PRESIDENZA BIDEN E PROSPETTIVE PER L’ARTICO: AREA PIVOT O NUOVA PERIFERIA?

Le premesse del presidente-eletto Joe Biden sembrano prospettarsi come un punto di rottura rispetto all’amministrazione Trump.

Il governo Trump è alle battute finali. Il 20 gennaio,  Joe Biden presterà giuramento dando inizio ufficialmente al suo mandato. Un mandato che inizia con un percorso del tutto in salita: l’attacco a Capital Hill, i democratici e le difficoltà per avere i numeri al Senato, rappresentano ostacoli per nulla semplici da scavalcare. La prima caratteristica che la presidenza Biden dovrà assumere quindi, sarà sicuramente la rapidità d’azione. Il recupero dei danni fatti da Trump, prima che gli stessi divengano irreparabili, richiede necessariamente una corsa contro il tempo. Questa corsa interessa in particolare l’Artico, dove abbiamo assistito al drastico incremento, diplomatico e militare statunitense, ma dove lo stesso Trump, non ha esitato a dare il via a nuove e massicce trivellazioni, anche nelle riserve naturali. L’ultima iniziativa infatti, è stata promossa nell’Arctic National Wildlife Refuge, Alaska, con la vendita di contratti di locazione a numerose compagnie petrolifere.

Biden: le politiche ambientali e l’Artico

L’elemento in comune con Trump sembra essere solo uno, quell’ “America first” tanto caro al tycoon. Tuttavia, ciò che potrebbe cambiare è l’approccio, specie sulla questione ambientale. Se con Trump, le compagnie del petrolio e del carbone, hanno avuto numerosi vantaggi, con Biden il discorso potrebbe addirittura invertirsi. Questo è quanto affermato nei comizi e nelle conferenze in giro per gli Stati Uniti. Concretamente però, nel caso ad esempio dell’ANWR, prima di porre dei veti alle compagnie petrolifere, ci sarà una valutazione sulle tempistiche, per verificare la necessità dell’investimento. Per questo motivo, se Trump ha avuto fretta in merito ai contratti di locazione, Biden dovrebbe puntare sui ritardi delle compagnie, per impedirne l’effettivo  insediamento nella riserva.

Certo, la potenzialità estrattiva di questa regione dell’Alaska è enorme: 10 miliardi di barili, secondo una stima dell’Energy Information Administration, con un picco di produzione che si dovrebbe palesare intorno al 2040. Quella che aspetta Biden si presenta come un’eredità piuttosto pesante, tale da rendere necessaria una politica di “correzione” dei provvedimenti di Trump in materia ambientale. Biden d’altronde è ben visto dagli ambientalisti, che sperano in lui per un cambiamento per proteggere anche la fauna locale, ampiamente danneggiata dai colpi trumpiani inferti all’Endangered Species Act, che tutela le specie a rischio. Invertire la rotta, potrebbe richiedere troppo tempo, ma gli ambientalisti ci sperano. Quindi quale sarà il piano di Biden?  Sicuramente rientrare nei ranghi.

La situazione precedente alla fuoriuscita degli Stati Uniti dagli Accordi sul Clima di Parigi e tutte le altre licenze elargite alle lobby del petrolio e del carbone sotto Trump, potrebbe essere riportata al periodo dell’amministrazione Obama, molto attiva sul fronte ambientale. Biden ritiene che il Green New Deal sia cruciale per affrontare le sfide climatiche. In primo luogo quindi, l’ambizione statunitense, non va arginata ma incanalata nella direzione più congeniale a rendere opportunità, quella che attualmente è una minaccia. Gli Stati Uniti quindi, alla ricerca della vecchia leadership, potrebbe ergersi a superpotenza mondiale dell’energia pulita. Le potenzialità ci sarebbero, ma bisognerebbe verificare, quanto forte sia la pressione delle lobby e quanto, realmente, questo progetto sia nei piani del presidente. 

Piano Biden: segnali di rottura col passato

Secondo l’entourage di Biden, per combattere l’inquinamento e la devastazione ambientale ci sarebbero alcuni punti nell’agenda del neo presidente, tra questi garantire che gli Stati Uniti raggiungano un’economia green al 100% ed emissioni zero entro il 2050. L’ordine esecutivo in merito, potrebbe partire sin dai primi giorni d’insediamento. Sono previsti anche provvedimenti per migliorare l’efficienza energetica di edifici e infrastrutture. Il progetto più importante però, è quello in cui si riconosce la vecchia anima statunitense: ripristinare il ruolo dominante degli Stati Uniti, ma questa volta in funzione di tutela dell’ambiente, ergendosi sul piano diplomatico, in cerca del  supporto degli alleati per un piano dalle larghe intese. A ciò va aggiunto un altro aspetto importante che potrebbe essere di rottura rispetto alla precedente amministrazione: la nomina come prossimo segretario agli interni della deputata Deb Haaland. la donna appartiene alla tribù Pueblo del New Mexico ed è nota negli Stati Uniti anche per le sue battaglie contro le trivellazioni. La nomina di una nativa americana al Dipartimento degli Interni, ancora molto inviso alle tribù per i secoli di abusi e violazioni è da intendere probabilmente come un segnale per la vera inversione di rotta.

Gli Stati Uniti al centro dell’Artico e l’Artico al centro degli Stati Uniti 

Quando venne eletto Trump, gli Stati Uniti arrancavano nell’Artico. Al crescente strapotere dell’asse sino-russo ed alle difficoltà del Canada di farvi fronte, Washington riusciva solo a dimostrare di essere in ritardo in termini di presenza. Da allora molto è stato fatto: esercitazioni militari nel mare di Barents, accordi strategici con la Norvegia e la Groenlandia, oltre ovviamente al tour diplomatico di Mike Pompeo. Come si muoverà il presidente Biden? In primo luogo dovrebbe compiere passi fondamentali per rafforzare la cooperazione internazionale nell’Artico, spingendo per rafforzare il ruolo Consiglio Artico e per definire la governance  dell’Oceano Artico. In sostanza l’amministrazione entrante può rendere l’Artico un luogo più stabile. Il presidente eletto Joe Biden ha quindi l’opportunità di rivendicare il ruolo predominante che spetterebbe agli Stati Uniti nell’Artico. Un  ruolo ambito da Donald Trump, che però è stato allo stesso tempo colui che ha contribuito alla sua erosione.

Gli stati alleati, infatti, si sono dimostrati a più riprese riluttanti nell’affidare la leadership ad un presidente, tanto refrattario nel riconoscere i problemi del cambiamento climatico nell’Artico. A questo proposito, il riconoscimento del problema da parte di Biden, potrà far guadagnare a Washington, la legittimità per poter coordinare le istituzioni dell’area verso tali funzioni. Ciò potrebbe porre fine al meccanismo a lungo perpetrato dagli stati rivieraschi: perseguire gli interessi in maniera egoistica e cooperare tramite accordi bilaterali, solo quando le esigenze lo richiedevano. Certo, tutto questo è ipotizzabile, ma bisogna tener conto dell’attrito di Washington con Mosca e Pechino, che rende il percorso di cooperazione, sicuramente più intricato e difficile.  

Come se non bastasse, resta da capire, se davvero gli stati artici intendano perdere quel fragile equilibrio che, allo stato attuale caratterizza le dinamiche polari. Con una nuova linfa donata al Consiglio Artico quale organismo intergovernativo e la leadership riconosciuta, l’Artico potrebbe diventare ufficialmente la nuova rotta, spostando in prospettiva l’asse degli interessi statunitensi dall’Asia all’Artico. Proprio perché Biden, in qualità di erede politico di Obama, con l’ingombro di serrare i ranghi strappati da Trump, si verificherebbe una vera politica di successione: mentre per Obama l’area Pivot era l’Asia, per Biden ci sarebbe in egual modo un’area “perno” della strategia americana, ma questa volta si tratterebbe dell’Oceano Artico. 

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) ed ho una laurea Magistrale in Scienze Politiche Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali.
La macroarea di cui mi occupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori.
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