COVID-19 ED RSA: L’IRRINUNCIABILITÀ DEI DIRITTI UMANI DEGLI ANZIANI

Da inizio pandemia, sono migliaia gli anziani ad aver perso la vita, il numero di decessi più alto è stato registrato all’interno delle strutture di residenza socio-sanitarie e socio-assistenziali, di tutta Europa. Quali gli strumenti da attuare per salvaguardare il diritto alla vita, alla salute ed alla dignità degli anziani?

È stata Amnesty International Italia, nel recente rapporto di fine 2020 “Abbandonati”, a mettere in evidenza ed analizzare le violazioni dei diritti subite dagli anziani ospiti delle strutture di residenza socio-sanitarie, durante il corso della pandemia, in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. 

Dall’analisi, in particolare, sono emerse lacune istituzionali tanto a livello nazionale, quanto regionale e locale, nell’adottare misure tempestive finalizzate alla protezione della vita e della dignità dei ricoverati.  

Il ritardo nell’emanare adeguati provvedimenti o talvolta la loro completa assenza si sono rivelate essere le carenze più gravi, finendo per tradursi in vere e proprie violazioni del diritto alla vita, alla salute ed alla non discriminazione non solo a danno degli ospiti anziani ma anche nei confronti degli operatori stessi che prestavano servizio nelle RSA.

In particolare, tra le criticità, che hanno portato all’epilogo fatale, emergono l’intempestiva chiusura alle visite esterne delle strutture, il mancato o tardivo sostegno delle istituzioni nella fornitura  di dispositivi di protezione individuale, alle strutture stesse, ed il ritardo nell’esecuzione dei tamponi su pazienti e personale sanitario.

Sembrerebbe essere stato adottato un atteggiamento tendente a declassare le RSA, dal momento che la fornitura dei presidi a tali strutture è stata ritenuta secondaria rispetto a quelle ospedaliere. Eppure l’OMS aveva qualificato, fin dai primi momenti della pandemia, la popolazione anziana come la più vulnerabile e dunque meritevole di un livello di protezione più elevato. Fattore che ha contribuito alla diffusione del virus, nelle strutture socio-sanitarie, è dato dalla prassi di trasferire, verso le strutture stesse, pazienti dimessi dagli ospedali, già affetti da Covid-19 ovvero con sintomi ad esso riconducibili. 

Di contro, numerose sono le testimonianze di operatori sanitari e di familiari dei pazienti, nelle quali si lamenta l’impossibilità o l’esistenza di gravi ostacoli al tentativo di far ospedalizzare gli ospiti affetti dalla patologia o semplicemente coloro che presentavano sintomi influenzali. A limitare, di fatto, le possibilità di accesso ai presidi ospedalieri una delibera della Regione Lombardia, la quale qualificava come “opportuna” la prosecuzione di cure ed assistenza, per gli ospiti over 75, esclusivamente all’interno delle strutture presso le quali risiedevano.

I dati registrati appaiono allarmanti, tanto in Italia, quanto nel resto dell’Europa.  Il fenomeno, infatti, coinvolge l’intero continente: più della metà dei deceduti per Covid-19 era residente in strutture per la cura e l’assistenza di anziani e non autosufficienti. Ciò consente un parallelismo con le altre esperienze europee al fine di inquadrare meglio la tragica situazione emersa ed individuare soluzioni alternative o parallele all’ospedalizzazione nelle RSA. 

Nel report di Amnesty International UK è stato evidenziato il fallimento del governo inglese nel proteggere le persone anziane, residenti nelle care home, dai contagi da Covid-19. Si rilevano, in particolare, 18.562 decessi di anziani residenti in case di riposo, dopo aver contratto il virus,  tra il 2 marzo e 12 giugno: circa il 40% dei decessi totali legati al Coronavirus, nel medesimo periodo. 

Una ingente responsabilità è da attribuire ai trasferimenti massivi di pazienti infetti o potenzialmente infetti, dagli ospedali alle case di riposo, senza obbligatorietà di tampone. Di contro, si predisponevano limiti all’ospedalizzazione dei pazienti delle care home ed addirittura si imponeva la loro non rianimazione, in molte strutture inglesi.

In Francia, a inizio pandemia, la comunicazione dei decessi avvenuti negli EHPAD (Établissement d’hébergement pour personnes âgées dépendantes) è stata poco chiara o addirittura del tutto assente. Nel paese, il numero dei residenti nei centri per anziani supera di gran lunga quello dei dipendenti, in ragione di salari nettamente più bassi rispetto a quelli percepiti, per le medesime mansioni, negli ospedali; ciò ha causato una inevitabile carenza nelle attività di assistenza, accentuata dalla scarsità di strumenti idonei. 

In Spagna, dove un quinto della popolazione è over 65, la tardiva risposta del governo ha reso drammatica la situazione nelle strutture socio-assistenziali, ciò si è tradotto nell’assente o scorretto utilizzo di strumenti protettivi che ha comportato il contagio dei dipendenti di molte case di cura.  Da quanto analizzato emergerebbero, quindi, diffuse violazioni del diritto alla vita, del diritto alla salute inteso quale diritto a godere dei più elevati standard di salute mentale e fisica raggiungibili, del diritto alla non discriminazione, fondata in tal caso sull’età, sulla disabilità o sullo stato di salute. 

Si tratta di diritti ampiamente disciplinati dalla Convenzione Europea dei  Diritti dell’Uomo e più nel dettaglio dalla Convenzione internazionale per i diritti delle persone con disabilità. Inoltre, è possibile richiamare tutta una normativa ad hoc, finalizzata a rafforzare la disciplina, con riferimento a quella parte della popolazione ritenuta più fragile: gli anziani. In particolare l’Art. 25 della Carta Fondamentale dell’Unione Europea, intitolato “Diritti degli anziani” chiarisce come l’Unione riconosca e rispetti il diritto degli stessi di “condurre una vita dignitosa e indipendente e di partecipare alla vita sociale e culturale”. 

Il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, con la risoluzione 35/13 del 2017, ha messo in evidenza il ruolo centrale delle persone anziane, all’interno della struttura familiare, garantendone la protezione e la salvaguardia dei diritti fondamentali. 

L’Assemblea Generale dell’ONU , già in una Raccomandazione del 1991, aveva individuato i principi per la tutela della figura dell’anziano, concentrandosi sul diritto di partecipazione alla vita sociale, sul diritto a cure idonee ed all’avanguardia e sul diritto alla garanzia, in ogni caso, della propria dignità.  

Anche il Consiglio d’Europa ha chiarito l’importanza di una normativa posta a salvaguardia dei diritti e della dignità dell’anziano. Nella Raccomandazione CM/Rec (2014) 2 del Comitato dei Ministri agli Stati Membri, il cui scopo è di “promuovere, proteggere e garantire il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali da parte di tutte le persone anziane e promuovere il rispetto della loro dignità”.

Ci si sofferma sul ruolo che spetta agli Stati membri, garanti del diritto a non subire discriminazioni degli anziani. Risultato che può essere raggiunto solamente con una normativa che consenta di “adottare misure efficaci per prevenire la discriminazione”, nelle varie forme che possa assumere.  All’art 40, in particolare, in merito a residenzialità ed assistenza istituzionale, si precisa che gli Stati membri debbano prevedere servizi residenziali “sufficienti ed adeguati per le persone anziane”, non più idonee alla vita autonoma. 

Una “tragedia umana inimmaginabile”, come l’ha definita Hans Kluge, direttore regionale per l’Europa, presso l’OMS, per superare la quale occorre l’adozione di misure non solo idonee a gestire la situazione emergenziale attuale, ma altresì a migliorare le condizioni del sistema assistenziale, per il futuro, rendendolo più integrato e concentrato sulla persona. 

In primis, è immediatamente necessario fornire gli strumenti ai lavoratori di tali strutture, specificatamente dispositivi di protezione individuali e formazione circa il loro corretto utilizzo, oltre alla necessità di adeguare la remunerazione alle mansioni svolte. 

Laddove possibile, è opportuno garantire il rapporto tra residenti e familiari, pur assicurando la sicurezza degli staff ed il funzionamento dei servizi. Ciò comporta necessariamente piani di prevenzione delle infezioni, dando priorità ai test per ogni caso sospetto, istituendo l’isolamento dei malati di Covid-19 in spazi ad hoc.

Occorre elaborare sistemi che riescano a rendere prioritarie le necessità e soprattutto la dignità delle persone anziane, vale a dire riuscire a coordinare i servizi sanitari e sociali, garantendone altresì la continuità con i servizi ospedalieri. Fondamentale, nei processi di decision-making, dovrà essere il coinvolgimento di tutte le figure professionali, consentendo l’integrazione delle informazioni a loro disposizione.  Con riferimento al caso italiano, Amnesty International auspica che venga condotta un’inchiesta pubblica, totalmente indipendente. 

Chiede, altresì, che vengano messi in atto tempestivamente i meccanismi volti a garantire che le decisioni di natura medica siano sempre ed esclusivamente basate su “valutazioni cliniche individualizzate sulle necessità mediche, su criteri etici e sulla migliore  evidenza scientifica disponibile”, ciò si converte in un diritto di accesso, pieno e paritario, agli ospedali e servizi sanitari per i residenti delle strutture.

Per poter tutelare ospiti, personale sanitario nonché visitatori, devono essere predisposti tamponi frequenti e regolari nelle RSA. Le strutture devono, inoltre, assicurare che i residenti anziani siano in grado di comunicare regolarmente con le loro famiglie e che queste ultime siano mantenute informate sulle condizioni dei propri parenti. 

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