IMPEACHMENT 2.0: COSA HA DA DIRE LA COMUNITÀ ARABA

Come noto, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America, con 232 voti contro 197, ha votato per sottoporre nuovamente il presidente Donald Trump alla procedura di impeachment. Dopo la sconfitta elettorale, il presidente uscente non ha ammesso di aver perso le elezioni o tantomeno menzionato l’inaugurazione della presidenza di Joe Biden, prevista per il 20 gennaio. Al contrario, Donald Trump è attualmente sotto accusa per il suo ruolo nell’incitamento alla rivolta presso il Campidoglio del 6 gennaio. Una condanna da parte del Senato impedirebbe a Trump di candidarsi di nuovo alla presidenza. 

Le voci della comunità araba

Maya Berry, la direttrice esecutiva dell’Arab American Institute (AAI), ha affermato che l’insurrezione al Campidoglio è il risultato scioccante ma non sorprendente del fallimento di ritenere Trump responsabile per i suoi abusi passati. Berry ha inoltre evidenziato che le caratteristiche dell’amministrazione Trump erano già evidenti durante la campagna presidenziale. Secondo la direttrice, i sostenitori del presidente sono guidati dal risentimento razziale e dai cambiamenti demografici che porteranno i bianchi a non essere più la maggioranza della popolazione in futuro. 

Allo stesso modo, Sami Scheetz, siriano-americano ex-funzionario della campagna di Biden, ha sottolineato che i presidenti “non sono al di sopra della legge”. A ciò, ha aggiunto che “l’insurrezione terroristica di destra” al Campidoglio è stata “il punto più basso della democrazia americana in oltre 150 anni”. Scheetz ha poi sottolineato che i disordini finalizzati ad impedire la certificazione della presidenza di Biden hanno portato le istituzioni democratiche americane ad un “punto di rottura”. 

Quello che è importante evidenziare, tuttavia, è che sembra che anche i repubblicani stiano iniziando a rendersi conto della pericolosa retorica antidemocratica del presidente uscente. La speranza è che, con il controllo di entrambe le Camere del Congresso, i democratici e Biden abbiano modo di dare vita ad un nuovo capitolo della storia americana. È altresì di fondamentale importanza che i membri del Congresso e i cittadini americani possano assicurarsi che i presidenti non siano al di sopra della legge ma che possano essere ritenuti responsabili per le loro azioni. 

Ibraham Qatabi, un analista politico yemenita americano, attivista e difensore dei diritti umani, ha condannato l’insurrezione al Congresso, attribuendone la responsabilità a Trump e al Partito Repubblicano. Secondo Qatabi, i danni fatti al sistema democratico americano hanno condotto allo status quo odierno. Ne consegue che lasciare le azioni del presidente uscente impunite potrebbe solo danneggiare ulteriormente la democrazia americana. 

Occorre infatti ricordare che ciò che accade negli Stati Uniti lancia ogni giorno un messaggio al mondo intero. Il messaggio non dovrebbe essere che un uomo potente, con pistole e seguaci, è capace di investire quella che è spesso definita come la più grande democrazia del mondo. 

Allo stesso modo, secondo lo scrittore palestinese-americano, Maysoon Zaid, se le azioni violente verificatesi al Campidoglio non vengono condannate, qualcuno, che sia Trump o altri dopo dei lui, potrebbe incitare nuovamente la popolazione a commettere questo tipo di insurrezione. 

Tutto considerato, questi sono solo alcuni esempi del pensiero della comunità araba e di quella musulmana, le quali rimangono indignate di fronte alle azioni del presidente Trump. Essi richiedono giustizia e che alle azioni seguano le giuste conseguenze. 

I commenti del presidente degli Stati Uniti

Per comprendere quanto siano risalenti i malumori delle comunità in questione è sufficiente ricordare quando, durante la campagna presidenziale del 2015, Trump ha definito gli immigrati messicani privi di documenti come “stupratori” e accusato i musulmani americani del New Jersey di celebrare i tragici attacchi dell’11 settembre 2001. Quest’ultima accusa è stata reiterata pubblicamente, il 13 gennaio 2019, nei confronti della senatrice Ilhan Omar. Un altro episodio degno di nota risale a quando, in vista delle elezioni di medio termine del 2018, in un tweet, Trump aveva allertato le autorità di frontiera della presenza di gruppi di migranti che includevano “criminali e sconosciuti mediorientali”, definendo l’intera situazione un’emergenza nazionale. Il direttore dell’American-Arab Anti-Discrimination Committee (ADC) ha descritto il tweet come xenofobo e responsabile per la perpetuazione di odio e fanatismo nei confronti degli arabi. Da ultimo, alcuni giorni prima delle elezioni presidenziali dello scorso novembre, il presidente Donald Trump ha tweettato che il suo avversario Joe Biden avrebbe portato nei cosiddetti ‘swing states’ profughi da “nazioni terroristiche”, aumentando il loro numero del “700%”. Quest’ultima è solo l’ennesima dimostrazione di una retorica alimentata da odio e bugie e del pericolo che ciò costituisce in una società democratica. 

Tutto considerato, non risulta poi così sorprendente che l’account Twitter del presidente degli Stati Uniti sia stato sospeso definitivamente a causa del rischio di ulteriori istigazioni alla violenza. Dulcis in fundo, al blocco di Twitter sono poi seguiti quello di Facebook, Instgram, Youtube, Snapchat, Twitch e Shopify. Alcuni account sono stati sospesi fino all’insediamento di Joe Biden, mentre altri sono stati rimossi in maniera permanente. 

Una logica conclusione

Alla luce di quanto appena detto, è possibile affermare che il caos sia una logica conclusione di ciò che l’amministrazione Trump ha dato agli Stati Uniti e al mondo intero. Al momento, il Paese è in una situazione intrinsecamente instabile. Il peso di Donald Trump all’interno del partito repubblicano è certamente diminuito. Non è più un valido leader, come dimostrato dai 10 voti repubblicani in favore dell’impeachment. Ogni altro giorno che Trump passa nello Studio Ovale costituisce un pericolo per la democrazia, e non solo. Il Council on American-Islamic Relations (CAIR), il 13 gennaio, ha dichiarato che, data la minaccia rappresentata dalla violenza e le proteste armate in corso nelle 50 capitali degli Stati Uniti, i musulmani sono esortati a rimanere “extra vigilant”, ovvero particolarmente attenti e vigili, fino all’insediamento del presidente eletto Joe Biden. 

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