STUDENTI DEL MONDO, FIGLI DI NESSUNO

Le frontiere sono infide. Proprio quando sembrano dissolversi, si innalzano più alte e racchiudono coloro che si sono avventurati al loro interno. È il caso di tutti quegli studenti che, per proseguire un progetto di ricerca, intraprendono un percorso che li porta in un Paese straniero la cui autorità potrebbero non gradire le loro scelte formative. Chi rivendica la loro libertà in caso il vento cambi a loro sfavore?

Il sapere è fluido, la libertà no

Il sapere è fluido, così come lo saranno di nuovo presto i movimenti delle persone. Questo è vitale per tutti quegli studenti che nutrono la propria formazione con esperienze all’estero, siano esse dedicate a un progetto sul Paese ospite o a una via alternativa all’educazione domestica. In questo processo di crescita, molte sono le storture possibili. Alcune sono tali da torcere il filo della libertà con tale violenza da interromperne lo scorrimento. L’omicidio di Giulio Regeni e il sequestro di Patrik Zaki ne sono un triste esempio: la durezza delle frontiere è uno spunzone di metallo che fa esplodere la bolla dell’educazione internazionale.

“Tutto il male del mondo”

La madre ha riconosciuto Giulio dalla punta del naso. Non c’era null’altro di lui in quel corpo che la polizia del Cairo ha recuperato a inizio febbraio 2016 in un canale essiccato nei pressi della capitale egiziana. Dapprima le autorità hanno parlato di comuni criminali, poi delle frequentazioni sospette  del ricercatore di Cambridge, infine hanno dichiarato di aver arrestato i colpevoli. Cinque anni dopo, la famiglia Regeni ancora arranca nella sua ricerca di verità, ostacolata dall’ostruzionismo del Cairo e ignorata dal Governo Italiano.

Quando è stato chiaro che la ricerca di Giulio si concentrava sui sindacati autonomi egiziani, l’attenzione dei media italiani si è spostata dal governo egiziano   all’Università di Cambridge, l’Alma Mater del giovane friulano. Tra il profilo basso tenuto dall’Università e la poca visibilità di Maha Abdelraham, la supervisor di Regeni, è iniziata a circolare la tesi per cui Regeni avrebbe portato avanti un progetto rischioso per lui e per chi gli stava intorno.Questa posizione, tuttavia, è stata respinta pubblicamente da più di 340 accademici, che in una lettera pubblicahanno sia sostenuto l’autonomia di Regeni nel scegliere un tema delicato, sia anche la sua esperienza pregressa in Egitto: la sua ricerca non aveva mai dato segni di esseri rischiosa. 

Chi controlla i controllori?

Forse, la questione non è così semplice: chi ha lavorato in ambito universitario sa che ogni ricerca passa per una serie di checks and balances,  che comprendono valutazioni sulla sicurezza, e discussioni sulle ripercussioni etiche del lavoro del ricercatore su se stesso e sugli altri. Come osserva la Fondazione Umberto Veronesi, di solito c’è un comitato indipendente che valuta la rischiosità sociale e personale di un progetto, ma anche le possibili misure di prevenzione e di emergenza, che possono inibire il peggio.

Probabilmente nessuna misura di emergenza avrebbe  distolto gli agenti dei servizi segreti dal seviziare e uccidere Regeni, ma forse avrebbero evitato che entrasse in contatto con quell’ambulante che poi lo ha consegnato agli agenti come spia dell’Occidente . In una registrazione, Regeni lo definiva una feccia umana, probabilmente una feccia venduta agli agenti governativi. Termini così forti non sono mai stati usati dalla sua Alma Mater, né dalla sua supervisor.

Il coraggio di Bologna

Un’università che invece si è contraddistinta per una posizione netta e forte fin dall’inizio è stata l’Università di Bologna, dove il giovane Zaki studiava dell’Erasmus Munds Master in Women’s and Gender Studies. Rientrato in Egitto per passare le festività invernali con la famiglia, è stato arrestato  appena sbarcato dall’aereo: il suo arresto per vaghi motivi ha subito scatenato inquietanti paragoni con il caso Regeni, anche per il tentativo fin dall’inizio di costruire un caso di propaganda sovversiva. Finora, la prova più forte contro di lui sono alcuni post condivisi da un ragazzo che ha un nome simile, ma diverso rispetto a quello dell’account che ha portato la polizia ad arrestarlo appena ha letto il suo nome.

L’università di Bologna si è sempre impegnata a far sì che l’attenzione rimanesse viva sul caso Zaki, una vivacità che ha fatto sì che anche che il Consortium del Master Gemma, un’associazione di università europee, rimanesse salda nel condannare un abuso dello stato egiziano su un suo cittadino. Tuttavia, gli appelli affinché Zaki diventasse cittadino italiano sono rimasti ignorati, mentre Bologna lo ha reso di recente cittadino onorario. 

Figli del mondo, cittadini di nessuno

La riflessione che sorge spontanea è se la cittadinanza italiana sia davvero in grado di aiutare Zaki, visto e considerato il fallimento con Regeni. Tuttavia, il sostegno dello Stato italiano potrebbe rendere più reale quella bolla effimera dell’istruzione internazionale, ora più che mai simbolo di un mondo diverso e migliore.

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