USA E CORTE PENALE INTERNAZIONALE: COME I CRIMINI DI GUERRA IN AFGHANISTAN HANNO AGGRAVATO LA TENSIONE

Gli Stati Uniti d’America hanno imposto rigide sanzioni al Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda, così come ad altri funzionari della Corte coinvolti nel caso, in merito all’indagine su reati di guerra e crimini contro l’umanità commessi dalle forze statunitensi nella Repubblica Islamica dell’Afghanistan. Nel periodo successivo agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti hanno infatti deciso di intraprendere una lotta armata aerea e terrestre nei confronti dei talebani, ritenuti responsabili di ospitare il movimento terroristico islamista Al Qaeda, e delle organizzazioni terroristiche a loro affiliate che erano coinvolte negli attacchi.

Gli USA non sono mai stati membri della Corte Penale Internazionale. Essa è un organismo giudiziario di ultima istanza istituito nel 2002 con sede a L’Aia, nei Paesi Bassi. La CPI è stata accettata da una maggioranza qualificata di diversi Paesi per essere competente sui più gravi crimini che riguardano l’intera comunità internazionale, i quali sono perpetrati sul territorio degli Stati membri. La giurisdizione della Corte interviene qualora gli Stati membri non intendano o non siano in grado di perseguire tali crimini. Mediante la ratifica dello Statuto di Roma, essa si vede attribuire quindi un compito che solitamente spetta alla giurisdizione domestica degli Stati, ovvero l’esercizio del potere punitivo nei confronti dei soggetti incriminati. Nonostante gli Stati Uniti non facciano parte della Corte, i loro atti sono perseguibili poiché perpetrati all’interno di un Paese membro della Corte. L’Afghanistan è infatti membro della Corte Penale Internazionale dal 2003; ogni soggetto che commetta dei crimini all’interno di uno Stato membro può dunque essere indagato e perseguito sotto la giurisdizione della Corte.

Le indagini preliminari della Corte in merito alla situazione nello Stato dell’Afghanistan sono state rese note nel 2007. L’inchiesta preliminare si riferiva a quei crimini elencati nello Statuto di Roma di competenza della Corte, ovvero crimini di guerra, genocidio, crimini di aggressione e crimini contro l’umanità. Nel caso dell’Afghanistan, essi comprendevano crimini di guerra, ovvero attacchi intenzionali a danno dei civili, trattamenti disumani e uccisione a tradimento degli oppositori, e crimini contro l’umanità, tra cui privazione della libertà fisica e omicidio. Il 20 novembre 2017, Bensouda chiese ai giudici della CPI di poter avviare un’inchiesta sui possibili crimini compiuti in Afghanistan dal 1° maggio 2003.

Secondo il Procuratore Capo, sussistevano ragionevoli presupposti che nello Stato dell’Afghanistan fossero stati commessi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, perseguibili dunque dalla Corte. Sulla base delle prove raccolte, tra i soggetti coinvolti nei crimini vi erano le forze di sicurezza nazionali afghane (ANSF), i talebani e la loro rete affiliata Haqqani, gli appartenenti alle forze armate statunitensi e i membri della US Central Intelligence Agency (CIA). Tuttavia, il 12 aprile 2019 la Camera Preliminare II non ritenne opportuno avviare un’inchiesta a riguardo.

All’epoca dei fatti, la situazione in Afghanistan rischiava infatti di mettere a repentaglio la buona riuscita delle indagini, ritenendo dunque improbabile che l’avvio dell’indagine fosse nell’interesse della giustizia. Il Procuratore Capo Fatou Bensouda si rivolse così alla Camera d’Appello della Corte per chiedere una rettifica. Dopo aver analizzato le motivazioni della richiesta del Procuratore, nella giornata del 5 marzo 2020 il ricorso è stato accolto dalla Camera d’Appello, rendendo così ufficiale l’avvio dell’indagine.

L’opposizione americana alla Corte Penale Internazionale risale già alla creazione della CPI. Nel 1998 gli Stati Uniti, dopo aver preso parte ai lavori preparatori della Corte, espressero voto negativo allo Statuto. Nel 2000, l’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton appose la firma al trattato senza tuttavia la ratifica del Senato e nel 2002 il presidente George W. Bush revocò la firma dello Statuto. Un lieve avvicinamento degli Stati Uniti nei confronti della Corte si ebbe con la presidenza Obama, con la quale collaborò in alcune circostanze. Ciò nonostante, con l’amministrazione Trump il governo ha inasprito nuovamente la propria posizione contro la Corte, affermando che da parte loro non vi è alcun tipo di cooperazione né di sostegno. 

L’imposizione di restrizioni agli esponenti della Corte Penale Internazionale è un gesto di avversione senza precedenti verso la giustizia della CPI. Dopo aver accusato la Corte di intralciare l’operato degli Stati Uniti e averla intimata sui provvedimenti che sarebbero stati presi, il 2 settembre 2020 l’ormai uscente segretario di Stato Mike Pompeo ha dichiarato l’emanazione da parte del governo americano di un ordine esecutivo che prevede sanzioni specifiche alla Procuratrice capo Fatou Bensouda e al capo della Divisione Giurisdizione, Complementarietà e Cooperazione della Corte Phakiso Mochochoko.

È infatti vietato loro, così come ad altri soggetti potenzialmente coinvolti nelle investigazioni per conto della Corte, l’ingresso negli Stati Uniti, con la conseguente impossibilità di portare avanti le indagini sulla situazione in Afghanistan. L’Ufficio di Controllo dei beni esteri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli USA ha inoltre inserito Bensouda e Mochochoko in una blacklist, impedendo ogni rapporto con qualsiasi cittadino americano e disponendo il congelamento dei beni che essi possiedono negli Stati Uniti. 

A tal proposito è intervenuto Richard Mills, ambasciatore di Washington presso le Nazioni Unite, il quale ha accusato la Corte Penale Internazionale di voler imporre la propria competenza su soggetti appartenenti a Paesi non membri della CPI. La reazione del Stati Uniti, a suo avviso, è stata dunque quella di difendere la sovranità statunitense da procedure scorrette della Corte. La Corte ha di contro affermato che gli Stati Uniti continuano ad avere un atteggiamento fortemente ostile nei suoi confronti e che questi attacchi punitivi hanno colpito la Corte e i suoi funzionari come mai prima d’ora.

Il provvedimento della Corte potrebbe rappresentare in ogni caso un passo importante su una difficile situazione di guerra, prospettando una speranza alle vittime afghane che da anni subiscono le conseguenze di una guerra violenta. Stando all’ultimo rapporto trimestrale pubblicato ad ottobre 2020 dalla UN Assistance Mission in Afghanistan, nel periodo di tempo tra gennaio 2020 e settembre 2020 le vittime documentate sono state 5.939. Esso rappresenta un dato che, nonostante si sia abbassato rispetto all’anno precedente, rimane preoccupante e conferma l’Afghanistan come uno dei paesi più pericolosi al mondo. Intanto, l’organizzazione non governativa con sede a New York Human Rights Watch ha avanzato la richiesta di abolizione delle sanzioni stabilite dal governo americano, auspicando che con la nuova presidenza gli USA possano collaborare con la Corte e dunque rispettare lo Statuto di Roma.

Come ha affermato Richard Dicker, il direttore del programma di giustizia internazionale di Human Rights Watch, tali azioni offensive/difensive della politica di Trump non intralciano soltanto i meccanismi di giustizia per le vittime di guerra, ma anche per tutte quelle vittime di ogni altro crimine che chiedono aiuto alla Corte. Intanto, i 123 Stati membri della CPI hanno espresso il loro sostegno, affermando come la Corte sia uno strumento fondamentale per favorire il rispetto dei diritti umani, della sicurezza e della giustizia internazionale. Bisognerà attendere l’insediamento della nuova politica di Biden per capire se potrà esserci una distensione dei rapporti tra gli Stati Uniti e la Corte Penale Internazionale

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