ACCORDI TRA EMIRATI ARABI E ISRAELE: UN’ANALISI

Gli Accordi di Abramo tra Israele, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti rischiano di peggiorare ulteriormente la questione palestinese, pur non stravolgendo totalmente l’ordine attuale.

Che cosa vuol dire “normalizzazione” dei rapporti

Sotto l’egida degli Stati Uniti, nel settembre 2020 gli Emirati Arabi Uniti (EAU) e il Bahrein hanno firmato un patto per la “normalizzazione” dei rapporti con Israele, chiamato Accordo di Abramo, mettendo in risalto la comune ascendenza abramitica tra musulmani ed ebrei. 

Per “normalizzazione” si intende il riconoscere lo stato di Israele senza ritenerlo il diretto responsabile delle vicissitudini del popolo palestinese, allo scopo di formalizzare e aumentare gli scambi economici, commerciali, turistici, di ricerca e di sicurezza tra le due parti. La firma di questi accordi è il culmine di un processo in realtà già esistente, che unisce i due paesi nella cooperazione internazionale, rendendo gli Emirati Arabi Uniti il terzo paese arabo a legittimare la presenza di Israele e il primo a farlo senza aver combattuto una guerra contro di esso. 

Infatti, soltanto l’Egitto nel 1979 e la Giordania nel 1994 avevano riconosciuto formalmente Israele, in un contesto di soluzioni per la pace in seguito alla guerra dei sei giorni del 1967, storicamente considerata come la capitolazione dell’intero mondo arabo ai piedi del giovane stato israeliano. Israele, infatti, dopo la sconfitta araba, era riuscito a occupare diversi territori confinanti con gli stati arabi limitrofi, come le Alture del Golan, la penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e a dichiarare Gerusalemme la capitale dello stato, senza però ottenerne il riconoscimento della comunità internazionale. Se, tramite gli accordi di pace, l’Egitto ha riacquisito la penisola del Sinai e la Giordania ha stabilito formalmente i confini con lo stato israeliano, invece, per quanto riguarda i confini de facto tra Israele e il Libano questi sono stabiliti secondo l’armistizio del 1949, la questione delle frontiere tra Israele e la Siria resta ancora irrisolta e la minaccia di un’annessione incombe tuttora sui territori palestinesi. 

Un nuovo Medio Oriente?

Il resto del mondo arabo per ora rimane fermo sulla sua posizione, ovvero che Israele verrà riconosciuto solo quando abbandonerà i territori palestinesi occupati illegalmente dopo la guerra del 1967. Anche il Barhein, altro paese arabo firmatario degli Accordi di Abramo, ha ribadito questo punto di vista. Se l’annessione di alcuni territori della Cisgiordania voluta da Netanyahu all’inizio dell’estate è al momento solo sospesa secondo gli Accordi, il regime di apartheid in cui vivono i palestinesi e gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania rimangono. 

È per questo che i palestinesi hanno gridato al tradimento della causa palestinese, da settant’anni collante del sentimento arabo nei confronti della potenza occupante, sia nelle proteste popolari a Nablus, Hebron e Ramallah, che nella sede della Lega Araba. Nonostante questo, l’accordo è considerato come l’unico grande colpo della politica estera di Trump, poiché è la prima volta che uno stato del Golfo riconosce formalmente Israele.

La mossa sembra essere il punto finale di ciò che è accaduto in precedenza: nel 2018, infatti, Trump aveva ritirato gli USA dall’accordo sul nucleare con l’Iran.  La spinta statunitense, quindi, proviene dalla volontà di creare un asse anti-iraniano in chiave strategica, combinando aiuti e tecnologie militari per Israele e gli Emirati Arabi Uniti, e di provare a risolvere la questione palestinese attraverso un’alleanza regionale.  Per Abu Dhabi, da un lato, questo passo ulteriore contribuisce a consolidare il soft power emiratino e a proiettarsi come una potenza regionale, e, dall’altro lato, a scrollarsi di dosso il tabù della causa palestinese, vista come un ostacolo per raggiungere i propri interessi di stato nazionale, pur avendo inserito la clausola della sospensione dell’annessione dei territori palestinesi a Israele negli Accordi.

È per questo che i palestinesi sono la parte sconfitta nell’accordo tra Israele e EAU: nessun reale vantaggio è stato assicurato per loro e, oltretutto, altri paesi arabi potrebbero seguire l’esempio degli Emirati peggiorando ancora di più la situazione. Inoltre, l’alleanza degli Emirati Arabi con Israele sarebbe specialmente in funzione anti-turca-qatariota, con un intento “stabilizzatore” nella regione, distaccandosi sempre di più dalla retorica panaraba incentrata sulla causa palestinese. L’attrito con Ankara risale a dopo il 2011, anno delle rivolte arabe, con la scalata al potere di Erdogan, diventato il leader principale del mondo islamico promuovendo la corrente dell’islam politico, a cui gli Emirati si oppongono fortemente per paura che l’ideologia penetri nel tessuto sociale e porti a un allontanamento popolare dalla classe dirigente. Questo atteggiamento si riscontra anche nella politica emiratina all’estero, nei confronti di movimenti islamisti, come la Fratellanza Musulmana finanziata dalla Turchia e dal Qatar, visti come un’organizzazione terroristica da eliminare.

Per Israele, invece, questi Accordi sono una vittoria diplomatica fondamentale, sia per placare i dissensi interni sulla gestione della pandemia da Covid-19 sia per allontanare le accuse di corruzione contro il presidente Netanyahu. L’accordo con gli Emirati, infatti, è l’inizio di un rapporto con un paese arabo influente con cui Israele può collaborare per contrastare l’Iran, nemico giurato dello stato israeliano. 

Questo accordo, infine, non stravolge gli equilibri mediorientali come si potrebbe pensare, dato il grande assente: l’Arabia Saudita. Essendo il principale nemico dell’Iran, insieme a Israele, oltre che il più potente paese della Penisola Araba, grande alleato degli Stati Uniti di Trump e la sede dei luoghi di culto islamici, la sua futura partecipazione potrebbe spostare l’ago della bilancia nei rapporti già tesi con il governo iraniano e portare così a delle instabilità interne da parte dei settori religiosi più conservatori e influenti nelle decisioni monarchiche, poiché non troppo disposti a cedere sulla causa palestinese. 

Conclusioni

Se l’assetto di nuove alleanze regionali non sconvolge l’equilibrio attuale tra i paesi del Golfo, Israele e Iran, in tale scenario, invece, la pace auspicata tra Israele e i territori palestinesi resta ancora lontana, visto che, secondo le autorità palestinesi, una vera pace nella regione si raggiungerebbe solo garantendo i diritti dei palestinesi e ponendo fine all’occupazione israeliana. L’intesa formalizzata tra Emirati Arabi Uniti e Israele, quindi, porta a raggiungere l’obiettivo della stabilizzazione regionale, soprattutto in funzione anti-Iran e contro l’asse turco-qatariota. Contemporaneamente, però, i palestinesi escono come i grandi sconfitti dell’accordo, perché se altri stati vicini agli Emirati dovessero aggiungersi, il peso della questione palestinese nella politica estera degli stati arabi continuerebbe ad affievolirsi e la loro posizione all’interno della regione potrebbe peggiorare. 

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