TERRA SANTA: PER UN PUGNO DI VOTI

In uno dei momenti più singolari della storia recente, in uno dei posti più singolari della geografia moderna, Israele e Palestina si preparano alle urne elettorali

Il fermento in Medio Oriente è raramente mancato. 
In particolar modo in Terra Santa, in quella porzione di territorio racchiuso fra il bacino caldo del Mediterraneo, il Sinai e le alture del Golan, da decenni conteso fra Stato di Israele e Territori Palestinesi.
In particolar modo durante un’epidemia globale che ha messo, come mai prima, alla prova la tenuta degli stati-nazione, delle loro forme di governance e della loro capacità di collaborare.
In particolar modo mentre soffia un vigoroso vento di rinnovamento politico.
Israele e Palestina, infatti, saranno chiamati entrambi, in questi tempi già straordinari, ad andare a breve alle urne per nuove elezioni interne.

Per Tel Aviv ormai è esercizio di routine
Il paese, infatti, terrà le sue quarte elezioni in meno di due anni, dopo che i principali partiti del suo governo di unità nazionale, il Likud di Benjamin Netanyahu e Blu e Bianco di Binyamin Gantz, non sono riusciti a rispettare la scadenza sui bilanci statali. Gli elettori si ritroveranno nuovamente alle urne il prossimo marzo, neanche 12 mesi dopo l’ultimo turno.
I due leader di partito, dopo tre consecutive inconcludenti tornate elettorali dalle quali non era scaturita una maggioranza assoluta, avevano condiviso il potere da aprile scorso, in un bizzarro accordo di colazione che prevedeva la reciproca rotazione nel ruolo di Primo Ministro, con Netanyahu in carica prima di un programmato passaggio di testimone a Gantz nel novembre prossimo.


Netanyahu, già Primo Ministro per cinque volte e attualmente sotto processo per presunta corruzione, spera nella sesta e nella risoluzione delle sue grane giudiziarie. Gantz, da contraltare, sostiene che King Bibi – questo il soprannome del suo alleato-rivale guadagnato per l’egemonia politico culturale coltivata in patria – voglia far scattare le elezioni nel tentativo di sfuggire al processo per corruzione. Campo della contesa una nazione che grazie all’efficienza della sua struttura primeggia a livello mondiale nella distribuzione del vaccino anti-Covid, e quindi nella lotta alla pandemia, ma che di tutto avrebbe bisogno se non un po’ di stabilità nella sua traballante politica interna.
 
Stesse prospettive ma tutt’altra storia, invece, all’ombra dei Territori Palestinesi, dove Abu Mazen – Presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, dell’Autorità Nazionale Palestinese e dello Stato di Palestina – ha indetto nuove elezioni: il 22 maggio per le legislative, il 31 luglio per le presidenziali. Appuntamenti particolarmente delicati per le sovrastrutture che abitano la terra palestinese, da quelle già citate alle più roboanti Hamas e Fatah, organizzazioni paramilitari che spesso sono state spina nel fianco ai faticosi tentativi di risoluzione “dolce” della Palestine issue.


L’inefficacia dell’azione diplomatica delle autorità palestinesi degli ultimi anni è, infatti, una proiezione esterna di problematiche e dissidi interni, dove Fatah e Hamas vivono da separate in casa da più di un decennio.
L’annuncio di nuove elezioni è quindi notizia rilevante, soprattutto se si tiene in considerazione che la decisione che non aveva precedenti dal 2006, anno delle ultime elezioni in Palestina quando dalle urne emerse un travolgente successo di Hamas.
Fra le possibili principali motivazioni di una così forte accelerata sul piano della politica interna vi sono certamente ragioni di natura estera.

I primi timidi tentativi di ricostruire un architrave politico all’ombra di un sempre più sgomitante Stato di Israele sono anche conseguenza dei chiacchieratissimi Accordi di Abramo.
Gli accordi, che hanno visto l’inedita triangolazione di Emirati Arabi Uniti, Bahrein e appunto Israele – il tutto sotto il benevolente placet statunitense – è la più nitida prova che l’atteggiamento muscolare degli ultimi anni di relazioni internazionali di Tel Aviv le stia portando in dote cospicui dividendi geopolitici soprattutto con i paesi arabi, quelli che fino a non molto fa erano la principale sponda dell’irredentismo palestinese.
Possibile quindi che lo schema disegnato dall’AP sia, più che altro, una strategia utile a portare nuova linfa alla vita democratica dei Territori, per rafforzare e consolidare l’unità nazionale in risposta ai pericoli esterni.

Destini, quelli israeliani e quelli palestinesi, che – paradossalmente – si intrecciano nonostante i dissidi e che vedono, come cornice comune, proprio i già citati Abraham Accords. Netanyahu ha certamente beneficiato del sostegno forte e coerente ricevuto dall’amministrazione USA di Donald Trump come, ad esempio, lo spostamento dell’Ambasciata a stelle e strisce a Gerusalemme o il riconoscimento dell’annessione di Israele delle alture del Golan.

Un dividendo elettorale che potrà condizionare, in positivo o in negativo, entrambe le tornate.La normalizzazione dei legami con il Marocco, oltre che Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan, si potrebbe inoltre rilevare l’asso nella manica della strategia del consenso sempre di Netanyahu, considerando che Israele ha diverse centinaia di migliaia di ebrei di origine marocchina che gioiscono per il ripristino dei legami con Rabat. Rapporti, quelli fra Tel Aviv e paesi arabi, che intimoriscono invece l’argine palestinese, preoccupata che potrebbe essere “la mossa del cavallo” di Riyad in attesa che, con il giusto tempismo, si avvicini sempre più anche l’Arabia Saudita allo Stato della stella di Davide.


Un turbinio di intrecci che relega in un angolo le prospettive di spazio politico per le rappresentanze palestinesi, sia quelle più moderate, sia quelle meno, e che certamente avrà ripercussioni nel futuro processo democratico. Punti di domanda e incognite che, dopo l’onda lunga delle elezioni più seguite del mondo – quelle americane – vedranno rivelarsi risposte e parziali certezze con lo scrutinio voto dopo voto. Da Tel Aviv a Gerusalemme, da Ramallah a Gerusalemme Est.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY