YEMEN: UNA PRIMAVERA MAI DIVENTATA ESTATE

Quando nel 2011 scoppiarono le primavere arabe ci furono diversi outcome che ancora pesano nel mondo di oggi. Ma c’è un Paese che non è mai uscito da quella primavera, tramutatasi in un inferno che sembra non avere fine.  Dagli Houthi all’Arabia Saudita, le tante ragioni per cui ancora oggi parliamo della guerra in Yemen. 

Cosa si prova ad essere i più poveri tra i più ricchi? Forse bisognerebbe chiederlo agli yemeniti. Lo Yemen è infatti da sempre lo Stato più povero tra i Paesi del Golfo e la guerra iniziata ormai nel lontano 2015 non ha fatto che peggiorare una situazione già compromessa, innescando una crisi umanitaria senza precedenti: la peggiore al mondo.

Ma se volessimo interrogarci sulle motivazioni che hanno portato alla situazione odierna, da dove sarebbe meglio partire? Dal motivo per cui gli Houthi hanno scelto di ribellarsi al governo centrale, dal perché sono spalleggiati dall’Iran, dal motivo per cui l’Arabia Saudita ha deciso di intervenire o per cui ad oggi ancora non indietreggia? Oppure ancora dalla strategia degli EAU o dallo schieramento di Israele ed USA con la parte “forte” del conflitto?

Gli Houthi e la guerra

Da un punto di vista geopolitico potremmo dire che la situazione in cui versa lo Yemen è una situazione particolarmente interessante, in cui sono piuttosto chiari gli interessi di ognuna delle parti coinvolte. Con 250.000 morti e quasi 25 milioni di individui bisognosi di assistenza umanitaria la crisi yemenita ha raggiunto numeri disastrosi, difficilmente recuperabili.

Allora perché l’Ansarullah, la coalizione dei partiti filo sciiti, non sembra interessata a volgere al termine di questa guerriglia? Iniziata sulla scia delle primavere arabe di cui si “festeggia” tristemente il deciversario quest’anno, la guerra in Yemen precipita quando nel 2015 i sauditi decidono di intervenire militarmente per placare la scalata degli Houthi, diventati nel frattempo un vero e proprio attore politico.

Gli Houthi infatti, quando potevano essere ancora definiti solo un movimento, rivendicavano una sorta di riconoscimento e di autonomia da un governo che aveva fortemente emarginato gli zayditi, etnia sciita che costituiva la minoranza in un Paese a maggioranza sunnita. Qui abbiamo il primo campanello d’allarme: la vecchia dicotomia sunniti-sciiti che divide in modi diversi, ma sempre attualissimi, diverse popolazioni del Medio Oriente. Ed essendo sciiti, e qui entra in gioco il secondo punto importante, da chi potevano essere sostenuti, ideologicamente e militarmente, se non dal colosso sciita iraniano?

Di conseguenza, chi non poteva immaginare che l’Arabia Saudita, eterna nemica degli ayatollah, si sarebbe schierata in prima linea nella lotta contro l’espansione dei ribelli Houthi nei territori del nord? Sin dall’inizio della rivoluzione, quando nel 2011 il Consiglio di Cooperazione del Golfo provò a mediare l’uscita dell’ex presidente Saleh sperando di contribuire ad un naturale decadimento della protesta in conseguenza ad un cambio di vertici, fino all’accettazione dell’Accordo di Riyadh da parte dei separatisti del Cts, pronti a rinunciare alle richieste di autonomia nel sud del Paese e ad allearsi con il “nemico” contro gli Houthi, sono state diverse le tattiche messe in atto al fine di portare al decadimento del movimento rivoluzionario.

I fattori di scontro e l’Arabia Saudita

Per ora tra i principali fattori di scontro si annoverano la dicotomia sciiti-sunniti, che porta con sé per forza di cose la rivalità Iran-Arabia Saudita, e l’interesse da parte degli altri protagonisti del Golfo di tenere sotto scacco un Paese che rappresenta , geograficamente, una perla sulla rotta tra Oceano Indiano e Mediterraneo, nonché uno sbocco verso Suez grazie al Golfo di Aden.

Ed è proprio il pericolo di concedere un accesso privilegiato sulla Penisola Arabica all’Iran che avrebbe spinto i sauditi a voler fermare a tutti i costi gli Houthi restaurando il governo riconosciuto da tutta la comunità internazionale, quello del presidente Hadi.

Certamente, come accadde al mitologico Golia, nessuno, tantomeno i sauditi, si aspettavano un Davide tanto forte da far durare quello che doveva essere un attacco sporadico, veloce ed indolore, ben 5 anni, complici da un lato gli aiuti da parte dell’Iran e di Hezbollah e dall’altro la fornitura missilistica degli Houthi proveniente dall’arsenale dell’ex presidente, a cui furono regalati da Saddam Hussein quando Saleh era l’unico della penisola a sostenerlo.

Infatti per quanto sembri che i sauditi spingano per questa guerra, le motivazioni che hanno portato al prolungamento del conflitto forse non sono da imputare a Ryadh, o non solo. I sauditi avrebbero diversi motivi per portare a termine la guerra con i ribelli sciiti. Dalla riluttanza della comunità occidentale a vendere armi al Re sunnita, passando per una riabilitazione della propria immagine nelle fila della comunità internazionale, i sauditi rischiano grosso nella lotta all’Iran se perdono l’appoggio di quei Paesi che appoggiano e foraggiano l’arsenale bellico saudita, aumentandone la capacità di far fronte al nemico.

Inoltre, dopo aver ricevuto condanne dall’ONU per essersi macchiata di crimini contro minori, l’Arabia Saudita vuole riabilitare la propria immagine, a loro detta distorta, al di fuori della comunità araba.  Ultima ma non meno importante la necessità di Ryadh di avere l’appoggio di Washington, tasto dolente nel programma elettorale del nuovo presidente eletto Biden. Infatti, nonostante la recentissima dichiarazione dell’amministrazione dell’ormai ex presidente Trump di inserire gli Houthi nella lista delle organizzazioni terroristiche, i sauditi dovranno comunque affrontare la posizione ostile che il nuovo presidente ha nei loro confronti.

Per cui sarebbe sì da evitare che lo Yemen finisca in mani sbagliate alimentando i governi filo sciiti di tutta la regione, ma farlo con criterio, restando fermi sulla posizione di contrasto all’Iran e con la certezza di poter portare avanti tale obiettivo. Ovviamente estromettere gli sciiti dal potere in Yemen vorrebbe dire realizzare quel fronte filo sunnita tanto agognato. 

Ma bisogna guardare anche oltre, perché anche gli Emirati traggono vantaggio dalla loro presenza nel Paese, dove sono schierati con gli indipendentisti per ragioni di natura economica controllando di fatto i giacimenti petroliferi e diverse infrastrutture critiche, nonché geopolitica, vista la vantaggiosa posizione in cui lo Yemen ha la “s-fortuna” di trovarsi.

USA e Houthi

A questo punto, chiarite le posizioni delle petromonarchie vicine di casa dello Yemen, chiariti i rapporti che gli sciiti yemeniti hanno con l’Iran e quello che è lo scopo principale degli Houthi, si potrebbe pensare che non ci siano altre potenze inter- o extra regionali coinvolte nella questione. 

Peccato che non siano dello stesso avviso Israele e Stati Uniti, che legati ai sauditi dalla lotta contro Teheran hanno deciso di intervenire anche nel piano di riconquista di Sana’a.   Per quanto riguarda gli USA, bisogna fare un passo indietro e ricollegare le strategie americane alla presenza di terrorismo islamico sul territorio yemenita.

Infatti, come è vero che Al Qaeda è presente nel Paese da ben prima degli scontri sopracitati, è vero anche che proprio per questo motivo lo Yemen aveva intrapreso da prima dell’11 settembre 2001 una lotta al terrorismo che aveva portato anche l’allora presidente Bush a fornire aiuti economici in cambio del servizio reso.

Ma la guerra scoppiata qualche anno dopo ha portato ad una situazione d’instabilità che da sempre viene sfruttata dai gruppi terroristici per avanzare sul territorio indisturbatamente.  Ad Al Qaeda si aggiunge poi anche la proliferazione dell’IS.

Il governo non riesce più a far fronte alla minaccia ormai estesa, la conformazione del territorio è geograficamente a favore degli jihadisti e gli USA, che avevano estirpato il nome del Paese dalla loro lista nera, finiscono per rivedere le proprie posizioni, iniziando a combattere a fianco del “nemico” per interessi evidentemente esterni, che vanno oltre la questione e che sono da ricercarsi nei rapporti bilaterali tra i due Stati.

Tanto che, proprio sul gong del suo mandato, l’amministrazione Trump ha dichiarato di voler inserire gli Houthi nella lista dei gruppi terroristici, il che secondo l’ex ambasciatore americano in Yemen Feiersteinrischia di creare più problemi al ruolo che gli USA vogliono giocare nella risoluzione del conflitto, di quanti ne crei agli Houthi stessi o addirittura all’Iran.

Se poi si considera il forte impatto che questo potrebbe avere sulla situazione umanitaria già estremamente critica e compromessa, sulla carestia e sulla gestione della pandemia di Covid-19, si potrebbe commentare che Trump lascia lo studio ovale con una politica estera in Medio Oriente nettamente in linea con il resto del suo mandato.

Per cui nonostante i tentativi dell’Arabia Saudita di trovare accordi sia con gli Houthi che con i separatisti, nonostante la scelta di questi ultimi di accettare l’Accordo del 2019, nonostante l’intervento multiplo di diverse organizzazioni non governative e dell’ONU sembrerebbe che il conflitto che vede lo Yemen protagonista non abbia soluzione finchè non saranno gli Houthi stessi a volerlo risolvere. 

Il gruppo esercita una repressione tale da non lasciare spazio alle promesse fatte inizialmente, ma governa gran parte della popolazione, per cui dovrebbe essere almeno incluso nelle trattative e nelle iniziative volte a portare a termine il conflitto, per far sì che queste abbiano qualche effetto significativo. 

Inoltre non bisogna fare l’errore di pensare che sia l’Iran a sostenere e spingere la guerra degli Houthi: questi hanno ignorato diverse volte le raccomandazioni di Teheran e sono spinti principalmente dai loro obiettivi e dai loro interessi – gli Houthi non sono dei proxy iraniani.

Aspettiamo quindi di vedere quali saranno le prossime mosse degli attori protagonisti, chi sarà il prossimo interessato ad entrare a far parte del gruppo dei belligeranti e se l’Europa riuscirà ad intraprendere una politica efficace per portare i diretti interessati ad un tavolo di negoziazione. 

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