NON SOLO UNA LINEA IMMAGINARIA

Le lezioni di geografia a cui siamo stati abituati tendevano a mettere in risalto l’importanza e la tipologia delle coltivazioni, dell’allevamento e del settore industriale dei singoli Stati.  Raramente ci si soffermava sull’importanza dei confini territoriali, che molto spesso sono motivo di tensioni internazionali. Sebbene le frontiere degli Stati possono essere concepite come un qualcosa di ormai stabilito e immutabile, le tensioni sino-indiane sembrano ribaltare questo tipo di percezione. 

Non solo un tratto disegnato sulla cartina geografica

La delicata questione circa la Line of Actual Control (Linea di Controllo Effettivo) o anche LAC, interessa la zona di confine tra Cina e India. Tale linea interessa un’importate porzione di territorio himalaiano che entrambe rivendicano e nel concreto scredita l’opinione comune che i confini territoriali dei singoli Paesi siano un qualcosa di astratto presente solo nei libri di scuola. La LAC definisce i confini reali tra Cina e India, insieme alla linea McMahon (che divide gli Stati nella parte est dell’Himalaya).

Quest’ultima venne promossa nel 1914 dal governo inglese d’accordo con l’autorità tibetana, ma tutt’oggi manca del riconoscimento da parte della Cina. Queste zone furono interessate dalla guerra del 1962, che a sua volta coinvolse l’arido altopiano dell’Aksai Chin, di fatto di “proprietà” cinese, ma che continua ad essere rivendicato dall’India. Durante il conflitto, gli USA garantirono il loro appoggio in favore dell’India, che comunque si vide privata di una grossa fetta di territorio himalaiano, lasciando aperta l’attuale contestazione e rivendicazione a proposito della suddetta line of actual control. 

Si rianimano i venti di guerra

Grande preoccupazione desta l’incidente che nel Giugno scorso ha comportato la morte di 20 soldati indiani nella Valle del Galwan, zona appunto contesa fra truppe cinesi e indiane. Le ferite riportate, insieme alle basse temperature della regione, hanno comportato il decesso di alcuni militari indiani. Lo scontro non è stato altro che il risultato delle tensioni crescenti fra le due truppe, dovuta alla costruzione di una strada da parte delle milizie indiane, non curanti del monopolio cinese sul confine. L’episodio circa la su menzionata valle è il prosieguo di diversi altri accadimenti, tra cui quelli che hanno interessato la regione del Ladakh, dove hanno perso la vita 3 dei 20 soldati indiani a cui si faceva prima riferimento. Più volte, per cercare di placare gli animi, i generali dei due eserciti si sono incontrati in videoconferenza, ma alla luce degli ultimi scontri, diversi appuntamenti sono stati cancellati.

Da una parte viene denunciata l’offesa subita dall’India, dall’altra abbiamo la Cina che accusa la rivale di aver promosso delle incursioni provocatorie lungo le arie di interesse comune, e ancora, la Cina ribadisce che gli attacchi nella valle del Galwan sono stati la naturale risposta alle attività illegali che le truppe indiane stavano cercando di portar avanti. Di conseguenza, secondo queste accuse, l’India risulta essere vittima e carnefice degli episodi che hanno portato alla morte di alcuni uomini della sua compagine militare.   

Una ben più attenta analisi suggerirebbe che questo sia il risultato delle politiche portate avanti dai leader nazionalisti dei due Stati, che per sottolineare la loro posizione, ormai da tempo inviavano soldati nelle aree strategiche, accusando l’altro di star valicando la frontiera. Più volte però, entrambi i Capi di Stato maggiore avevano sottolineato la predisposizione a risolvere le varie problematiche attraverso il dialogo. Nonostante tutti questi buoni propositi, si respirava già da tempio un’aria tesa e a dir poco conflittuale, pronta a mettere un punto (esclamativo) definitivo a decenni di conflitto.

Dopo un’estate di tregua, il 7 settembre, le due armate si sono scontrate a colpi di arma da fuoco lungo i 3440km oggetto della decennale disputa. Questo episodio rappresenta un evento singolare poiché da ormai 45 anni si rispetta(va) un accordo comune che proibisce l’utilizzo di armi da fuoco. A nulla sembrano esser serviti gli incontri informali tra i due leader nazionalisti tenutisi a Mosca e a  Wuhan e che sono stati tesi a risolvere i conflitti tra il primo ministro indiano Narendra Modi e il leader cinese Xi Jinping. L’India, sin dai tempi della guerra del 1962,  gode dell’appoggio americano nel difendere quello che considera il proprio territorio. 

Gli interessi nascosti

Una lettura degli eventi più attenta suggerisce che l’India  difenda quei territori, di importanza strategica a livello economico, militare e di immagine, così da poter diventare  il contrappeso al colosso cinese. USA e Francia, dal canto loro, sembrano sposare di buon grado questa limitazione del raggio di influenza cinese.  Dall’altra parte, la Repubblica Popolare Cinese  sembra aver intercettato tale rischio e anche per questo, tende a rimarcare la propria posizione con sempre più convinzione. Un’ipotetica escalation di violenza attualmente potrebbe esser stata frenata dalla minaccia nucleare di cui dispongono entrambi i Paesi.

Lo svantaggio di cui l’India soffre, riguarda in primis la mancanza di un quantitativo di risorse pari a quelle cinesi e inoltre l’elemento Covid-19, che al momento  dell’evoluzione dei fatti (settembre-ottobre 2020), presentava il Paese come il secondo più colpito al mondo. Ciò che spaventa i politologi è la mancanza di una terza potenza che riconosciuta da entrambi i leader, faccia da arbitro e che appunto sia neutrale. Solo questo tipo di presenza si pensa possa essere in grado di bilanciare i reali interessi che si nascondono dietro la così tanto rivendicata LAC

Velleità ibernate

Le gelide temperature invernali, insieme alla difficoltà di operare lungo la contestata regione himalaiana, hanno placato i venti di guerra, nonostante l’India, continui a ribadire la sua capacità di saper fronteggiare qualsiasi tipo di sfida.   Il tipo di lettura che gli Usa fanno dei vari episodi, ma in primis dello scontro nella valle di Galwan, rimarca la volontà della Cina di creare un incidente, tramite cui mettere sotto scacco il rivale indiano. Secondo una dichiarazione di Washington, risalente a Dicembre 2020, l’evento nella valle suddetta risponde ad un intento programmato da parte della compagine cinese, senza tralasciare il rischio di provocare appunto delle vittime. Lo scopo di queste manovre è molto probabilmente quello di impossessarsi di punti nevralgici per la propria economia e non solo.

Attualmente,  il punto di forza delle truppe indiane risiede nella loro capacità di adattarsi meglio alle temperature sotto zero; questo implica un certo vantaggio sulle truppe cinesi che invece si sono mostrate meno inclini a sopportare il clima rigido che caratterizza la LAC, che diventa particolarmente gelido nella regione del Ladakh, dove attualmente si sono insediate le truppe indiane. La stampa internazionale non rilascia ulteriori altre informazioni a riguardo, questo porterebbe a pensare che le temperature gelide a cui sono state esposte entrambe le compagini, abbiano avuto un effetto benefico sugli animi infuocati, favorendo molto probabilmente le intenzioni di riappacificazione.   

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