L’EMERGENZA UMANITARIA A LIPA: UNA RESPONSABILITÀ INTERNAZIONALE DA CONDIVIDERE

La crisi migratoria che caratterizza la Rotta Balcanica è ancora una questione internazionale difficile da gestire e i profughi di Lipa sono, oggi, protagonisti di un’emergenza umanitaria in cui ogni attore coinvolto è chiamato a condividere la propria parte di responsabilità.

La crisi dei Balcani, che è ha avuto inizio nel 2015 con l’arrivo di numerosi profughi provenienti da paesi come Pakistan, Afghanistan, Iraq e Siria, è una delle questioni internazionali e transnazionali più spinose e complesse, che rimane, purtroppo, ancora irrisolta. Protagonisti di queste migrazioni verso la penisola balcanica sono quegli individui che, scappando da violenze diffuse, persecuzioni e terribili guerre hanno affrontato la cosiddetta Balkan Route, con la speranza di trovare migliori condizioni di vita che garantissero la sopravvivenza. Molti dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati arrivati nei Balcani si trovano adesso bloccati alle porte dell’Europa e costretti a sostare ai confini, all’interno di campi profughi, dove, purtroppo, non ricevono abbastanza supporto e assistenza. 

In particolar modo, l’attuale condizione del campo rifugiati a Lipa, situato al nord-ovest della Bosnia ed Erzegovina vicino alla città di Bihać, è allarmante. Recentemente, infatti, la situazione interna al campo rifugiati è addirittura peggiorata, causando una reale emergenza umanitaria. Secondo quanto dichiarato dal Capo della Missione dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni in Bosnia e Erzegovina, questo particolare campo per i rifugiati era stato creato per far fronte ad un problema di sovraffollamento interno ma, in realtà, la soluzione non ha prodotto il risultato sperato. Il campo, infatti, è stato caratterizzato da un generale malcontento, culminato quando alcuni rifugiati hanno bruciato delle tende in segno di protesta e rabbia in merito alle condizioni di vita disumane in cui erano, e sono tutt’ora, costretti a vivere. Con il divampare dell’incendio, molti rifugiati hanno lasciato il campo di Lipa, organizzando nei boschi e nei territori vicini alcuni rifugi temporanei e rimanendo nell’attesa di ulteriori aiuti e assistenza. 

Le pessime e inumane condizioni di vita di questi rifugiati richiedono l’attenzione internazionale. La mancanza di condizioni sanitarie adeguate, il ridotto, se non quasi assente, accesso a fonti di acqua potabile e la mancanza di elettricità, unite al peggioramento delle condizioni climatiche invernali, infatti, stanno rendendo impossibile la sopravvivenza di questi soggetti che necessitano, pertanto, di protezione. Un altro aspetto importante è quello connesso al rischio di contagio del virus Covid-19, che crea significativi timori per la salute di questi individui. Tutti questi elementi, dunque, risultano essere indicatori importanti che permettono di valutare i pericoli ai quali i rifugiati sono esposti. Le preoccupazioni sono ragguardevoli, poiché quella che stanno vivendo è una vera emergenza umanitaria. 

I rifugiati in Bosnia ed Erzegovina stanno soffrendo e necessitano, pertanto, di immediato aiuto. La difficoltà nel governare la questione è da ricondurre anche ad una cattiva gestione da parte del governo bosniaco, il cui intervento non è stato, finora, soddisfacente. Una maggiore condivisione delle responsabilità all’interno del territorio nazionale è fondamentale per garantire maggiori tutele a tali individui. Inoltre, è opportuno ricordare che il paese ha aderito alla Convenzione sullo Status dei Rifugiati, The Refugees Convention, per cui ci si aspetta un’adeguata osservanza delle norme internazionali sulla protezione di questi soggetti particolarmente vulnerabili. 

L’urgenza di aiuti umanitari è indubbiamente evidente e un’assistenza consona non deve tardare ad arrivare, perché la responsabilità nel fornire aiuto a suddetti individui non giace solo sulle spalle dell’Unione Europea. Sarebbe auspicabile, pertanto, un intervento multilivello e funzionale:  sul piano internazionale, tramite un continuo intervento delle Nazioni Unite per cercare di fornire quanta più assistenza umanitaria possibile, rafforzando la rete di aiuti anche con altre organizzazioni internazionali e la società civile; allo stesso modo, per quanto possa risultare complicato, un approccio maggiormente diretto alla tutela dei diritti di questo gruppo di persone deve essere garantito a livello locale e nazionale, data soprattutto la vicinanza e la prossimità di istituzioni nazionali alla questione; ed infine, dal punto di vista regionale, l’Unione Europea deve dimostrarsi necessariamente più coinvolta. Bisogna, infatti, non dimenticare che l’Unione Europea rimane, forse, l’attore più interessato e importante all’interno della crisi migratoria dei Balcani, poiché l’Europa rappresenta il paese di destinazione del suddetto flusso migratorio. 

Il coinvolgimento dell’Europa è, quindi, immediato e diretto e, per tale ragione, si deve assumere che esso sia tangibile anche su un piano più concreto. La Commissione Europea ha, infatti, recentemente annunciato che disporrà di una cifra di 3.5 milioni di euro in aiuti umanitari per salvaguardare la vita dei rifugiati e dei migranti in Bosnia ed Erzegovina, per evitare che questi soggetti vulnerabili diventino protagonisti di un disastro umanitario preannunciato, se non si agisce adesso. Finanziamenti di questo tipo sono sicuramente utili per intervenire nell’immediato, fornendo assistenza materiale volta a garantire condizioni di vita dignitose, tuttavia, questa tipologia di sostegno non fornisce un’assistenza continuativa, che possa portare a risultati concreti nel lungo periodo.

In generale, sono richieste politiche migratorie europee più comprensive e ci si aspetta che queste vengano presto implementate, augurandosi che futuri piani strategici in materia siano più efficienti, piuttosto che risultare meri riflessi di un’eloquente retorica democratica fine a se stessa. Quello che si reclama, in merito a ciò che sta avvenendo nei Balcani, sono incisività e concretezza, elementi che, per troppo tempo, si sono dimostrati assenti sotto la questione delle politiche migratorie in Europa. 

Federica Gargano

Federica Gargano, classe 1994, dopo aver conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali ha proseguito il suo percorso accademico ottenendo una laurea magistrale in International Relations con curriculum in International Studies, un corso di studi interamente tenuto in lingua inglese e conseguito con il massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Palermo, con una tesi incentrata sul diritto penale internazionale e la crisi dei Rohingya. Scrive per un giornale online ed è attualmente Capo Redattore della redazione di Diritto Internazionale dello I.A.R.I, dove nello specifico tratta argomenti relativi al diritto penale internazionale, diritto internazionale, diritti umani e rifugiati.

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