globale. 

Una lettura attenta del ricorso, infatti, spiega il nesso di causalità che intercorrerebbe tra gli avvenuti incendi e le ripercussioni sulla salute dei giovanissimi: invero, il fatto che si siano verificati proprio nei pressi delle loro abitazioni (Leira, Portogallo) gli incendi avrebbero causato successivamente disturbi nel sonno, manifestazioni di allergie, difficoltà respiratorie nei giovani ricorrenti e, il tutto esacerbato dalle temperature tremendamente alte della stagione calda. Inoltre, la pretesa di poter condurre una vita normale, ossia trascorrere del tempo fuori per giocare, fare attività fisica o – perfino- le scuole rimaste temporaneamente chiuse, era fin troppo ottimistica.

Un altro aspetto rilevante per la qualità della vita dei ricorrenti è stata anche la difficoltà di poter continuare a coltivare legumi nei loro orti a causa dei picchi di siccità sempre più frequenti, o, ancora, estrarre acqua dai loro pozzi proprio a causa degli incendi e delle emissioni di ceneri. Tutti questi danni sono stati creati negli anni, decenni passati nelle proprietà delle loro famiglie. In più, la morte di centinaia di persone a seguito degli incendi avvenuti proprio vicino a loro, ha ingenerato nei ricorrenti e nei loro cari una forma di ansia per ciò a cui hanno assisitito, per non trascurare il fatto che, coscienti che sempre più calde stagioni, con il passar del tempo, li attenderanno, saranno costretti a vivere con questo senso di irrequietezza costante che il peggio possa arrivare. 

Gli altri due giovani ricorrenti che, invece, vivono a Lisbona hanno sostenuto che, specialmente nelle stagioni più fredde, il cambiamento climatico potrebbe generare delle tempeste molto potenti ed essendo – la loro casa- molto vicina al mare, temono che essa possa subire gli effetti tra i più devastanti. 

In generale, i ragazzi lamentano il fatto che i 33 Stati non abbiano ottemperato agli obblighi positivi previsti dagli art.2 e 8 della CEDU, alla luce degli impegni assunti negli Accordi di Parigi sul clima del 2015 (COP21). Più nello specifico, l’art. 2 degli Accordi prevede che il contenimento dell’innalzamento della temperatura media del Pianeta sia ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, nonchè perseverare in un’azione guidata e condivisa al fine di limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi centigradi al di sopra dei livelli pre-industriali, consapevoli che solo così si ridurrebbero gli effetti e le conseguenze disastrose del cambio climatico. 

Una considerazione in più, dal punto di vista del diritto, va fatta in merito all’età dei ricorrenti, i quali essendo appunto giovanissimi- la maggior parte di essi non raggiunge nemmeno lontanamente la maggiore età- fan sì che si configuri una violazione dell’art. 14– divieto di discriminazione- in combinato disposto con gli artt. 2 e 8 della Convenzione, poichè gli effetti e le conseguenze del cambio climatico colpiscono e minacciano principalmente la loro generazione. L’ interferenza con i loro diritti, quindi, è ben più grave rispetto a quelli delle generazioni precedenti. (cfr. pag 12, n.8 Application form annex alla CoEDu– d’ora innanzi ricorso)

Inoltre, non si possono trascurare le disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo che all’art 3, par. 1 prevede che: “In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente”. 

Essi si basano, inoltre, su un altro principio ossia quello dell’equità intergenerazionale di cui si ha riscontro non solo nel preambolo dell’accordo di Parigi, ma anche nella Dichiarazione di Rio del 1992 sull’ambiente e lo sviluppo e la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sull’ambiente e il cambiamento climatico del 1992, secondo cui il diritto allo sviluppo deve essere realizzato in maniera tale che vengano soddisfatte equamente le esigenze di sviluppo e ambientali delle generazioni presenti e future

Il peso, quindi, che le giovani leve e tutte quelle a venire dovranno sopportare, non si ritiene abbia “aucune justification objective et raisonnable”, soprattutto a causa del fatto che non sono state adottate misure adeguate per il ridurre il riscaldamento globale. 

Da quanto, inoltre, si legge nel ricorso, interessante è la nuova interpretazione dello status di vittima alla luce dell’art.34 della Convenzione, il quale al fine di garantire un “effective protection” e in tanto che questo  non venga applicato in un “rigid, mechanical and inflexible way” (modo rigido, meccanico e inflessibile), permette di ridisegnare e ridefinire la figura di vittima in quanto “directly affected” ( direttamene affetta) da una presunta violazione. Inoltre, una potenziale vittima diventa tale se vi è più di un “mero sospetto o congettura” ma piuttosto “reasonable and convincing evidence of the likelihood that a violation affecting [an applicant] personally will occur”(ragionevoli e convincenti prove). (vedi pag 7, n.7 ricorso).

Ma quali erano in concreto le azioni da mettere in atto?

Si ritiene che gli Stati Membri non abbiano chiaramente adempiuto alle obbligazioni della Convenzione EDU in questione, letta alla luce dei Trattati Internazionali in materia di clima, né che abbiano adottato tutte quelle misure adeguate atte ad apportare un serio contributo all’azione contro il cambio climatico, quali:

– diminuire le emissioni sul loro e sugli altri territori su cui vi è la loro giurisdizione;

– proibire l’esportazione di combustibili fossili;

– compensare le loro emissioni risultanti dall’importazione dei beni e;

– limitare il rifiuto delle emissioni all’estero. 

Si trattarebbe, pertanto, di misure concrete ed effettive che gli Stati dovrebbero rispettare anche se effettuate al di fuori del loro territorio. La valutazione di eventuali miglioramenti si basa, così, sull’analisi del tasso di riduzione delle emissioni a seguito dell’effettiva adozione di tali misure. Nella specie, a carico degli Stati vi sarebbe una “presumptive responsibility” (vedi punto 32, lett. a) ricorso) per aver contribuito significativamente a far innalzare il riscaldamento: infatti, il superamento della soglia fissata a 1,5 gradi centrigradi, fa ragionevolmente pensare che le misure intraprese dagli Stati per ridurlo sia stato allora – finora –palesemente inadeguato, almeno fino a prova contraria (pag.12, n.26 ricorso).

Tale responsabilità oltre che presunta è anche condivisa con gli altri Stati e l’impossibiltà di stabilire in che misura uno Stato sia più o meno responsabile gioca a favore dei ricorrenti. Infatti, data l’urgenza assoluta di agire a favore del clima, è importante che la Corte riconosca tale responsabilità condivisa affinchè i ricorrenti possano essere esonerati dall’obbligo del previo esaurimento delle vie di ricorso interno in ogni singolo Stato prima di poter adire “direttamente” la Corte Edu (secondo, cioè, l’ art. 35 in combinato con l’art.13 CEDU), rischiando di onerare perciò solo questi giovani (e le loro modeste famiglie) dell’eccessivo e spropozionato carico economico- e non solo- che comportebbe dover affrontare ogni singolo Tribunale, Corte e Supremo Organo in ognuno dei 33.  

Dinnanzi alle mancanze dei Governi, pertanto, la Corte potrebbe giocare un ruolo cruciale o addirittura sostitutivo rispetto ai doveri degli Stati di proteggere i giovani dalla minaccia del cambio climatico ed è per questo che si auspica che la Corte possa, a tal fine, prendere le loro difese. Questo, in realtà, potrebbe rappresentare oltre che un efficace modo di far fronte all’urgenza della questione, anche un monito per le giurisdizioni nazionali di prendere adeguati provvedimenti. A tal proposito, i ricorrenti sottolineano come altre azioni siano state intraprese al fine di far rispettare gli obblighi sulla riduzione delle emissioni globali: alcune sono andate a buon fine, altre no ed altre ancora sono ancora pendenti dinnanzi ai tribunali nazionali.

Ma questa è una situazione particolarmente complessa e complicata perché possa essere risolta dai giovani portoghesi dinnanzi ad ogni giurisdizione nazionale. Chissà che siano, poi, i tribunali nazionali stessi ad emettere ingiunzioni nei confronti dei loro Stati dato che è in loro potere farlo. 

In conclusione, l’obiettivo congiunto di questo progetto legale è quello di ottenere un pronuncia vincolante che imponga agli Stessi azioni urgenti e necessarie, affinchè si possa finalmente porre fine alla crisi climatica che stiamo attraversando.

Questi (stra)ordinari ragazzi portoghesi non rappresentano altro che la voce di migliaia di giovani che in tutta Europa hanno attuato- e continuano a farlo- diverse pressioni sui loro rispettivi Governi per intraprendere delle azioni “adesso!”. La speranza è, quindi, che la decisione della Corte di Strasburgo possa avere il potere di portare significanti cambiamenti nelle politiche dei Governi in questione. 

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