“NEO-ESTRATTIVISMO”: IL CASO DELLA TANZANIA

Il neoestrattivismo potrebbe determinare una svolta nella ridefinizione del ruolo dello Stato all’interno del settore estrattivo nei Paesi in Via di Sviluppo?

Con “neo-estrattivismo” si intende l’insieme delle misure adottate in ambito economico in accordo tra Stato e privati al fine di sfruttare al meglio le risorse nazionali e di reinvestire i profitti nello sviluppo del Paese. Sulla carta è un programma ben strutturato che prevede la riappropriazione, da parte dei Governi dei Paesi del terzo mondo, delle risorse naturali date in gestione a multinazionali straniere.

Questo nuovo modello di sviluppo prevede la nazionalizzazione delle risorse dello Stato ed è un discorso che, a livello ideologico, si avvicina maggiormente a Governi di sinistra, come è spesso avvenuto in America Latina. Tuttavia, se analizziamo lo stesso fenomeno in Tanzania dal 2017 in poi, notiamo come esso sia stato il cardine della strategia economica dell’attuale Presidente John Magufuli, a capo di un Governo che non può essere certo definito di sinistra.

Il caso della Tanzania

Se sulla carta il nuovo modello di sviluppo sembra funzionare, perché è associato al reinvestimento delle risorse sul territorio e alla piena occupazione della popolazione, la realtà ha mostrato esiti diversi. La nazionalizzazione delle risorse[1] viene utilizzata da Magufuli come strategia politica per legittimare le proprie scelte economiche e rafforzare la presa sul Partito in un momento in cui inizia a venir meno il supporto della popolazione nei suoi confronti.

Sfruttando il successo che la politica socialista di Nyerere aveva avuto negli anni’60, Magufuli ha fatto leva sulla volontà di riappropriarsi delle risorse comuni per mettere fine al loro sfruttamento da parte di terzi, che nella retorica populista del Presidente rappresenta l’unica causa della povertà diffusa nel Paese.

Bisogna però sottolineare che la nazionalizzazione delle risorse negli anni Sessanta ha avuto successo nell’unire la popolazione proponendo messaggi di uguaglianza e sottolineando come essa avrebbe garantito una forte crescita economica basata sull’agricoltura e sull’estrazione ed esportazione delle materie prime. Tuttavia, la nazionalizzazione delle risorse non ha avuto il ruolo sperato nella crescita economica, complici sia fattori interni alla politica e alla struttura burocratica della Tanzania, sia fattori esterni.

In ogni caso, è doveroso ammettere che la liberalizzazione economica imposta negli anni’80 e ’90, accusata di aver espropriato ancora una volta gli africani delle loro risorse, non sarebbe stata così facilmente introdotta se la nazionalizzazione del periodo socialista non avesse peggiorato le condizioni economiche. Nell’immaginario collettivo tanzaniano però, a seguito della crescita del tasso di povertà nel ventennio della liberalizzazione economica, il periodo socialista viene ricordato come la soluzione migliore e la nazionalizzazione delle risorse vista come l’unica via percorribile per risollevare l’economia del Paese.

Nel 2014, anno precedente alla prima elezione di Magufuli, il settore estrattivo ha dato un contributo al PIL del Paese del 3.7%, sebbene fosse atteso un contributo pari al 10%, considerando che la Tanzania rientra nei primi cinque produttori di oro. L’enfasi internazionale posta sul settore estrattivo come trainante dell’economia del Paese non ha dato gli effetti sperati a livello macroeconomico, inoltre ha svantaggiato intere comunità vicine ai luoghi di estrazione che si erano organizzate nell’estrazione su piccola scala.

Questo perché per tutti gli anni precedenti all’elezione di Magufuli sono state messi in atto politiche e accorgimenti volti ad attrarre gli IDE. Politiche troppo concessive non hanno determinato un netto aumento delle rendite fiscali dello Stato perché i capitali esteri servivano a stabilizzare gli indicatori macroeconomici al fine di garantire il continuo accesso ai prestiti internazionali.

Il CCM, partito di Magufuli al potere da sempre nel Paese, si era già scontrato sia con la necessità di liberalizzare l’economia e attrarre gli investitori stranieri sia con le critiche mosse dalla popolazione che verteva in condizioni di sempre maggior povertà. Così Kikwete, presidente dal 2005 al 2015, per allontanare il CCM dall’accusa di essere più interessato ai rapporti con le multinazionali che al benessere del Paese, adottò alcune misure per ridefinire il ruolo dello Stato nel settore estrattivo e i regolamenti relativi alla tassazione delle compagnie straniere operanti sul territorio. Non ci furono cambiamenti sostanziali, semplicemente venne rilegittimata l’estrazione da parte delle multinazionali agli occhi della popolazione, che in questa nuova cornice istituzionale doveva essere approvata dallo Stato, che però approvava sempre.

La politica di Magufuli 

Un cambiamento sostanziale è sembrato avvenire nel 2017, quando John Magufuli associò alla nazionalizzazione delle risorse un messaggio populista e il neo estrattivismo. La strategia populista faceva leva sullo scontento derivante dalla liberalizzazione del settore estrattivo, tanto da portare Magufuli ad accusare pubblicamente gli investitori stranieri di aver saccheggiato la Tanzania impedendole di diventare un Paese donatore, come avrebbe dovuto essere. Non lasciamoci però ingannare da questa retorica apparentemente anti-neoliberista. L’economia del Paese è trainata dal settore privato, che non può perdere gli investimenti esteri. 

Nel Marzo del 2017 Magufuli bloccò le esportazioni di oro e rame e fece sequestrare, senza diritto, alcuni container della compagnia estrattiva britannica Acacia nel porto di Dar es Salaam per investigarne il contenuto. Nel Maggio dello stesso anno sostenne che il contenuto fosse dieci volte maggiore di quanto dichiarato dall’Acacia, dando via a uno tsunami minerario.[2] Il 12 Giugno un comitato da lui selezionato presentò un rapporto sulle attività dell’Acacia degli ultimi due decenni che mostrava una serie di frodi ed evasione fiscale.

Inoltre, il comitato venne incaricato di rivedere tutti i contratti minerari firmati dal 1998 in poi, quando entrò in vigore il Mining Act troppo concessivo verso gli investitori esteri. Dopo una serie di riluttanze cominciarono le trattative tra il Governo della Tanzania e la Barrick Gold, compagnia madre dell’Acacia, e ad Ottobre 2017 venne dichiarato il raggiungimento di un accordo. Gli accordi hanno portato ad una maggior inclusione dello Stato tanzaniano nel processo estrattivo, in modo da aumentarne le rendite. Ma gli accordi sono stati svolti in totale segretezza, escludendo ancora una volta la popolazione.

La volontà di Magufuli, nonostante le aperte critiche al neoliberismo, non è quella di liberarsi dalla logica che ha caratterizzato il settore estrattivo per decenni, quanto quella di ridefinire il ruolo dello Stato all’interno di essa. Effettivamente sarebbe un buon punto di partenza nell’ottica di uno sviluppo economico sostenibile, se le istituzioni democratiche del Paese fossero sufficientemente forti.

Il problema è che persistono una forte disuguaglianza sociale, un apparato burocratico corrotto e poco funzionale e una stretta collaborazione tra élites politiche ed economiche che intendono mantenere e accrescere i propri guadagni. La popolazione rimane esclusa da eventuali benefici, sia immediati in termini di occupazione sia sul lungo periodo in termini di investimenti nel welfare. Si delinea una situazione poco chiara che vede la Tanzania agire come Stato sviluppista all’interno di una cornice internazionale neoliberista, di cui continua a seguire le regole. 


[1] J. Poncian, galvanising political support through resource nationalism: a case of Tanzania’ 2017 extractive sector reforms, Political Geography, n.69, 2019, p.77

[2] The Citizen, JPM’s mining tsunami, Citiz. 4285; 1, 2017.

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