LA NUOVA STRATEGIA DELLA FARNESINA: IL PARTENARIATO CON L’AFRICA

Negli ultimi tempi il dinamismo del continente africano ha catturato l’attenzione di analisti, imprenditori, decisori politici e numerosi altri soggetti che a vario titolo hanno iniziato a mostrare un sensibile interesse verso la sponda sud del Mediterraneo. L’Italia, che storicamente intrattiene rapporti più o meno strutturati con diversi Paesi africani, ha finalmente deciso di intensificare questi legami, dichiarandosi pronta ad un partenariato a tutto campo.

L’Africa è un continente molto eterogeneo. L’ampiezza del suo territorio fa sì che in essa convivano una moltitudine di realtà caratterizzate da elementi fisici e geografici diversi, nonché da una varietà di sistemi politici e tradizioni sociali che si intersecano creando un mosaico affascinante e dal forte carattere attrattivo. Un elemento che accomuna gran parte degli Stati africani è la considerevole presenza di risorse naturali fondamentali (acqua, petrolio, gas naturale ecc.), che negli anni hanno attirato l’interesse delle principali economie mondiali.

A livello europeo il tema dei rapporti con il continente africano ha vissuto periodi alternati di centralità e perifericità, facendo registrare pochi elementi di innovazione e trasformazione. L’aumento del numero di missioni si è tradotto quasi esclusivamente in progetti di cooperazione allo sviluppo e missioni di empowerment e peace-building su scala locale.

L’Italia, per ragioni storiche e geografiche nonché economiche e culturali, ha tradizionalmente conservato un legame privilegiato con il continente africano, soprattutto con i Paesi della fascia saheliana e del corno. Nonostante anni di politiche blande e azioni deboli nei confronti dei nostri vicini, il Bel Paese sembra oggi aver compreso la necessità di un dialogo serio con la sponda sud del Mediterraneo. Un dialogo che si faccia portatore di una visione di medio e lungo periodo, capace di superare l’impostazione paternalistica tradizionale dell’aiuto esterno, troppo spesso utilizzata come chiave interpretativa della nostra politica africana.

Partendo dalla consapevolezza che le dinamiche in atto nel continente quali la crescita demografica, lo sviluppo economico, l’evoluzione tecnologica ecc. disegneranno nel prossimo futuro uno scenario completamente nuovo in cui necessariamente dovranno essere ripensati i rapporti di forza internazionali, l’Italia ha deciso di concretizzare in un “partenariato a tutto campo”, un nuovo legame basato essenzialmente su quattro pilastri: pacesicurezzasviluppo economico ed emancipazione sociale. Il documento di policy è il frutto non solo del duro lavoro della Farnesina e della rete diplomatica dei Paesi africani, ma anche del mondo accademico, imprenditoriale e della società civile.

Il documento, che a detta del nostro Ministro degli Esteri Luigi Di Maio “mira a svolgere in maniera sinergica una maggiore integrazione con la realtà africane e un più efficace perseguimento delle principali sfide globali come la sostenibilità ambientale, il fenomeno migratorio o ancora l’attuale pandemia”, definisce alcuni macro-obiettivi di lungo periodo, suddivisi in azioni concrete da perseguire nell’immediato.

L’argomento Pace e Sicurezza è piuttosto articolato e comprende al suo interno numerosi aspetti ad esso correlati, come quelli relativi alla governance e alla tutela dei diritti umani, nonché il delicatissimo tema delle migrazioni e della mobilità.

Nel documento programmatico, gran parte dei principali interventi di policy sono legati alla stabilizzazione del Sahel,ovvero la fascia di territorio che confina a nord col deserto del Sahara e a Sud con la savana del Sudan. Questa porzione di territorio è da sempre uno snodo fondamentale per le migrazioni del continente, siano esse finalizzate agli spostamenti interni o all’emigrazione verso i Paesi del nord. Stabilizzare quest’area, tormentata oltretutto dalla piaga del terrorismo, permetterebbe un maggior controllo sui flussi migratori, producendo esternalità positive sia sui Paesi del Nord-Africa che su quelli dell’Europa del sud. 

Per perseguire siffatto obiettivo è necessario valersi di una visione integrata della stabilità, che sia capace di far progredire parallelamente sicurezza, good governance e sviluppo economico e sociale. A tal fine, l’Italia garantisce il suo supporto al “G5 Sahel” ovvero l’alleanza dell’Africa occidentale, un’iniziativa militare congiunta in cui Mali, Mauritania, Burkiina Faso, Niger e Ciad collaborano per garantire la sicurezza in questa porzione di territorio. Il nostro Paese partecipa alle iniziative della suddetta associazione tramite un mandato addestrativo finalizzato alla formazione delle forze militari attive nella regione.

In tema di governance e diritti umani, grande importanza è stata data alla comprensione del dualismo democrazia/stabilità. Se infatti la promozione della democrazia è di per se auspicabile, la stessa non è purtroppo sempre compatibile con la stabilità, soprattutto in ragione dei diversi contesti politici e culturali legati alla tradizione e alle specificità territoriali che spesso ne impediscono il radicamento. In questo contesto, la tendenza all’equilibrio è perseguibile attraverso un atteggiamento dialogante e inclusivo, che vada oltre gli interessi di parte e miri a raggiungere risultati pragmatici e condivisi fra le parti in causa.

Le migrazioni necessitano invece di una strategia articolata su più livelli. Per andare oltre la logica meramente emergenziale infatti, è necessario rafforzare i rapporti con i Paesi di origine dei migranti e su quelli di transito, intervenendo oltretutto sulle cause che provocano le migrazioni, siano esse economiche, politiche o ambientali. Al contempo appare utile intervenire sui primi stimolando lo sviluppo economico, che ad oggi è sostenuto soprattutto dagli investimenti privati e dal Fondo per l’Africa del Ministero degli Esteri.

Sul fronte di commerciale e degli investimenti ci si è da sempre interrogati su quali potessero essere le soluzioni più opportune per garantire un’effettiva crescita delle economie africane, soprattutto quelle meno avanzate. In tale contesto infatti, non sempre un massiccio intervento macroeconomico sarebbe produttivo, in quanto le economie più “deboli” non sarebbero in grado di tradurlo in effettivo beneficio per le popolazioni.

In ragione di questo aspetto spesso poco considerato, le policy della Farnesina saranno orientate alla formazione del capitale umano nonché alla creazione di una rete di imprese locali, tali da sostenere la crescita e l’evoluzione del sistema produttivo e favorire fenomeni imitativi tali da innescare processi analoghi nei Paesi vicini. Per raggiungere questo obiettivo, alla cooperazione italiana si affianca l’intervento dell’iniziativa privata, così da far procedere parallelamente la dimensione istituzionale dell’aiuto e quella “people-to-people”.

Un settore di chiaro interesse strategico ed economico è inoltre quello energetico. In Africa infatti, la crescita demografica e l’urbanizzazione repentina, hanno fatto aumentare in maniera esponenziale la domanda di energia. Secondo i dati, la domanda energetica triplicherà nel 2040, con effetti difficilmente prevedibili qualora non venissero poste in essere le giuste politiche per sostenerne gli oneri. Nel documento di policy della Farnesina, a tal riguardo, una delle sfide più rilevanti sembra essere quella dello sviluppo di infrastrutture di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica. Secondo tale impostazione, l’Italia dovrebbe riadattare le connessioni già esistenti col continente africano (come le reti del gas) al fine di ricoprire il ruolo di hub energetico verso l’Africa, un ruolo di chiaro interesse strategico ma che appare fisiologico in virtù del posizionamento geografico del nostro Paese.

Per favorire la così detta crescita endogena, sarà inoltre utile intervenire con un nuovo progetto di infrastrutturazione, fino ad oggi concentratosi quasi in modo esclusivo sulle coste e vicino alle principali risorse naturali. L’Italia ha stilato a tal proposito una lista di azioni concrete che intendono promuovere progetti di media grandezza in settori diversificati (non solo strade e dighe, ma impianti di generazione elettrica, gestione delle risorse idriche, waste-managemente ecc.). Appare oltretutto interessante il tentativo di favorire le partnership fra settore pubblico e privato, sostenendo lo scambio paritario di idee e progetti fra le parti e ottimizzando il networking.

Tutte queste misure saranno orientate dall’imperativo dello sviluppo sostenibile, che implica tutti quegli obiettivi di adattamento al cambiamento climatico, alla salvaguardia della biodiversità e alla corretta ed efficiente gestione del suolo e delle risorse idriche. A tal fine, sono nati i primi gruppi di lavoro, come il Centro per lo Sviluppo Sostenibile nel Continente Africano, con sede a Roma, che nei prossimi anni parteciperà attivamente all’elaborazione delle scelte di policy nel territorio.

Traendo le conclusioni da quanto sopra messo in evidenza, possiamo finalmente supporre che qualcosa sta cambiando. Per la prima volta, quelle che fino a tempo fa apparivano solo come fumose ipotesi sul futuro dei rapporti fra le due sponde del Mediterraneo, hanno trovato concretezza in un documento di programma destinato a orientare le scelte di policy dei prossimi anni. Fondamentale per la sua realizzazione effettiva sarà la strutturazione di rapporti più solidi su base paritaria, orientati dalla reciproca fiducia e dal rispetto. Un processo di avvicinamento reciproco che sopravvivrà solamente integrando nelle varie iniziative non solo le istituzioni e le imprese, bensì la popolazione e tutti quegli attori che di un siffatto progetto dovranno essere artefici e beneficiari.

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