WHAT HAPPENS IN THE ARCTIC DOES NOT STAY IN THE ARCTIC: IL CONSIGLIO ARTICO È DESTINATO AD ALLARGARSI?

Lo scorso Novembre anche l’Estonia ha presentato domanda per entrar a far parte del Consiglio Artico

Il 9 Novembre 2020 l’Estonia ha ufficialmente sottoposto la sua application al Consiglio Artico per diventarne membro osservatore. Diventare membro osservatore significherebbe essere parte integrante dei sei gruppi di lavoro che affrontano le tematiche più impellenti per la regione artica che spaziano dallo sviluppo sostenibile, alla lotta agli agenti inquinanti e alla preparazione del sistema di search and rescue, estremamente importante in una regione tanto complessa. Presupposto imprescindibile per entrar a far parte del Consiglio, sono il riconoscimento della sovranità degli Stati artici e il rispetto per i valori, le tradizioni e la cultura delle popolazioni indigene. Al momento in qualità di membri osservatori, il Consiglio annovera tredici Stati non artici, tredici organizzazioni interparlamentari e intergovernamentali e dodici organizzazioni non governative.     

Ma perchè l’Estonia ambisce a far parte di questo organismo multilaterale? Quali sono i vantaggi che come membro osservatore può apportare al complesso lavoro del Consiglio Artico? Come evolveranno i rapporti che l’Estonia, come membro dell’Unione Europea, intrattiene con il vicino russo? 

Il mantra da cui partire, e che più volte viene citato dalla Presidente estone Kersti Kaljulaid, è  “What happens in the Arctic does not stay in the Arctic.” Significa che gli effetti del surriscaldamento globale hanno conseguenze più gravi in artico, con una calotta sempre meno estesa e più sottile e che determina l’acidificazione degli oceani e l’innalzamento dei mari. Effetti di cui gli Stati artici ne risentono già profondamente ma che interessano sempre più Paesi. L’Estonia, affacciando sul Mar Baltico, è uno dei Paesi più a Nord d’Europa e occupa una posizione di connessione strategica tra l’Europa Centrale, il Nord Europa e il vicino russo. Una posizione che significa una profonda conoscenza e vicinanza alle popolazioni indigene di cui l’Estonia conosce gli interessi e la rilevanza nella partita che si gioca in artico per il futuro del pianeta.

Sedere al tavolo artico vorrebbe dire prendere parte al processo dibattimentale delle tematiche più rilevanti per la regione. Tematiche già ben conosciute dagli scienziati estoni che vantano una vasta conoscenza dell’ambiente polare e una già proficua collaborazione con i colleghi russi e finlandesi. Uno degli assi nella manica per l’apporto che l’Estonia può apportare ai lavori del Consiglio, consiste nel disporre del più grande database genetico delle popolazioni siberiane. L’affermata expertise internazionale in campo genetico può di certo rappresentare un asset essenziale nella ricerca per la prevenzione di malattie derivanti da caratteristiche genetiche e per la proposta di sistemi di trattamento adatti.    

La presidente Kersti Kaljulaid dichiara che l’interesse ad entrare nel Consiglio artico non è avvenuta di certo da un momento all’altro, ma è figlia di un processo che tiene in forte considerazione i rapidi cambiamenti della criosfera artica e del panorama geopolitico. Il contributo che la comunità scientifica estone può apportare ai gruppi di lavoro del Consiglio Artico sono il principale driver della strategia illustrata dalla presidente, tuttavia sussistono dei fattori domestici da non tralasciare: “We still sometimes feel that we are small, and we are not so rich, and that stopping climate change is not in our hands, or not even sometimes our business, if you talk to Estonian people. So by becoming part of this extensive community fighting for the Arctic, fighting for the future of the planet, we also hope to make fighting climate change more understandable for our own people. We are not many, a nation of a million, but we want to contribute.” 

Accrescere quindi la consapevolezza tra il popolo estone della rilevanza dell’impatto del cambiamento climatico è obiettivo primario della partecipazione estone al tavolo artico. Ma guardando la carta geografica, di certo gli interessi domestici estoni possono andare oltre una maggiore sensibilizzazione del popolo verso gli effetti del cambiamento climatico. Si estendono anche ad una prerogativa logistica che facilitano la partecipazione dell’Estonia e, soprattutto della sua capitale Tallinn, alla creazione di un hub logistico strategico condiviso per la maggior parte con i Paesi scandinavi. Tanto ruota attorno alla costruzione del più lungo tunnel ferroviario che, passando sotto il Golfo di Finlandia, ridurrebbe sensibilmente i tempi di percorrenza tra le rispettive capitali e alleggerirebbe di molto il lavoro del porto di Helsinki, uno dei più trafficati d’Europa. Soprannominato Talsinki o FinEst, il collegamento creerebbe una linea diretta tra le due capitali rendendo il traffico di merci e di persone estremamente più rapido ed efficiente. Un gioiello ingegneristco che vedrebbe un importante investimento cinese sempre in ottica della realizzazione del progetto Polar Silk Road

Tornando alla partecipazione estone al tavolo artico, parliamo di un tavolo la cui direzione spetterà, dal Maggio 2021, alla Russia. Russia che alla luce dei recenti accadimenti, considera l’artico una regione di primaria importanza per soddisfare la domanda energetica interna e per ritornare protagonista nel panorama geopolitico mondiale. Conciliare i forti interessi per le regione con il rispetto della mission principale del Consiglio che consiste nel tralasciare gli affari domestici relativi alla sicurezza e agli affari militari, è argomento di forte discussione tra gli addetti ai lavori. E proprio il rapporto con il vicino russo è uno dei punti più critici e più sottolineati dalla stessa presidente estone: “this is the area where I believe we can keep up and develop a strong grassroots level cooperation.  And as it is with difficult discussions, it’s always good to have also areas and subjects where you can be on a more neutral ground, so definitely the Arctic Council for us is one of these grounds”

Il progressivo allargamento del Consiglio Artico, o quanto meno le richieste sottoposte per l’allargamento, rivelano che il mantra What happens in the Arctic does not stay in the Arctic diventa sempre più condiviso e la partecipazione ai gruppi di lavoro artici è affare ambito da molti Stati, anche non artici. In primis perchè, ormai non è più una novità, gli effetti del cambiamento climatico riguardano non solo gli Stati artici, ma tutto il pianeta. In secondo luogo, si diffonde la percezione che sedere al tavolo può e deve essere occasione di dialogo e cooperazione, perchè nessuna delle criticità presenti oggi nella regione possono essere affrontate individualmente. La transnazionalità degli effetti del cambiamento climatico, nonostante la sua drammaticità indiscussa, offre l’occasione di migliorare e rafforzare i rapporti intergovernamentali. Una realtà che appare ben chiara anche all’Estonia, che chiede di non essere esclusa da tale discussione. Fermo restando che tutti gli attori sono ben consapevoli che sedere a quel tavolo non significa solamente partecipare attivamente al benessere della regione, ma è comunque una ghiotta opportunità per creare relazioni e sviluppare progetti, anche in ottica di un futuro che sembra ormai inevitabile.   

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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