INTEGRAZIONE COMMERCIALE IN AFRICA: OTTO ACCORDI PIÙ UNO

Il 1 gennaio 2021 è entrata in vigore la zona di libero scambio continentale africana (Zone de Libre-échange Continentale Africaine -ZLECAf). L’accordo era stato concluso, dopo lunghe trattative fra i membri dell’Unione Africana, nel 2018. Il lancio ufficiale era avvenuto nel luglio 2019 a Niamey (Nigeria). Si tratta del primo accordo che riguarda l’intero continente e va ad aggiungersi ai già presenti otto accordi di integrazione regionale.

Inizialmente prevista per luglio 2020, la procedura di avvio della zona di libero scambio continentale africana (AFCTFA) è stata ritardata dalla pandemia di covid-19 e si è finalmente avviata il 1 gennaio. Ad oggi quindi, l’Africa possiede ufficialmente una zona di libero scambio determinata da un accordo fra Stati. Dei 54 Paesi firmatari, 34 hanno già ratificato. Tra questi Sudafrica, Egitto, Marocco, Kenya, Chad, Guinea e Costa d’Avorio. Alcuni Stati-chiave, come la Nigeria, non hanno ancora ratificato. La stessa Nigeria è stata fra gli ultimi a convincersi dell’utilità dell’accordo e a firmarlo, nel 2019. Altri Paesi, invece, come l’Algeria, non hanno ancora depositato la propria ratifica. Le negoziazioni sono state tutt’altro che facili: se l’iniziale summit, svoltosi a Kigali (Rwanda) aveva fatto ben sperare, presto si erano manifestate profonde difficoltà alla realizzazione dell’accordo. La soglia di ratifica è stata infatti raggiunta con qualche difficoltà, dopo diversi tentennamenti da parte di alcuni Stati che hanno preferito condurre “ulteriori studi” prima di firmare e ratificare.

Ma finalmente l’accordo è entrato in vigore, dando vita alla più grande unione commerciale del mondo per numero di Paesi coinvolti. La zona riguarda infatti 1,3 miliardi di persone per un PIL totale di 2500 miliardi di dollari. Secondo la Banca Mondiale le attività stimolate dall’accordo potrebbero potenzialmente portare 30 milioni di persone fuori dalla povertà estrema. L’obiettivo generale è creare un mercato singolo per merci e servizi e inaugurare la libera circolazione delle persone, in linea con l’obiettivo per il 2063 di raggiungere un’Africa unita, prosperante e in pace. A questo si legano altri obiettivi, come “creare le basi per la fondazione di un’unione continentale doganale” e aumentare la competitività fra le regioni e a livello extra continentale. L’intesa copre tutti i settori dell’economia passibili di armonizzazione. I principali sono cinque: servizi alle imprese, comunicazioni, trasporti, finanza, turismo. Ma fra i temi regolati dall’Accordo, anche due questioni del tutto nuove, assenti negli otto accordi regionali già esistenti. Si tratta delle due materie “investimenti” e “diritti di proprietà intellettuale”. 

Stimolare il commercio intra-continentale è il motivo per cui nasce l’accordo: l’abolizione dei dazi doganali su prodotti e servizi fra i Paesi è il tema centrale.  Oltre ai dazi, si tiene conto delle barriere non fisiche al commercio – da diminuire o cancellare. E si propende per l’armonizzazione di standard legati alle misure sanitarie e altre barriere o pratiche tecniche legate al commercio. Non solo sottrazione di dazi, ma anche aggiunta di facilitazioni (non ben specificati, potrebbero essere sussidi o altro) al commercio intra-continentale. Tutto ciò allo scopo di incrementare il commercio tra Paesi del continente, che è solo il 16%, mentre gli scambi tra l’Africa e l’esterno, cioè l’Europa e l’Asia, costituiscono la maggior parte del commercio continentale. 

Il 2035 è la data fissata per l’eliminazione delle tasse doganali sul 97% dei prodotti, da raggiungere gradualmente in base al grado di sviluppo del Paese. Tra gli effetti collaterali auspicati dal trattato ci sono l’aumento degli investimenti e uno sviluppo socioeconomico inclusivo e attento alla parità di genere. 

Tra i principi che governano l’accordo emergono il principio della Nazione favorita (parte 2, art. 4), quello della reciprocità, il consenso nell’ambito decisionale. Si parla anche delle aree commerciali regionali come di “blocchi fondativi” dell’AFCFTA stesso. Quest’ultimo punto potrebbe essere particolarmente difficile da implementare. Infatti, le otto aree di cooperazione economica regionale (RECs) sono sì istituite tramite accordi fra Stati, ma non si tratta in tutti i casi di accordi per il libero scambio. Per questo si potrebbero creare sovrapposizioni tra regole diverse applicate dallo stesso Stato per uno stesso prodotto. 

La realizzazione concreta dell’unione commerciale, dunque, non si dimostra priva di ostacoli. Per arrivare alla completa liberalizzazione del mercato continentale bisogna passare dall’armonizzazione di standard e procedure e dalla creazione di tutte le infrastrutture necessarie. Entrambe sono azioni complicate, per nulla immediate, ma solo una volta completate queste fasi si potrà parlare di vera implementazione all’accordo.  Alcuni Stati membri dovranno completare le regole d’origine[1] prima di finalizzare le offerte tariffarie.

Il rapporto sui processi di messa in atto della zona di libero scambio è stato presentato dal presidente del Niger, Issoufou Mahamadou, il 5 dicembre 2020. Nel documento è stato raccomandato di lanciare l’avvio di scambi commerciali sulla base di regole commerciali già convenute, ugualmente è stato raccomandato ai Ministri del Commercio di stabilire un programma di lavoro che duri sei mesi, per concludere la questione in un tempo delimitato. Ogni Stato dovrà riassumere entro giugno 2021 la propria lista di impegni specifici per i cinque settori a cui si dovranno applicare le regole d’origine: servizi alle imprese, comunicazioni, finanza, turismo, trasporti. 

La nascita di una zona di libero scambio in Africa porterà a lungo termine un aumento di investimenti in infrastrutture, in primis quelle necessarie ad assicurare gli scambi tra Paesi. Tra i risultati auspicabili c’è anche un aumento di reddito e occupazione, fra le donne ma non solo. D’altra parte, bisogna considerare la possibilità di perdita di lavoro in settori dove alcune nazioni, nel contesto di un’unione commerciale, diventeranno meno competitive.

Tenendo conto di questo, gli Stati dovranno includere nella loro agenda a lungo termine politiche per la disoccupazione e per la riorganizzazione del mercato del lavoro. Gli ostacoli da superare hanno inoltre a che fare con la logistica e le infrastrutture: molti Paesi africani sono ben collegati all’esterno del continente, ma scarseggiano in quanto a infrastrutture interne. Altri ostacoli riguardano le comunicazioni e i sistemi di pagamento, quest’ultimi in particolare dovranno essere armonizzati per un’effettiva messa in atto dell’unione commerciale.  


[1] Per regole d’origine si intende la certificazione che permette a un prodotto di circolare liberamente all’interno di un’area di libero scambio, se esso è prodotto in un Paese dell’area stessa.

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