ARABIA SAUDITA: IL TURISMO E LA POLITICA

Negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo aumento della presenza dell’Arabia Saudita a livello internazionale, non legato esclusivamente al piano economico di paese esportatore di petrolio né a quello strettamente politico di attore regionale. Da alcuni anni, infatti, il paese è al centro dei mass media di tutto il mondo grazie alle diverse aperture politiche che sono state promesse – e in alcuni casi realizzate – dal leader de facto del paese, il principe ereditario Mohamed Bin Salman (MBS). In questa analisi si vedrà più approfonditamente quella dell’apertura dei confini del paese al turismo di massa internazionale e quali saranno le ricadute previste sul paese. 

Il turismo

Nel settembre 2019 l’Arabia Saudita ha compiuto un passo storico. Ufficialmente, infatti, sono state aperte le frontiere del paese permettendo il rilascio di visti turistici a cittadini di 49 paesi diversi. È la prima volta nella storia dell’Arabia Saudita, infatti, che il paese del Golfo ammette la possibilità di accogliere turisti di tipo non religioso sul proprio suolo. Quest’ultima categoria infatti è stata l’unica che ha permesso a persone non saudite e non lavoratrici fino a questo momento di essere ammesse sul suolo saudita. 

Nonostante questa apparente limitazione, il giro di pellegrini religiosi ha rappresentato comunque un’importante fonte di introiti per il paese. Negli ultimi anni il numero di persone che hanno raggiunto l’Arabia Saudita, impegnate nel pellegrinaggio presso luoghi sacri dell’islam di Mecca e Medina nel mese del pellegrinaggio – l’hajj –, è stato altissimo. Negli ultimi 10 anni infatti questo numero è oscillato tra un minimo di 2 milioni e un massimo di 3 milioni di persone. Aggiungendovi i pellegrini che hanno compiuto il pellegrinaggio al di fuori del mese del pellegrinaggio – l’umrah – il numero sale fino ad una media 8 milioni di pellegrini in un solo anno. Entrambi i pellegrinaggi generanoper il paese un giro di 12 miliardi di dollari. 

L’idea di aprire il paese al turismo di massa presso luoghi di interesse culturale e non strettamente religiosi non è comunque una proposta esclusivamente recente: nel 2000 venne costituito il “Consiglio Supremo per il Turismo” (SCT), ma il progetto di aprire al turismo fu abbandonato in seguito agli eventi del settembre 2001 quando 15 cittadini sauditi furono identificati come compromessi nell’attentato al World Trade Center. Nel 2008 il nome del SCT venne modificato in “Commissione saudita per il turismo e l’antichità” (SCTA) e nel 2014 nuovamente in “Commissione saudita per il turismo e l’eredità nazionale” (SCTNH) segno di come il turismo internazionale di tipo culturale abbia avuto sempre una maggiore attenzione dalla casa regnante. 

Nello stesso anno è stato lanciato il primo esperimento di turismo culturale, seppur ancora legato ai pellegrini in visita ai luoghi sacri. Infatti, venne lanciato il programma “Umrah Plus” che rendeva possibile ai pellegrini dell’umrah di risiedere per un mese nel paese per visitare i siti storici, archeologici e culturali del paese[1].

Secondo i dati dell’autorità saudita per il turismo, comunque, tra settembre 2019 e marzo 2020, sono stati rilasciati più di 50 mila visti turistici. Gli stessi dati inoltre, stimano che il settore turistico arriverà a contribuire al 5% del PIL nel 2022 fino a superare il 10% nel 2030. Nella stessa data i posti di lavoro creati con il turismo dovrebbe toccare il milione con 100 milioni di visitatori, di cui 55 esclusivamente di provenienza internazionale.

La politica

Gli ambiziosi obiettivi sopracitati rientrano in un piano ben preciso di potenziamento del paese, enunciati in un documento rilasciato nell’aprile 2016 a doppia firma del re Salman e del principe ereditario – il Saudi Vision – contenente al suo interno ben 96 obiettivi per trasformare il paese entro il 2030 All’interno di questo programmaerano stati enunciati degli obiettivi da raggiungere entro il 2020 – The National Transformation Program 2020 – che avrebbero dovuto dare una spinta fondamentale allo slancio del paese in diversi settori, tra cui quello del turismo, come ad esempio aumentando i luoghi culturali visitabili da 241 a 447.

Guardando al futuro, il piano per il 2030 si divide in tre sezioni principali: sulla società, sull’economia e sulla nazione. Per quello che qui si sta trattando, le prime due sezioni del piano forniscono alcuni elementi interessanti da analizzare perché si riferiscono direttamente ed indirettamente all’aspetto legato al turismo nel paese. 

La prima sezione è dedicata all’ aspetto storico-culturale del paese. Vengono ribadite le radici arabo-islamiche del paese e contestualmente ci si pone, tra gli altri, come obiettivi quello di raddoppiare i siti riconosciuti dall’UNESCO nel paese, di portare tre città saudite tra le prime 100 al mondo e di portare fino a 30 milioni di pellegrini impegnati nell’umrah all’anno nel paese. 

La seconda sezione invece è, come si è detto, quella legata all’economia. Sempre all’interno del piano, viene illustrata la volontà di creare nuovi spazi di movimento all’interno del sistema privato tanto per la piccola e media impresa quanto per le grandi aziende. Il modo per favorire questa crescita è dunque quella di differenziare il sistema economico.

Nonostante venga a più riprese ribadito il ruolo importante del petrolio nell’economia saudita, all’interno del programma sono elencati diversi metodi per smarcarsi dall’esclusiva esportazione di petrolio. Ciò deve avvenire tramite il rafforzamento di alcuni settori interni al paese – quello minerario, della salute e della finanza tra gli altri[2]– e in special modo quello turistico. Come si è già detto, all’interno di questo panorama di diversificazione economica, nei piani espressi dal Saudi Vision, l’obiettivo da raggiungere nei prossimi 10 anni è di arrivare a guadagnare il 10% del PIL esclusivamente tramite il turismo.

Conclusioni

Si comprende, quindi, come l’apertura al turismo di massa sia intesa dalla casa regnante come un importante pilastro dell’economia futura del paese. L’obiettivo ultimo del Saudi Vision dunque è quello di fortificare l’egemonia culturale del paese nella regione tramite il rafforzamento delle proprie radici storiche – arabe e islamiche – consolidando al contempo la propria economia e il proprio ruolo di hub commerciale tra Asia, Europa ed Africa. 

Dati tali elementi è evidente che le numerose concessioni di Bin Salman degli ultimi anni, tra le quali rientrano quelle relative ai diritti alle donne saudite, assumano principalmente lo scopo di “normalizzare” l’aspetto internazionale del paese del Golfo all’esterno. L’immagine del paese è infatti inficiata sfavorevolmente dal limitato rispetto dei diritti umani e dalla scarsa libertà individuale vigente, soprattutto per quanto riguarda proprio quella delle donne, ma anche riguardo al consumo di alcolici o lo spaccio di droga – punito finanche con la pena di morte[3].


Copyright Immagine: StepFeed

[1] E. Ekiz, Z. Öter e M. L. Stephenson, «Tourism development in the Kingdom of Saudi Arabia: Determining the problems and resolving the challenges » in International Tourism Development and the Gulf Cooperation Council States: Challenges and Opportunities, Routledge, 2017, pp. 124-139.

[2] S. Even e Y. Guzansky, «Saudi Arabia’s Vision 2030: Reducing the Dependency on Oil,» Institute for National Security Studies, 2016.

[3] M. Abuhjeeleh, «Rethinking Tourism in Saudi Arabia: Royal Vision 2030 Perspective» African Journal of Hospitality, Tourism and Leisure, vol. 8, n. 5, 2019.

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