TRUMP DECLASSIFICA IL QUADRO STRATEGICO DI RIFERIMENTO PER L’INDO-PACIFICO

Recente la notizia della declassificazione anticipata di un documento di sicurezza nazionale segreto riguardo la strategia statunitense per l’Indo-Pacifico. Originariamente da declassificare nel dicembre del 2042, il documento sta suscitando varie critiche per le sue discrepanze con il Report ufficiale del 2019. Cosa rivela di nuovo il documento declassificato sulla strategia per l’Indo-Pacifico dell’Amministrazione Trump?

Dopo l’annuncio del 9 gennaio sull’eliminazione delle restrizioni auto-imposte sulle relazioni tra funzionari americani e taiwanesi, definito da Pechino come un “gesto disperato” al fine di ostacolare la “One-China policy”, Trump continua il suo operato diplomatico prima che Joe Biden prenda le redini degli Stati Uniti. Con la declassificazione del documento segreto, Trump vuole rassicurare gli alleati in Asia dell’impegno continuativo statunitense nell’Indo-Pacifico di fronte ai segnali preoccupanti provenienti da Biden nell’utilizzare la “vecchia” nomenclatura di “Asia-Pacifico” in riferimento alla regione. Dal punto di vista statunitense, la riconcettualizzazione dell’“Asia-Pacifico” in “Indo-Pacifico” presuppone un contro bilanciamento verso la Cina che la futura Amministrazione Biden sembra invece voler stemperare.

Incongruenze tra il Documento Segreto e la Strategia Ufficiale: Russia e Mongolia

Il “Quadro Strategico di Riferimento per l’Indo-Pacifico” (US Strategic Framework for the Indo-Pacific, SFIP) è stato approvato e classificato nel febbraio del 2018 per “guidare l’implementazione della Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense nei confronti della regione più economicamente rilevante e popolata al mondo.”[1] Successivamente, nel giugno 2019, l’Amministrazione Trump ha adottato il Report Strategico per l’Indo-Pacifico (IPSR). Il paragone tra i due documenti, uno segreto e l’altro ufficiale, viene dunque spontaneo. Emergono, però, delle forti discrepanze che coinvolgono principalmente Russia e Mongolia.

Infatti, l’IPSR del 2019 definisce la Russia come un “attore maligno” e la classifica tra le principali “sfide transnazionali” americane, dopo Cina e Corea del Nord. Il Report osserva che “nonostante la lenta crescita economica derivante dalle sanzioni dei paesi occidentali e dal calo dei prezzi del petrolio, la Russia continua il suo processo di modernizzazione militare […] nel tentativo di ristabilire la sua presenza nell’Indo-Pacifico.” Invece, il documento declassificato contraddice quest’affermazione quando constata che “la Russia ricoprirà un ruolo marginale [nella regione] in confronto a Stati Uniti, Cina ed India.” Il curioso contrasto ha portato vari analisti a chiedersi perché la Russia sia una così tanto acclamata minaccia alla sicurezza nazionale statunitense nei documenti ufficiali se perde poi di importanza in quelli classificati. 

Anche il ruolo della Mongolia diverge nelle due versioni. Nell’IPSR 2019, alla Mongolia viene assegnata una posizione rilevante per la sua “visione condivisa con gli Stati Uniti per un Indo-Pacifico Libero e Aperto che intende salvaguardare la sovranità e la libertà per tutti i paesi.” Inoltre, con il suo “sostegno alla cooperazione regionale e al multilateralismo [la Mongolia] rappresenta un’influenza stabilizzatrice in tutta la regione.” Niente di tutto ciò compare nello SFIP del 2018 dove la Mongolia non sembra nemmeno essere menzionata.

Altre Incongruenze: India e ASEAN 

Nonostante il ruolo determinante dell’India nella regione indo-pacifica per la sua posizione strategica, considerevole presenza militare e impressionante crescita economica, il Report del 2019 non riflette questa realtà, accomunando l’India alle potenze minori dell’Asia del Sud. Al contrario, il documento declassificato pone al centro New Delhi a cui deve essere fornito supporto “diplomatico, militare e d’intelligence per affrontare le sue problematiche continentali, quali la disputa territoriale al confine con la Cina.” La reporter americana Bethany Allen-Ebrahimian ha infatti osservato che il documento pone in risalto l’obiettivo statunitense di contenere la Cina potenziando l’India. Una strategia a cui molti stati si stanno dedicando. Per primo, il Giappone.    

Tuttavia, dato che lo SFIP 2018 segnala come prima sfida alla sicurezza nazionale americana “il mantenimento del primato strategico statunitense nell’Indo-Pacifico e la promozione di un ordine economico liberale per diffondere pace e prosperità nella regione e impedire alla Cina di creare un nuovo ordine non-liberale,” questo obiettivo potrebbe entrare in conflitto con la preferenza di New Delhi per un ordine multipolare essendo l’India la potenza più multi-allineata nella regione.

Questo prova la mancanza di un consenso regionale circa la definizione stessa di Indo-Pacifico e, di conseguenza, sugli obiettivi che plasmano le varie strategie degli stati regionali. L’India, infatti, è sempre stata la più restia nell’adottare la terminologia di “Indo-Pacifico” proprio per le forti connotazioni anticinesi di cui la strategia statunitense si è fatta portavoce. Nel 2018, in occasione dello Shangri-La Dialogue, il Primo Ministro indiano Narendra Modi ha ben specificato che l’Indo-Pacifico è una “regione naturale” e, in quanto tale, “non è diretta contro nessuna nazione.” L’India, di fatto, promuove un regionalismo indo-pacifico inclusivo e aperto alla cooperazione regionale. 

Altro tasto dolente dello SFIP 2018 concerne il ruolo dell’ASEAN. Ai paesi membri dell’ASEAN, in quanto situati al centro geografico dell’Indo-Pacifico, è stata riservata una posizione centrale nei documenti di tutti gli stati che fino ad oggi hanno adottato un approccio specifico per l’Indo-Pacifico poiché ASEAN ha sempre espresso il suo ruolo neutrale nei giochi di potere tra le potenze regionali e la sua riluttanza a sostenere strategie potenzialmente ambigue nelle loro intenzioni verso la Cina. 

Il politologo indonesiano Evan A. Laskama ha riassunto con un suo commento sul documento segreto alcune critiche generali: “Questa sezione [riguardo ASEAN] lascia intendere quanto Washington non comprenda il Sudest Asiatico e che le sue dichiarazioni sul rispetto della centralità dell’ASEAN siano solo parole –e quanta poca considerazione sia di fatto data ad ASEAN.” 

Il Ruolo del Giappone, Corea del Sud, Taiwan e il Primato Statunitense 

Complessivamente, il documento declassificato ha dimostrato (o meglio, confermato) la poco elaborata strategia statunitense per l’Indo-Pacifico. Il sentimento generale è che, in realtà, il documento non abbia rivelato niente di nuovo. Eppure, ciò non dovrebbe realmente sorprendere dato che la concettualizzazione dell’Indo-Pacifico parte dal Giappone e significativa è stata dunque l’influenza del Governo Abe sull’Amministrazione Trump nel far sì che anche gli Stati Uniti prioritizzassero il “nuovo” costrutto indo-pacifico. 

Storicamente definito il “linchpin” della strategia statunitense in Asia, il ruolo centrale del Giappone viene ribadito dallo SFIP 2018. Tra gli obiettivi del documento declassificato risalta quello di “Potenziare il Giappone in modo da trasformarlo nel pilastro dell’architettura di sicurezza dell’Indo-Pacifico assistendone l’integrazione regionale e lo sviluppo tecnologico” e “modernizzare le JSDF” (Jietai, Forze di Auto-Difesa del Giappone). 

Da ricordare che, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e dall’Occupazione americana del Giappone (1945-1952), la Costituzione giapponese fu riscritta dalle Forze di Occupazione comandate dal Generale MacArthur per limitare il diritto dello stato giapponese all’uso della forza (articolo 9). Anche se gli americani si pentirono ben presto di questa mossa all’alba della Guerra Fredda, di fatto, questa è l’eredità lasciata al Giappone che ha dovuto reinventare la propria identità nazionale come paese “pacifista” ma che, dal Governo Koizumi, ha sempre cercato di “reinterpretare” l’articolo 9 per dare maggior libertà di manovra alle sue forze armate. La Nuova Legge sulla Sicurezza emanata dal Governo Abe nel 2015 esemplifica i vari tentativi di “normalizzazione.” 

Altri obiettivi dello SFIP 2018 prevedono “invigorire” l’assistenza tecnica statunitense ai governi alleati e il QUAD; incoraggiare la Corea del Sud ad espandere la sua influenza regionale al di là della penisola coreana; assistere Taiwan nello sviluppo della sua difesa militare in modo da riuscire a fronteggiare indipendentemente la Cina. In altre parole, per Washington appare vitale l’allineamento dei vari regionalismi indo-pacifici con la sua versione al fine di riuscire a “mantenere il primato statunitense nella regione.” 


[1] Statement from National Security Advisor Robert C. O’Brien | The White House

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