6 GENNAIO 2021. ALFA ED OMEGA DELL’EPIFANIA AMERICANA

I violenti eventi dell’Epifania americana rappresentano la deflagrazione più estrema di una radicale polarizzazione sociale, razziale e geografica che si riflette in partigianeria politica. Aggravata da una crisi istituzionale ed identitaria che divide la superpotenza in regioni in lotta fra loro sul piano storico e culturale. Il fantasma della Confederazione sudista e il rischio di un insolubile dilemma strategico.

L’assalto a Capitol Hill avvenuto a Washington D.C. lo scorso 6 gennaio ad opera di una folla di migliaia di sostenitori del presidente Donald Trump, aizzata dal loro guru a marciare su Pennsylvania Avenue per dimostrare ai legislatori “il tipo di orgoglio e audacia di cui hanno bisogno per riprendersi il nostro paese”, conferma alcune tendenze strutturali che avevamo già segnalato nei mesi scorsi, ulteriormente rinforzate dai risultati delle presidenziali 2020. Tra un’epidemia che ha falcidiato più di 394mila americani, provocato decine di milioni di disoccupati e l’innesco della ciclica miccia razziale, frutto di potenti mutamenti demografici, pronta a riesplodere in concomitanza a sconvolgimenti economici e sociali. Più in profondità, epilogo violento di una tempesta perfetta, che ha visto nel 2020 il suo annus horribilis. Epitome di una fase geopolitica che l’ascesa politica del magnate newyorkese ha ingenuamente e prepotentemente denudato ed esasperato. 

Prodotto di un malessere di lungo periodo delle quali Trump è stato, più che causa, effetto moltiplicatore. Megafono di una sofferente riflessione interna che impegnerà l’America per lungo tempo. Rendendo la scena internazionale potenzialmente più caotica e pericolosa. Trump si è fatto alfiere del risentimento e del “vittimismo” verso minoranze ed élite liberal nutrito dai bianchi della fly-over-America. Percepitisi “stranieri nella propria terra”. Sorpassati e discriminati nei propri diritti da minoranze, specie ispaniche, in ascesa demografica. Tutt’altro che coese, ma ciononostante avvertite come minaccia al “tradizionale stile di vita americano” e alla gerarchia di potere sociale e culturale. Da difendere anche con le armi. Reazione scomposta al costante afflusso di allogeni, funzionale a mantenere la popolazione giovane ed animata. 

Fonte: pinterest.com

Le scene hollywoodiane di un Campidoglio violato, vandalizzato e saccheggiato per la prima volta dal 1814 – quando gli inglesi vi appiccarono il fuoco durante la guerra anglo-americana scoppiata nel 1812 – hanno confermato la vitalità del pregiudizio razziale negli Usa. Così, l’atteggiamento di una parte della Capitol Police tra l’impreparata, l’inerte[1] e la simpatetica è stato in buona parte causato dalla vista di una massa di persone tutte bianche (ovviamente senza mascherine, ma ciò passa chiaramente in secondo piano). Bias cognitivo che l’ha indotta a minimizzare l’urgenza della situazione iniziale, a sottovalutare le intenzioni dei manifestanti. 

Inviati personalmente dal presidente del “law and order”. Etnicamente e socialmente simili a coloro che avrebbero dovuto arginarli. Quindi, beneficiari di un maggiore diritto nell’esprimere i propri rancori. Palesando la differenza con l’aggressiva postura adottata verso le proteste di Black Lives Matter della scorsa primavera-estate. Quando vennero sparati proiettili di gomma ed usati gas lacrimogeni da una polizia “militarizzata”. 

Con i rivali cinesi, russi e persiani a godersi beffardamente lo sfregio inferto alla “città splendente sulla collina”, abbagliante esempio di libertà, opportunità e tolleranza. Pronti a sottolineare l’ipocrisia statunitense e a rilanciare la loro di propaganda. Centrata sulla presunta superiorità del modello autoritario nell’assicurare ordine sociale e stabilità politica nei confronti della disprezzata, decadente e instabile liberaldemocrazia occidentale. Con i soci occidentali scioccati dal caos interno all’egemone globale, che si conferma ai loro occhi inaffidabile ed instabile. 

Disturbo nella strada tracciata da Joe Biden per unificare e guarire l’anima della nazione, ampliando la rete di sicurezza fiscale e sociale, calibrando la politica estera tenendo conto degli effetti sulla middle class. Per ripulire, dopo anni di picconate al soft power, oscurato dall’aggressivo unilateralismo trumpiano, l’immagine di egemone egoista agli occhi di alleati e partner, cui affibbiare parte del contenimento russo-cinese, ricorrendo al classico vettore d’influenza basato sulla narrazione degli Usa quale leader of free world, baluardo di democrazia e diritti umani. 

All’elemento razziale si aggiunge una sfiducia verso le istituzioni che ha raggiunto livelli d’allarme – solamente le autorità marziali (polizia e militari) riscuotono ancora un diffuso consenso. Aggravata dalla diffusione di teorie del complotto escatologiche ed apocalittiche contro il Deep State, come QAnon. E dalle indimostrate accuse di brogli e frodi elettorali, continuate anche dopo le contrarie pronunce dei tribunali. Sdoganate o alimentate dal simbolo stesso dell’unità nazionale e da zelanti membri del Grand Old Party , per giustificare nuove restrizioni al voto degli afroamericani.

Così, tra i rivoltosi spiccavano folkloristici personaggi come Jacob Chansley, lo “sciamano di QAnon”, direttamente dall’Arizona, con tanto di elmo da vichingo, simbologia neo-nazista tatuata e lancia con la Old Glory (poi arrestato).Fanatici religiosipoliziotti in servizio, veterani delle forze armate, tra cui la donna sparata e uccisa dalla polizia all’interno del tempio della democrazia statunitense. Sino ai pericolosi individui, armati anche con fucili d’assalto e bombe molotov. Provenienti dalle fila dei suprematisti bianchi, di gruppi di estrema destra come i Proud Boys e del movimento anarchico “Boogaloo”. A “caccia” di parlamentari e del vicepresidente Mike Pence, scortati fuori ed esfiltrati in basi militari, come il vicino Fort McNair, dagli uomini del Secret Service.

Con il narciso e spregiudicato The Donald – novello tragico del farsesco e ottocentesco Joshua Norton, pensatosi re di un impero senza imperatore – trasformatosi in ciò che i padri fondatori avevano voluto scongiurare. Un demagogo abile ad alimentare divisioni e passioni politiche, pericolosi ostacoli al Manifest Destiny. Pronto a calpestare ogni consuetudine, ponendo i propri interessi personali al di sopra di quelli della nazione. Ostacolando la pacifica transizione di poteri, costruita su tradizione e formalismo. Non riconoscendo la propria sconfitta. Minando la fiducia dei suoi sostenitori nell’integrità delle elezioni, descritte come corrotte – il 74% dei repubblicani crede che Biden non abbia vinto legittimamente le presidenziali 2020.

Smascherando anche quelle disfunzionalità, lungaggini e bizantinismi di un sistema elettorale settecentesco architettato dai framers per regolare una repubblica, più che una democrazia, nel frattempo divenuta impero. Come tale, composto da una collettività sì multietnica ma monoculturale, informata dal dominante ceppo bianco, anglosassone e protestante.

Il tutto aggravato da diseguaglianze economiche che allentano la coesione interna. Il “capitale sociale” – la reciproca fiducia tra cittadini e tra questi e le istituzioni, fondata sull’accettazione di valori e principi comuni, regolatori della convivenza civile, è al punto più basso da quando viene misurato. Quasi otto americani su 10 (79%) affermano di non avere o di avere poca fiducia verso i loro connazionali. La leggendaria classe media perde quota, attratta verso il basso della piramide sociale. Gli esorbitanti costi raggiunti dalle rette rendono le università d’élite, fucine della classe dirigente nazionale, sempre meno accessibili ai figli del ceto medio, impedendo un ricambio nelle tecnocrazie strategiche. 

Fonte: The New York Times

L’ascensore sociale, motore dell’American Dream, è guasto. E con esso il contratto sociale che aveva assorbito le esternalità negative, materiali e psicologiche, del mantenimento dell’impero. Tacitamente concluso tra l’establishment politico-securitario e l’America profonda, collocata tra Midwest e Sud – rispettivamente cuore antropologico-geopolitico e fonte marziale di quell’impero da cui si sente danneggiata. Con quest’ultima a farsi carico dei “costi della leadership globale, comprese le spese astronomiche per la difesa e il coinvolgimento in guerre straniere” in cambio dell’onore del primato mondiale e di un “sistema che garantisse un aumento dei redditi, un’elevata mobilità sociale e l’ipotesi che ogni generazione godesse di uno standard di vita più elevato”. 

Causa recondita della scollatura e dell’incomunicabilità tra le opulente, cosmopolite e multietniche aree urbane e costiere, roccaforti blu, sedi dei centri politici, finanziari, tecnologici e burocratici che dalla globalizzazione hanno tratto vantaggi. E le zone rurali e proletarie – mediamente bianche, in età avanzata e meno istruite – dell’America di mezzo. Impoverite e spiazzate economicamente dai processi di automazione e delocalizzazione, dalla concorrenza di merci estere, massicciamente importate dal compratore di ultima istanza per legare a sé le altre nazioni. Colpiti psicologicamente dal perenne stato di conflittualità derivante dall’esposizione planetaria.

Di più. L’inedito ingresso al Campidoglio delle bandiere a “stelle e barre” segnala la vitalità della memoria confederata, 160 anni dopo la sua sconfitta nella guerra di secessione. Oggetto della disputa culturale combattuta da alcuni anni, a colpi di iconoclastia contro statue e simbologie sudiste, dai bianchi germanici, cattolici o protestanti, del Midwest e dell’entroterra occidentale contro i bianchi britannici della Dixieland evangelica – interamente rossa, con l’eccezione del Peach State. Quindi difesa come “patriottica ed eroica” dall’inquilino dello Studio Ovale, di origini tedesche. Ribelli “traditori” dell’Unione, secondo Biden. Portatori di un’identità concorrente da cancellare perché rischia di sfibrare il tessuto socio-culturale nazionale. Così, 3 dei 4 rivoltosi morti, la stragrande maggioranza dei manifestanti arrestati o incriminati dall’Fbi e dalla giustizia, provenivano dal Sud e dal Midwest – determinante terreno di battaglia, conteso tra democratici e repubblicani.

Le distanze strutturali (strategiche, geografiche, militari, demografiche) che separano la superpotenza dall’aspirante sfidante cinese – minacciato da numerose falle domestiche, privo di alleati e di una narrazione imperiale ecumenica – concedono a Washington il tempo per riparare le fondamenta interne del potere americano, premessa fondamentale per qualsiasi proiezione esterna. La sfida posta dall’Impero di Mezzo, civiltà altra a quella occidentale, dunque americana, verso cui informare la pedagogia nazionale, offrirà agli statunitensi un nuovo nemico, una nuova missione per cui ricompattarsi e combattere, uniti da un destino condiviso. Ma il rischio che la violenza permanga all’interno, trasformandosi in tumulti civili, potrebbe indurre Pentagono e Cia a scatenarla nelle province dell’impero. Opzione che un fronte domestico sfibrato sconsiglierebbe. Rebus la cui soluzione alimenterà le convulsioni di quest’America inquieta.


[1] Tre giorni prima delle rivolte ha declinato il sostegno offerto da Dipartimento di Giustizia e Pentagono, nonostante il pericolo di scontri violenti segnalato dalla sua intelligence.

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