IL RAPPORTO NATO 2030: CINA, RUSSIA E FRONTE SUD

Il rapporto Nato 2030  qualche indicazione sulla direzione che dovrà prendere la Nato negli anni a venire. Al centro del documento, la rivalità sistemica con Russia e Cina e le instabilità del Fronte Sud. 

Il rapporto NATO2030

Lo scorso 3 dicembre è stato pubblicato il rapporto NATO2030, uno sforzo di riflessione a lungo termine volto a rilanciare il ruolo dell’Alleanza Atlantica e a rafforzare la sua azione in uno scenario internazionale in continua e spesso problematica evoluzione. Secondo Stoltenberg, #NATO2030 rappresenta «un’opportunità per riflettere su come sarà Alleanza tra dieci anni e su come questa continuerà a proteggere in suoi membri in un mondo più incerto» Il Segretario Generale ha affermato che l’ obiettivo di fondo è adattare l’Alleanza Atlantica a un «new normal» in cui l’ascesa della Cina alimenta la competizione per la supremazia economica e globale, la Russia prosegue le sue attività militari senza sosta e l’ISIS e altri gruppi terroristici rialzano la tesa. Tre sono le direttrici lungo le quali l’Alleanza si dovrà muovere per far fronte a queste questioni: il rafforzamento della componente militare, il potenziamento della collaborazione politica e la valorizzazione della dimensione globale. La direzione più evidente è verso una risposta comune alla competizione geopolitica multipolare con Russia e Cina, le due “systemic rivals” per la Nato. Una rinnovata attenzione è riservata inoltre al Fronte Sud e alle sue instabilità. 

La Cina

La recente ascesa della Cina nello scacchiere internazionale ha portato la NATO ad assumere un atteggiamento più rigido nei confronti della Repubblica Popolare che viene descritta come una potenziale minaccia militare non solo per gli Stati Uniti ma anche per l’Europa. Sebbene Pechino non rappresenti una minaccia militare immediata, la sua espansione nell’Atlantico, nel Mediterraneo e nell’Artico, nonché i legami di difesa con la Russia preoccupano l’Alleanza. La Cina sta da diversi anni sviluppando missili e aerei a lungo raggio, portaerei e sottomarini da attacco nucleare con portata globale, ampie capacità spaziali e un ampio arsenale nucleare. Non meno importante è inoltre la minaccia sul fronte economico. Il rapporto NATO2030 cita al tal riguardo la Nuova Via della Seta e la piattaforma “17+1”, l’iniziativa tramite la quale la Cina promuove attività di business e investimenti con i Paesi dell’Europa orientale. Secondo il rapporto, la strategia migliore da adottare per contenere Pechino è quella di rafforzare la cooperazione multilaterale con i paesi della regione dell’Asia orientale come Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Mongolia e Corea del Sud soprattutto attraverso esercitazioni militari congiunte. Sebbene la Nato vanti rapporti di collaborazione con gli Stati del Pacifico da anni, oggi, a fronte delle crescenti tensioni militari nel Mar cinese meridionale, quelle intese possono farsi strutturate. Da non escludere è inoltre la possibilità di stanziare nel Pacifico un quartier generale, cooperando con il Comando statunitense della regione, iniziando così un difficile percorso in un teatro in cui fino a qualche tempo veniva lasciato a Washington il compito di garantire la sicurezza regionale. 

La Russia 

Accanto alla Cina, anche la Russia continua a rappresentare un pericolo per l’Alleanza Atlantica soprattutto perché Mosca, secondo il segretario generale della Nato, continua a violare la sovranità territoriale della Georgia e dell’Ucraina e a consolidare la sua proiezione di potenza nella regione del Mar Nero. È necessario che la Nato rafforzi dunque la cooperazione militare con la Georgia e l’Ucraina proprio allo scopo di accerchiare la Russia contenendone e limitandone le ambizioni espansionisticheIl nuovo centro di addestramento e valutazione congiunto presso la base militare di Krtsanisi in Georgia, dove addestratori dei paesi della Nato lavorano insieme ad ufficiali, soldati e personale della Georgia, è fondamentale in tale senso. Un ruolo determinate è quello giocato dagli alleati della Nato quali la Romania, la Bulgaria e la Turchia come partner in grado di limitare la logica espansionistica russa sul Mar Nero. Sebbene Mosca abbia incrementato le proprie capacità militari e stia fortemente modernizzando il suo arsenale nucleare, secondo Stoltenberg, il modo migliore per rispondere alla politica assertiva di Mosca è tuttavia una deterrenza credibile basata sul dialogo e sulla collaborazione per il controllo delle armi. Gli esperti hanno consigliato alle due parti interessate di sviluppare un insieme di regole comuni che definiscano le distanze minime tra gli aerei militari e le navi, nonché le procedure standardizzate per l’interazione degli equipaggi e la riduzione degli incidenti militari. Secondo le raccomandazioni, le due fazioni dovrebbero anche condurre esercitazioni comuni di addestramento del personale e tenere consultazioni sulla difesa missilistica in Europa, con il fine ultimo di raggiungere un alto livello di fiducia e trasparenza.

Il Fronte Sud

Tra le questioni primarie vi è anche quello del versante sud all’interno del quale viene auspicato un approccio coerente, chiaro e consistente da parte dell’Alleanza, caratterizzato da maggiore attenzione politica. Le dinamiche della regione mediterranea sono sempre più influenzate dalla competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina per rafforzare le rispettive posizioni regionali. Sinora, Washington ha perseguito nel Mediterraneo una politica di disimpegno che, complice anche il peso attribuito dall’Alleanza Atlantica al “fronte Est”, ha permesso a Pechino e Mosca di espandere la loro influenza pressoché indisturbate. Dal 2017 la Russia è fortemente coinvolta in Libia e da allora, il ruolo di Mosca nella regione è progressivamente aumentato. Nel 2019 il Presidente Vladimir Putin ha assunto il ruolo di mediatore durante la crisi innescata dall’annuncio del ritiro degli Stati Uniti dal nord dalla Siria: l’accordo di Sochi è stato il prodotto del ruolo che la Russia ha assunto sia come baluardo del regime di Bashar al-Assad, sia come principale forza militare del Paese.

 Parallelamente sono cresciuti i timori per il crescente ruolo della Cina nel Mediterraneo. Nel maggio 2015, unità navali russe e cinesi hanno effettuato le prime manovre congiunte nel Mediterraneo e nel 2017 unità cinesi hanno partecipato all’esercitazione Joint Sea 2017, ancora una volta insieme alla flotta russa. L’attivismo economico della Repubblica Popolare Cinese è un’altra fonte di preoccupazione: il timore è che gli investimenti cinesi nel progetto BRI possano mascherare obiettivi militari e politici nel lungo termine. Nel 2017, Pechino ha inaugurato la sua prima base navale oltremare a Gibuti, ufficialmente con compiti di supposto logistico e, nonostante Pechino abbia ripetutamente dichiarato di non volere sfidare gli interessi di sicurezza statunitensi nel Mediterraneo, da qualche tempo il timore per le iniziative cinesi è ampiamente presente nelle dichiarazioni dai vertici militari di Washington e della NATO. 

Alla luce delle nuove sfide nella regione, la Nato auspica consultazioni più frequenti degli alleati, con maggiore impegno nell’area e il rafforzamento dell’hub per il sud al Joint force command (Jfc) di Napoli. L’accresciuto interesse della Nato per il Mediterraneo è di rilevanza primaria per l’Italia che potrebbe rilanciare il proprio ruolo all’interno dell’Alleanza stessa, sfruttando la propria posizione geografica. Il ruolo della Nato è ancora in larga misura da definire ma quel che è evidente è che una rinnovata attenzione alla dimensione mediterranea è necessaria. Quel che è certo è che il moltiplicarsi delle linee di scontro tra Nato e avversari non rappresenta solo una sfida, ma anche una grande opportunità per rivedere l’Alleanza e il ruolo dei singoli Paesi all’interno di essa. Per il prossimo decennio possiamo aspettarci grandi cambiamenti.

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