LA COMPLESSA QUESTIONE DEI RIFUGIATI CLIMATICI

Gli effetti del cambiamento climatico costringono un numero sempre maggiore di persone a emigrare e a richiedere la protezione in un altro Stato. Ad oggi però, non si è formato ancora un consenso a livello internazionale per riconoscere e tutelare la categoria di rifugiato climatico.

La precarietà dei dati e una definizione difficile 

Nel 1995 il numero di migranti era pari a 174 milioni, il 2.8% della popolazione totale. La popolazione è cresciuta nel corso degli anni e il numero di migranti è aumentato nel tempo: al 2019 erano 272 milioni di persone, il 3.5% della popolazione a muoversi dal proprio paese di origine. Risulta, però, complesso tratteggiare le caratteristiche e le motivazioni che portano i migranti ad abbandonare la propria nazione. A tale quadro vanno ad aggiungersi gli Internal Displaced People (IDP), gli sfollati interni che si spostano per via delle guerre o delle catastrofi naturali.

In una tale e complessa classificazione si inserisce il problema del riconoscimento dei rifugiati climatici, anche definiti migranti ambientali, eco-profughi o disaster-induced migration. Una definizione condivisa non esiste, anche se l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, The International Organization for Migration, IOM,  ha tentato di darne una: ‹‹persone o gruppi di persone che, principalmente a causa di cambiamenti improvvisi o graduali dell’ambiente che influiscono negativamente sulle loro condizioni di vita, sono costrette ad abbandonare le loro residenze abituali, o scelgono di farlo, sia temporaneamente che permanentemente, sia nel loro stesso paese che al di fuori di esso››.[1]

Il focus principale è sulla migrazione, interna o esterna, temporanea o permanente,  indotta da un cambiamento ambientale antropogenico e non da quei disastri meno riconducibili ad un’azione dell’uomo, come le eruzioni vulcaniche o i terremoti. Questi eventi possono essere a lenta insorgenza o slow-onset come la desertificazione o la degradazione del suolo o improvvisi sudden-onset come uragani e alluvioni, il cui incremento in frequenza e potenza è direttamente collegato all’azione umana. Diversi fattori rendono concordi gli scienziati sull’impatto delle attività umane in fenomeni quali l’innalzamento dei mari, diminuzione delle risorse d’acqua e il conseguente aumento della siccità e delle carestie. 

Sebbene diversi esempi siano oggi oggetto di discussione è difficile prevedere quante persone si muovano a causa del cambiamento climatico. Il nesso, poi, tra migrazioni e eventi climatici è ancora incerto. Spesso, si sottolinea come esso non valga  o sia difficilmente dimostrabile per gli eventi a lenta insorgenza o come spesso le catastrofi impediscano la mobilità. Di fatto, la decisione di spostarsi può essere dettata da fattori eterogenei, che possono combinarsi fra loro.

Quali strumenti giuridici?

Definire queste persone “rifugiati climatici” implica sottintendere l’accesso alle forme di protezione internazionale come stabilito dalla Convenzione di Ginevra del 1957 e il successivo protocollo di New York del 1967. Per garantire il riconoscimento dello status di rifugiato, però, è necessario rientrare in una delle cinque cause di persecuzione come stabilito dall’art. 1, lett. A), co. 2: ‹‹temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche››.

Anche ammettendo una persecuzione in casi di migrazioni dovuti a disastri ambientali, risulta remota la possibilità di ricollegarlo alle minacce ricomprese nella fattispecie prevista dalla Convenzione di Ginevra e dal suo successivo Protocollo. Sarebbe certamente più semplice riconoscere lo status di rifugiato nel caso in cui una minoranza etnica venga privata dell’accesso a risorse naturali, si pensi all’avvelenamento delle riserve acquifere e come queste possano indurre a migrare. Nel caso di eventi a lenta insorgenza, riconoscere la responsabilità statale è quasi impossibile allo stato dell’arte. L’ipotesi, quindi, di parificare le conseguenze critiche del cambiamento climatico alla minaccia prevista dalla Convenzione è di difficile attuazione.

Il nodo è la difficoltà nell’equiparare i rifugiati politici a quelli climatici, non dimenticando che, nella maggior parte dei casi, chi si muove a causa di disastri lo fa all’interno del proprio confine statale e, in tal caso, non è possibile rifarsi alla Convenzione. Utilizzare il termine “rifugiato”, tuttavia, potrebbe essere uno spunto utile per aprire un dibattito sulla necessità e urgenza di creare strumenti normativi per proteggere chi emigra, temporaneamente o permanentemente, a causa del cambiamento climatico. 

Gli studi sull’urgenza di azioni per ridurre gli effetti del climate change sono numerosi, così come i pareri degli esperti che sottolineano come nei prossimi anni i flussi migratori aumenteranno se non si agirà. Basterebbe citare il caso degli Stati insulari che, a causa dell’innalzamento del mare, rischiano di essere sommersi e scomparire. A riguardo, già il Comitato dell’Onu per i diritti umani si è espresso nella decisione sul caso Teitiota, in cui, si crea un precedente per il riconoscimento della figura di rifugiato climatico. Nella fattispecie, il rinvio nel paese di origine di un richiedente asilo, che rischia la vita a causa della minaccia climatica, si configura come violazione dei diritti umani. Tale interpretazione è stata accolta positivamente, perché permetterebbe di aprire le porte ad un pieno riconoscimento della figura di rifugiato e il riconoscimento della protezione internazionale.

Nel 2012 nasce, su idea della Norvegia e della Svizzera, l’iniziativa Nansen o agenda per la protezione di sfollati transfrontalieri nel contesto delle catastrofi e del cambiamento climatico. L’obiettivo di suddetta iniziativa è colmare la lacuna ereditata dallo stretto dettato della Convenzione di Ginevra, assorbendo le soluzioni innovative e le buone pratiche dei Paesi colpiti. Il fulcro è il miglioramento della protezione di chi emigra a seguito di catastrofi e disastri dovuti al cambiamento climatico, sulla base della creazione di linee guida concordate dagli Stati. Le attività dovrebbero svolgersi nell’ambito della prevenzione, della protezione e dell’aiuto durante la permanenza all’estero. 

È chiaro che, al fianco di questa iniziativa, è necessario insistere anche su azioni di prevenzione al cambiamento climatico e concretizzare gli impegni già presi a livello internazionale a partire dagli anni Novanta tra cui, uno dei più importanti, l’Accordo di Parigi del 2015.

La creazione di uno strumento normativo ad hoc sarebbe la soluzione più auspicabile per garantire un ampio ventaglio di diritti a chi si sposta a causa di ragioni connesse a motivi di necessità basilari, quali l’accesso all’acqua, al cibo, alle cure mediche ai diritti civili e politici, il diritto all’alloggio e alla protezione giuridica. Questa via è, ad oggi, difficilmente praticabile considerate le pressioni politiche e le reticenze a riconoscere lo status di rifugiato.

Sarebbe probabilmente più semplice riconoscere delle forme di protezione temporanea per tale categoria per permettere l’accesso ad un rifugio sicuro. Sebbene questa strada sia percorribile, sarebbe complesso applicare tali strumenti a chi si muove per timori futuri. Questa soluzione agirebbe direttamente sul rischio concreto e attuale, ricercando un compromesso politico con quella parte dell’opinione pubblica che invoca la securitizzazione dei flussi, tuttavia non instaurerebbe un processo di creazione di nuove forme permanenti di tutela giuridica, andando a scalfire solo in minima parte il problema.

Bibliografia

IOM, Glossary on Migration, in ‘‘International Migration Law’’, No. 25, 2nd Edition. Geneva, 2011, p.33.


[1] IOM, Glossary on Migration, International Migration Law. No. 25, 2nd Edition. Geneva, 2011, p.33

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