IL MONDO SECONDO ERDOĞAN: LE PROIEZIONI DELLA TURCHIA NEL 2021

Nei primi anni di potere, Recep Tayyip Erdoğan ha dato l’impressione di poter rappresentare una svolta democratica per la Turchia. L’abolizione della pena di morte, l’adozione di un nuovo Codice Civile e l’allargamento della libertà di espressione sono stati dei passi importanti che hanno marcato un’evoluzione libertaria di un Paese, perlomeno fino alla prima metà degli anni 2000.

Tali passi hanno permesso alla Turchia di ottenere lo status di Paese candidato membro dell’Unione Europea nel 1999 e l’ufficiale apertura dei negoziati nel 2005. Fino a quel momento, infatti, l’Occidente si era convinto che si potesse guardare alla Turchia come ad un esempio democratico per molti Paesi delle regioni Mediorientale e Nordafricana. 

Tuttavia, proprio quando questa convinzione si è fatta più forte e radicata, la democrazia turca è entrata in una fase decrescente, che è stata accelerata dall’avvento delle Primavere Arabe nell’inverno del 2011. L’involuzione della Turchia è stata rapida ed evidente: nel 2018 Freedom House ha declassato il Paese a “Non Libero”, status che ancora oggi detiene. Durante l’ultimo decennio di turbolenze e incertezze, la resilienza del presidente turco è rimasta la sola costante in uno sfondo costellato da variabili.

Le proteste di Gezi Park nel 2013, lo scandalo per corruzione e il tentato colpo di stato militare avvenuto nel 2016 hanno paradossalmente consolidato il potere di Erdoğan. Contrariamente a ciò che ci si sarebbe potuto aspettare, il leader di Ankara è riuscito a rimanere al timone di un Paese che oggi proietta le sue ambizioni geopolitiche ben oltre i suoi confini. Non esiste una spiegazione univoca all’andamento così irregolare della carriera di Erdoğan, ma ciò che ha verosimilmente più contribuito a consolidare il suo potere è il forte credo politico che si rifa al desiderio di ricostruire un sultanato ottomano moderno e ristabilire la gloria passata.


La perserveranza di Erdoğan ha permesso alla Turchia di delineare una traettoria strategica precisa. Il leader non ambisce esclusivamente a rafforzare il ruolo del Paese nel Mediterraneo, dove si scontra con l’Unione Europea, ma desidera anche allargare la sua sfera di influenza ad altre regioni del mondo, come il Caucaso, dove però deve fare i conti con Mosca. Le aspirazioni turche non si riducono però solo alla sfera politica, ma si estendono anche ad una dimensione ideologico-religiosa. 

La Turchia vive da sempre un evidente sentimento di frustrazione politica. Nonostante la posizione altamente strategica, non si è mai rivolta troppo a est per essere considerata asiatica, né troppo a ovest per essere considerata un Paese occidentale, mantenendo così uno status ambiguo e un’identità politica non catalogabile, da cui sono derivate posizioni politiche contraddittorie. Nel desiderio di incrementare sempre più la sua influenza, oggi Ankara mostra un disegno politico in cui vuole giocare un ruolo da singolo attore protagonista, ma la complessità dello scacchiere in cui è coinvolta mostra l’impossibilità di agire unilateralmente.


Nel Mediterraneo la Turchia possiede una relazione ambigua con l’Unione Europea. Erdoğan ha recentemente confermato la sua intenzione a rinnovare la cooperazione con l’UE, dichiarandosi certo del fatto che la presenza turca possa riemprie il vuoto lasciato dal Regno Unito. Tuttavia, il suo ruolo nella NATO e la presenza in Siria e in Libia fanno vacillare le possibilità di una compatibilità tra i due attori. 

L’incredibile risveglio geopolitico turco degli ultimi anni non è tuttavia esclusivamente riconducibile alle mire espansionistiche del suo leader. La Turchia perservera nelle sue aspirazioni egemoniche nella consapevolezza di poter far leva sulle esistenti divisioni interne all’Unione Europea. Le costanti reazioni palliative e passive dei paesi europei rispetto alle azioni di Ankara hanno così permesso alla presenza turca di crescere in modo direttamente proporzionale all’indebolimento dell’Europa.

L’Unione Europea, dalla sua parte, riconosce l’importanza della Turchia nella NATO e la sua rilevanza come parnter economico. A scapito dei membri che fanno leva per un’azione più efficace contro l’espansionismo di Ankara, è infatti nell’interesse dell’Organizzazione mantenere dei rapporti pressoché pacifici. 

L’espansionismo turco è stato reso possibile anche grazie all’incremento del disinteresse statunitense nell’area negli ultimi due anni, un’attitudine che non prevede cambiamenti radicali con la nuova amministrazione. Il delicato rapporto con gli Stati Uniti ha poi subito ulteriori scosse recentemente. La scelta di Ankara di acquistare dei missili russi S-400 è risultata infatti particolarmente critica per la sua incompatibilità con i sistemi NATO, di cui risulta membro. Ciò ha scatenato la reazione del Congresso, da cui è poi derivato l’annuncio del Segretario di Stato Mike Pompeo di una serie di sanzioni nei confronti dell’agenzia governativa turca per non aver rispettato i criteri di sicurezza NATO e aver agito indipendentemente nononstante gli ammonimenti.

La scelta di Ankara di acquistare dei missili russi non è casuale. Negli ultimi anni Ankara e Mosca si sono avvicinate progressivamente instaurando una relazione apparentemente stabile, ma vulnerabile. Nononstante gli sforzi di cooperazione tra i due Paesi, infatti, l’espansionismo turco potrebbe trovare un freno nella Russia nel futuro. 

Ciò è principalmente dovuto ad una convergenza di interessi tra le due potenze su diversi fronti. Putin, da un lato, rivendica il ruolo di grande potenza della Russia facendosi paladino di valori tradizionalisti e conservatori. Erdoğan, dal suo canto, ambisce ad una presenza più concreta della Turchia in vari dossier internazionali mediante un’ispirazione neo-ottomana. 

Tuttavia, la presenza di Ankara in diverse aree del mondo è critica. I deboli equilibri in Libia, il probelma irrisolto di Idlib in Siria e il recente confronto con la Russia nel Caucaso destano preoccupazione nel Cremlino, che agisce con cautela nei confronti di Ankara e sfrutta a suo favore il rapporto vulnerabile con l’Unione Europea. Erdoğan, invece, sembra voler mettere il piede in due scarpe garantendosi sia l’amicizia russa che quella europea. 

Risulta dunque necessario che i Paesi risolvano i punti critici nelle rispettive politiche estere convergenti, che rendono concreta l’ipotesi di un’ulteriore escalation nel corso del 2021. L’approccio a compromessi finora ha funzionato, ma la minaccia alla tenuta della stabilità è alta.

Vi è infine un’ultima questione che suggerisce di incrementare il livello di attenzione verso la Turchia. Con la recente scelta di consacrare Aya Sofia, infatti, Erdoğan ha confermato la sua intenzione a diventare un leader dell’Islam sunnita, avviandosi verso una politicizzazione dell’Islam sempre più marcata. Tuttavia, nella sua proposta deve agire con cautela poiché si deve misurare con altre realtà sunnite, come l’Arabia Saudita, che non gli permetteranno facilmente di realizzare i suoi progetti indisturbato. 

La componente ideologico-religiosa si aggiunge dunque ad un panorama geopolitico complesso entro cui la Turchia si deve misurare. Le sfide per il futuro si rifanno alla necessità di una cooperazione più serrata con l’Unione Europea, alla costruzione di un dialogo più amichevole con gli Stati Uniti e al mantenimento del delicato equilibrio con la Russia, con cui gioca un ruolo ambivalente di amica-nemica. Il futuro politico della Turchia rimane incerto e all’avvicinarsi al centenario dall’abolizione del sultanato Ottomano, la nostalgia del passato comincia a riemergere. 

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