L’ARRESTO DI SAMA’ E L’UNDERGROUD PALESTINESE

La vivacità globale del mondo underground palestinese sfida l’immobilismo delle forze politiche tradizionali.

Sama’ Abdulhadi, conosciuta come Skywalker, o forse meglio come la regina palestinese della techno, è stata arrestata il 27 dicembre scorso con l’accusa di aver profanato un luogo sacro e violato le norme anti-covid, in seguito all’organizzazione di un concerto a Nabi Musa. 

Risalente al XII secolo, il sito di Nabi Musa si trova in Cisgiordania, tra Gerusalemme e Gerico, ed è considerato da molti musulmani il luogo di sepoltura del profeta Mosè: da qui l’accusa d’aver violato la sacralità del luogo. Convertito in centro culturale dal ministero del turismo palestinese nel 2018, oggi è a tutti gli effetti un’importante attrazione turistica, grazie all’avvio di un progetto di ristrutturazione e riqualificazione urbana finanziato in parte dall’Unione Europea. 

Qualche giorno dopo il fermo, precisamente il 29 dicembre, il giudice decide di estendere la detenzione della dj per altri 15 giorni perché “la techno non fa parte della cultura palestinese”; un’affermazione, tuttavia, facilmente smentita dall’esistenza stessa dell’esperienza personale e artistica di Sama’. 

“Sono palestinese. Sono donna. Sono Musulmana. (…) Amo ballare e voglio fare musica”: è così che si descrive, infatti, la prima dj producer techno palestinese. Oggi 30enne e cresciuta a Ramallah, Sama’ ha vissuto in Egitto, in Libano – è a Beirut che nasce il suo amore per la techno -, a Londra dove ha frequentato la SAE, e a Parigi. Ha iniziato a suonare nel 2006 e nel 2016 ha fondato Awyav, un’agenzia di publishing che lavora con un network di artisti e producers provenienti da tutto il mondo arabo. In questi anni ha tenuto corsi e lezioni in occasione dei vari festival locali per far arrivare la musica elettronica a chi non l’ha mai ascoltata prima: “a un pubblico diverso dal solito, all’operaio, alla maestra che indossa il velo e torna a casa dai suoi bambini”.  

“I exist in techno!” dice Sama’, in ogni occasione e senza mezzi termini. Per lei la musica elettronica rappresenta una piattaforma di comunicazione comune, capace di legare in un loop continuo cuori, emozioni ed esperienze, da Haifa a Ramallah, oltre ogni checkpoint, divieto o visto negato. 

In un’intervista, racconta che “ ciò che rende la techno music sublime e magica è il suo essere universale. L’assenza di un testo permette alla mente di creare una propria storia nel suono, e di non essere necessariamente legata alle parole di qualcun altro. Ad esempio, io credo che la techno sia terapeutica, nello stesso istante, ascoltando la stessa traccia io, tu ed altre centinaia di persone riversiamo nella musica il nostro vissuto, divenendo connessi e slegati allo stesso tempo. Quando invece c’è un testo che parla ad esempio di Palestina, è tutto già prefissato e prevedibile, si sa già quali sentimenti verranno smossi. La techno invece ha il potere di spingerti in spazi ignoti, irreali dove non esistono parole e quindi puoi trasportarti in qualsiasi universo tu voglia. Non sei più attaccato alle parole che ti tengono legato alla realtà di ogni giorno, sei in uno spazio che è solamente tuo, ed ognuno può andare nella direzione che vuole senza nessun percorso prefissato. È universale perché ognuno la sente a modo suo.”  

Dunque, è nella sua esperienza e formazione musicale che Sama’ è riuscita a relativizzare il suo essere al contempo palestinese, donna e musulmana, in un mixage di identità che la portano a raccontare, in forma nuova, l’eredità della cultura palestinese in tutto il mondo. Basti pensare al progetto Electrostreen, di qualche anno fa, che è nato dall’unione della tradizione folk palestinese con sound più moderni di musica elettronica, facendo così approdare la cultura musicale palestinese nei club e nei festival di tutto il mondo. O anche al famoso Boiler Room di Ramallah del 2018, raccontato nel documentario di Jessica Kelly Palestine Underground, durante il quale oltre a Sama’ si sono esibiti il collettivo Jazar Crew di Haifa, Muqata’a, Oddz, BLTNM e altri, e che dimostra come, anche attraverso le interferenze musicali, si possano superare muri e divisioni imposte. 

D’altra parte, il lavoro d’archiviazione, raccolta e diffusione della memoria e della cultura popolare è una pratica storica della resistenza palestinese, nata dall’esigenza di far fronte alle diverse modalità d’espropriazione e colonizzazione susseguitesi e subite nel tempo; una forma di resistenza in cui le donne hanno da sempre occupato un ruolo di primo piano. 

Anche il concerto a Nabi Musa – autorizzato dal ministero del turismo palestinese e a cui hanno partecipato in forma privata una trentina di persone – era parte di un progetto della piattaforma Beatport volto alla promozione della scena techno palestinese nel mondo, proprio attraverso la registrazione di dj set di diversi musicisti locali in alcuni siti archeologici della regione. Al di là della situazione contingente legata alla pandemia, format di questo genere, sulla scia del Boiler Room a cui si faceva riferimento poc’anzi, sono essenziali alla crescita della comunità e cultura underground nei territori palestinesi – dove alle divisioni territoriali conseguono concrete limitazioni della libertà di movimento – perché permettono di organizzare e trasmettere in diretta streaming performance altrimenti destinate a un pubblico ristretto. 

La registrazione del concerto, avvenuta peraltro fuori dalla moschea, ha però attirato le proteste di un gruppo di alcuni giovani, per lo più provenienti da Gerusalemme Est, che hanno aggredito i partecipanti, bruciato gli utensili dell’ostello in cui quest’ultimi alloggiavano e chiamato a un momento di preghiera per il lunedì successivo. Tutto è stato filmato e pubblicato poi sui social, secondo una modalità d’azione ormai tipica delle forze conservatrici in tutto il mondo, intenzionate a sfruttare, così facendo, la logica polarizzante dei social media per serrare le proprie fila identitarie. Le reazioni politiche non si sono fatte attendere, contribuendo tra l’altro ad inasprire il dibattito mediatico.

Il presidente e il premier dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen e Mohammad Shtayyeh, e vari esponenti di Hamas da Gaza hanno immediatamente urlato alla profanazione di un luogo santo, dimostrando, senza troppe titubanze e dopotutto senza neanche troppe sorprese, di essere in grado di trovarsi d’accordo sui temi più conservatori del dibattito pubblico. Per paura che l’evento potesse in qualche modo minare la credibilità della sua amministrazione, l’Anp ha così annunciato l’istituzione di una commissione d’inchiesta per far luce sull’accaduto, oltre a confermare nell’immediato il fermo di Sama’, senza però rilasciare alcuna dichiarazione riguardo i dettagli delle indagini e delle diverse accuse a suo carico. Nella petizione online, lanciata subito dopo l’arresto della dj e che in poco tempo ha raggiunto migliaia di sottoscrizioni trasformando l’accaduto in un caso di portata mondiale, Sama’ viene identificata come il capro espiatorio sfruttato dall’Anp per domare il crescente malcontento popolare, essendo questa incapace di assumersi le sue dirette responsabilità per la crisi politica che dilaga tra le forze istituzionali del Paese.

Insieme al rilascio immediato di Sama’, si è chiesto il rispetto della libertà di espressione artistica e culturale da parte dell’Anp, il cui progressivo aumento della modalità autoritaria di governoe, di conseguenza, del controllo poliziesco nei territori dove ha autonomia d’azione secondo gli accordi di Oslo, preoccupa sempre di più attivisti, semplici cittadini\e e diverse organizzazioni dei diritti umani, in Palestina e nel mondo. In questo contesto, il rinnovo da marzo dello stato d’emergenza, deciso dall’Anp in Cisgiordania a causa della crisi sanitaria, fa sorgere molti dubbi riguardo il possibile utilizzo strumentale delle restrizioni da esso previste. 

L’arresto di Sama’ e lo scontro politico che ne è derivato confermano la sclerotizzazione del panorama politico istituzionale palestinese, costituito da una classe dirigente, che va da Fatah ad Hamas, ormai fortemente lontana dalle rispettive basi sociali. Inoltre, come in molte occasioni documentato dalla giornalista Chiara Cruciati, l’affermazione di nuove forme di attivismo e leadership, giovanili ed autonome, che in questi anni stanno emergendo tanto nei movimenti (un esempio è senza dubbio il movimento femminista Tal’at, di cui ho parlato qui) quanto all’interno dei partiti tradizionali, viene da più parti ostacolata. 

Il 15 gennaio, Abu Mazen, presidente dell’Anp, ha firmato il decreto di indizione delle prime elezioni – sia parlamentari che presidenziali – dopo quasi 15 anni dall’ultima tornata elettorale, che si terranno in tutti i territori palestinesi dopo l’accordo di conciliazione tra Al Fatah e Hamas, la cui rottura risale alle elezioni parlamentari del 2006.   

Tuttavia, la recente vicenda di Sama’ ha contribuito a rafforzare il conflitto generazionale, in corso già da anni, tra una classe politica vecchia e stantia, sia in termini anagrafici che di capacità di costruzione d’immaginario politico, e una comunità giovane, culturalmente vivace e globalizzata; un conflitto generazionale che nei fatti si traduce in una crescita continua della disparità sostanziale di prospettive legate a cosa vuol dire oggi essere e pensarsi palestinese, che si viva in Cisgiordania, a Gaza o in diaspora.

Così come è stato nel periodo tra la prima e la seconda intifada con la diffusione tra i più giovani dell’hip hop e del rap, anche oggi l’attuale scena underground, con la sua vivacità, il suo sguardo e la sua apertura sul mondo, costituisce senza dubbio una sfida diretta all’immobilismo delle forze politiche tradizionali, offrendo, al contempo, nuove opportunità di sperimentazione e disidentificazione politica.

Dopo otto giorni di detenzione a Gerico, il 3 gennaio Sama’ viene rilasciata su cauzione. Non potrà però lasciare la Palestina fino alla chiusura delle indagini e rimangono le accuse a suo carico, per le quali, se confermate, rischia fino a due anni di prigione. 

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